Da anni il Camerun si trova sull’orlo di un pesante conflitto civile, alimentato da rivendicazioni etniche e culturali, che rischia di precipitare il Paese nell’instabilità. Ma quali sono le ragioni di questo conflitto, e quali potrebbero essere gli effetti di una nuova guerra civile nella regione Centrafricana?

Nel Panorama dell’Africa Centrale, il Camerun rappresenta una relativa oasi di stabilità. Contrassegnato da una eccezionale, sebbene problematica, continuità di governo, la capitale Yaoundè vede il presidente Paul Biya alla guida del Paese dal 1982. Il Camerun, definito “La piccola Africa” per la presenza al suo interno di più di duecento ceppi etnici censiti, si trova però, dal 2012 sull’orlo di un pericoloso conflitto interno tra la maggioranza francofona e le minoranze anglofone dell’Ambazonia, nel quasi assoluto silenzio dei media internazionali.

Già all’indomani dell’unificazione federale, avvenuta nel 1972, le minoranze delle regioni meridionali del Paese avevano lamentato discriminazioni e soprusi, creando il cosiddetto “problema anglofono”. In Camerun infatti, è sempre mancato un concetto unitario di “nazione”, esacerbato dai tentativi – del presidente Ahidjo prima, e di Biya poi- di mettere in atto un “divide et impera” di Bismarckiana memoria, dividendo il territorio anglofono in più province amministrative al fine di sollevarle le une contro le altre facendo leva sulle divergenze presenti all’interno della stessa comunità[1]. Questa strategia non ha però avuto successo e anzi, le proteste delle minoranze, mai sopite, si sono accese con particolare virulenza nel corso del 2016, quando le infuocate manifestazioni di giuristi anglofoni che lamentavano la mancata possibilità di equo accesso alla giustizia per la quasi totale assenza di giudici parlanti inglese, a cui si era presto unita la protesta di insegnanti e studenti, aveva rinvigorito le spinte secessioniste del gruppo armato degli Amba Boys, particolarmente attivi nell’area della municipalità di Buea.

Yaoundè aveva, da subito, cercato di placare il conflitto sia con l’uso della forza sia con deboli tentativi di dialogo. Il punto più alto dello scontro è stato però raggiunto tra la fine del 2018 ed i primi mesi del 2019 quando le regioni meridionali hanno unilateralmente dichiarato la loro indipendenza dal governo centrale. Sebbene la dichiarazione avesse più una valenza simbolica che reale, non essendo tra l’altro stata riconosciuta a livello internazionale, le ripercussioni sulle regioni Occidentali del Paese sono state immediate: per ordine del Presidente Biya, che si era già dimostrato poco propenso a cedere ulteriori porzioni di autonomia alle municipalità anglofone, e che aveva da poco riconquistato la presidenza con un settimo mandato, la regione dell’Ambazonia è stata soggetta a coprifuoco, divieto di passaggio nella zona francofona, ed interruzione dell’erogazione dei principali servizi.

Una cartina del paese che illustra l’area prevalentemente anglofona oggetto della crisi e presenza dei movimenti separatisti. Fonte: The Nordic Africa Institute

Le Nazioni Unite, insieme ad Amnesty International, riportano dati allarmanti: dall’inizio del 2019 sono state imprigionate quasi 500 persone, e in più di 500.000 hanno varcato i confini della Nigeria in cerca di rifugio e riparo[2]. Michelle Bachelet, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha parlato in seno al Consiglio di Sicurezza, nel mese di marzo 2019 a proposito di “preoccupanti violazioni dei diritti umani nelle regioni sud-occidentali del Camerun”. Mentre il palazzo di vetro continua a riportare denunce di violenze da entrambe le fazioni in campo, la crisi del Camerun comincia, finalmente, ad interessare anche i partners commerciali, sia in Africa che all’estero. Il Paese è infatti cruciale per la stabilità del continente ed una guerra civile potrebbe avere ripercussioni non indifferenti: oltre ad essere uno dei principali e più importanti membri dell’Unione Africana, il Camerun intrattiene importanti relazioni commerciali con Francia, Inghilterra e Stati Uniti che sono, non a caso, i suoi principali portavoce in seno alla comunità internazionale.

Proprio Downing Street e Washington si sono fatti promotori della causa del Camerun anglofono in seno al Consiglio di Sicurezza, appellandosi varie volte agli Stati membri affinché il conflitto centrafricano fosse considerato con la giusta attenzione. Un inasprirsi delle ostilità potrebbe limitare l’accesso alle ingenti risorse minerarie (oro soprattutto) e petrolifere della nazione, verso cui Washington e Parigi godono di accesso privilegiato essendo anche i principali fautori degli aiuti allo sviluppo per il Paese. Le ricadute economiche delle tensioni, del resto, sono già percepibili: il Camerun avrebbe dovuto ospitare la Coppa d’Africa ma, al termine di una riunione tenutasi ad Accra, il 10 novembre scorso, è arrivata la revoca del CAF [3]. Inoltre, il commercio con le nazioni confinanti è calato drasticamente.

A preoccupare, però, è soprattutto l’aprirsi di una nuova fragilità, in una regione già instabile, soprattutto con riferimento al ruolo del Camerun nella lotta a Boko Haram. Degli stati limitrofi alla Nigeria, sono infatti i confini camerunensi ad essere i più porosi, tanto che ampie porzioni del territorio vengono utilizzate dagli estremisti come vie per il traffico d’armi e territorio di reclutamento. Dai primi mesi del 2015 il Camerun è inoltre trai principali promotori della Multinational Joint Task Force contro le milizie armate. Il Paese contribuisce con uno stanziamento di circa 1000 soldati alle operazioni di peacekeeping di MINUSCA[4], l’operazione a guida ONU in Centrafrica. Con l’escalation del conflitto, le popolazioni delle regioni sud- occidentali risulterebbero ancora più permeabili all’innescarsi di ideologie estremiste, tanto più che si sono dimostrate veritiere le voci, circolanti fin dalla fine del 2017, di infiltrazioni di milizie di combattenti dei gruppi ex-Seléka. Il maggior rischio, per il paese, è che la presenza del gruppo islamista non faccia che acuire delle tensioni religiose in grado di esacerbare maggiormente il conflitto interno. Sebbene gli ex-Seléka abbiano sempre negato qualsiasi legame con il gruppo estremista stanziato in Nigeria, è invece noto che Boko Haram abbia più volte cercato un contatto, per espandersi oltre i confini della sua base operativa principale.

Un Camerun indebolito da un pesante conflitto interno sarebbe quindi terreno fertilissimo all’installarsi di una nuova minaccia jihadista. L’interesse di tutte le parti in causa affinché si arrivi ad una pacifica risoluzione della controversia tra la minoranza anglofona e la maggioranza francofona è stata ribadita anche in seno al Consiglio di Sicurezza, nella riunione del 24 maggio 2019[5] in cui è stato espresso l’auspicio affinché le parti politiche in gioco si preoccupino di ristabilire la coesione sociale. Tuttavia, al momento, il Presidente Biya continua a negare il dialogo al leader dell’opposizione Maurice Kamto, che si trova attualmente detenuto nelle carceri di Yaoundè insieme ad altri esponenti di spicco del Cameroon Renaissance Movement, principale portavoce delle istanze della minoranza anglofona. Al momento quindi, il Camerun si trova ancora sul filo del rasoio, tra la possibilità di ricostruire la stabilità del Paese su solide basi integrazioniste e il precipitare di un conflitto che avrebbe pesanti ripercussioni sugli equilibri dell’intera regione del Centrafrica.

[1] https://www.aspeniaonline.it/understanding-the-internal-conflict-in-cameroon-a-question-of-negligence/

[2] https://www.amnesty.org/en/countries/africa/cameroon/report-cameroon/

[3] https://www.ilpost.it/2018/12/01/camerun-coppa-africa-2019/

[4] https://peacekeeping.un.org/en/troop-and-police-contributors

[5] https://www.un.org/securitycouncil/content/reports-submitted-transmitted-secretary-general-security-council-2019

#Camerun #Crisi #Separatismo #Africa #Terrorismo

The following two tabs change content below.
Giulia Raciti

Giulia Raciti

Ciao a tutti, sono Giulia Raciti Longo, e collaboro con IARI da Giugno del 2019.Dopo la laurea in Giurisprudenza, conseguita a Catania, ho proseguito i miei studi a Milano, dove ho ottenutoil Master in Diplomacy presso l' ISPI-Istituto per gli Studi di Politica Internazionale. Sono fluente in tre lingue, e ho avuto la possibilità di studiare in tutta Europa, e di lavorare con l' ONG ruandese “ African Education Network" per un anno, occupandomi di analisi delle policies e mappatura legislativa. È in questi contesto che è nata la mia passione per l' Africa, territorio complesso e spesso sottovalutato nelle relazioni internazionali. Con IARI mi occupo proprio di Africa, focalizzandomisui processi elettorali e sui fenomeni migratori, temi che mi propongo di affrontare con un approccio trasversale tra geopolitica e diritto internazionale. Sono appassionata di storia contemporanea, in particolare delle decadi tra il ’20 e il ’40 del 900.Lavorareper la redazione dello IARI, mi ha dato la possibilità di mettere le mie competenze al servizio degli altri: credo infatti fermamente che la geopolitica sia uno strumento indispensabile per capire il mondo che ci circonda ed essere cittadini globali più attenti e consapevoli.Per questo cerco sempre di creare contenuti che siano fruibili anche dai non addetti ai lavori, ma rigorosi dal punto di vista scientificoed informativo.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: