Che il Sahel sia una regione di immenso interesse strategico per l’Europa, e per la Francia in particolare, è risaputo. Che ottenerne il controllo politico in modo più o meno evidente e con l’aiuto ai gruppi di potere locali fosse più complicato del previsto lo si sta scoprendo nei tempi recenti, ed è una scoperta che lascia l’amaro in bocca. Mentre il conflitto jihadista si inasprisce in un territorio di notevole estensione, l’Eliseo si ritrova a fare i conti con una situazione geopolitica fragilissima, in cui occorre contemperare accuratamente gli interessi in gioco e soppesare i costi-benefici di una operazione militare che è recentemente costata la vita a 13 soldati, il bilancio più grave per la Francia dopo il conflitto in Afghanistan.

E proprio con l’intervento militare in Afghanistan una certa parte della dottrina internazionalista ha voluto rilevare un fil rouge, arrivando a parlare di “sindrome afgana” con riferimento al conflitto maliano: significa evocare un conflitto impossibile da vincere, ma anche impossibile da abbandonare senza eccessivi costi sia materiali che, soprattutto, umani.

I 4500 soldati francesi, impegnati nell’operazione Barkhame, infatti, si trovano ad intervenire in un’area avente una estensione almeno sei volte superiore al territorio di tutta la Francia, del tutto desertica o semi desertica, non in grado di fornire riparo o appiglio tattico e per di più in presenza di condizioni climatiche estreme.

È, dunque, una situazione ben più delicata rispetto all’intervento della stessa Francia in Mali nel 2013, quando le truppe di Parigi avevano riconquistato i territori di Gao e Bamako senza particolari difficoltà. Sono innanzitutto cambiati i rapporti di forza: i jihadisti infatti, ormai in forte difficoltà nello scacchiere mediorientale, puntano ai territori centrafricani nella speranza di costruire una nuova roccaforte in un punto di fondamentale importante per gli interessi economici europei e al crocevia delle rotte sahariane delle migrazioni africani, pertanto fertile territorio di reclutamento.

È poi mutata la capacità di persuasione dell’Eliseo nei confronti degli alleati in loco e partners europei: la strategia di africanizzazione del conflitto con la partecipazione del G5 Sahel, infatti, si scontra con la drammatica fragilità sia degli eserciti che delle forze alla guida dei Paesi interessati, tanto più che gran parte dei 43 Paesi che formano il continente africano è attualmente sotto elezioni o le ha in programma entro il 2020. In questo senso si orienta la richiesta di aiuto del ministro francese Parly, affinché Bruxelles collabori alla organizzazione degli eserciti africani.

Ma anche i partners europei sono meno disponibili ad un intervento immediato nella regione: questo innanzitutto perché fino a tempi recentissimi doveva ancora insediarsi la nuova commissione presieduta da Ursula Van Der Leyen, e di fatto questo ha rallentato e reso farraginoso il processo politico decisionale dell’Unione.

Benché inoltre, come rilevato dal rapporto Sipri del 2019, si sia di fronte ad un nuovo aumento della spesa militare, si assiste contemporaneamente ad un progressivo disimpegno o attendismo delle forze europee con riguardo ai principali focolai di conflitto. Ciò si deve sia alla necessità di riorganizzare e meglio strutturare la difesa comune, sia alla fragilità politica di alcuni membri, come ad esempio l’Italia. Il nostro Paese infatti, si trova attualmente in difetto sia con riguardo ai partners dell’alleanza atlantica che di Bruxelles. Benchè Roma abbia aumentato le sue spese militari, si resta infatti molto lontani dal miraggio del 2% del Pil annuo previsto in sede di accordi internazionali.

Ma questo non vuol dire che il conflitto in Mali venga ignorato o sia stato dimenticato dalla comunità internazionale. In effetti, accade piuttosto il contrario. Sono frequentissime, infatti le discussioni in seno alla Nazioni Unite sia nell’Assemblea Generale che in Consiglio di sicurezza, e alle forze congiunte dell’ONU (operazione Minusma) partecipano forze militari dell’Asia, dell’Europa e degli Stati Uniti d’America. L’aeronautica inglese, in articolare, è stata di recente impegnata con i colleghi d’oltremanica, nello svolgimento di operazioni aeree a tappetto su tutto il territorio maliano.

E tuttavia, gli sforzi congiunti non sono sufficienti a garantire una stabilizzazione del territorio, e questo perché l’esercito maliano, che sarebbe ovviamente cruciale, non riesce a tenere il passo con gli altri attori coinvolti ed è cronicamente sotto equipaggiato e male addestrato. Ecco quindi che il peso della difesa del territorio si sposta sui suoi alleati, e l’Eliseo ne porta il fardello più pesante a causa dei suoi interessi economici nella regione.

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Giulia Raciti

Giulia Raciti

Ciao a tutti, sono Giulia Raciti Longo, e collaboro con IARI da Giugno del 2019.Dopo la laurea in Giurisprudenza, conseguita a Catania, ho proseguito i miei studi a Milano, dove ho ottenutoil Master in Diplomacy presso l' ISPI-Istituto per gli Studi di Politica Internazionale. Sono fluente in tre lingue, e ho avuto la possibilità di studiare in tutta Europa, e di lavorare con l' ONG ruandese “ African Education Network" per un anno, occupandomi di analisi delle policies e mappatura legislativa. È in questi contesto che è nata la mia passione per l' Africa, territorio complesso e spesso sottovalutato nelle relazioni internazionali. Con IARI mi occupo proprio di Africa, focalizzandomisui processi elettorali e sui fenomeni migratori, temi che mi propongo di affrontare con un approccio trasversale tra geopolitica e diritto internazionale. Sono appassionata di storia contemporanea, in particolare delle decadi tra il ’20 e il ’40 del 900.Lavorareper la redazione dello IARI, mi ha dato la possibilità di mettere le mie competenze al servizio degli altri: credo infatti fermamente che la geopolitica sia uno strumento indispensabile per capire il mondo che ci circonda ed essere cittadini globali più attenti e consapevoli.Per questo cerco sempre di creare contenuti che siano fruibili anche dai non addetti ai lavori, ma rigorosi dal punto di vista scientificoed informativo.
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