In questa eterna lotta contro il nemico invisibile, si fa strada tra le autorità una opzione da tempo ventilata ma mai presa seriamente in considerazione: la pandemia è stata scatenata da interessi particolari e non dalla natura.

L’ipotesi dell’incidente, inizialmente divulgata dai servizi segreti Israeliani, adesso è al vaglio dalle cancellerie di moltissimi paesi del mondo. Analizziamo cosa sappiamo di quest’opera. Atto primo, Il virus si diffonde a Wuhan in Cina, le autorità controllano le informazioni, affossano i delatori e fomentano il nazionalismo. Atto secondo, si diffonde in occidente la teoria del virus creato in laboratorio, gli scienziati smentiscono, Pechino isolata prova ad incolpare alcuni militari americani di essere gli untori iniziai.

Atto terzo, interviene il Segretario di stato USA Mike Pompeo, il virus non è bestia creata a tavolino, ma frutto di un errore umano/tecnico a Wuhan. L’intervento del capo della diplomazia, fautore di una posizione dura contro la Cina, si specchia in una serie di elementi interessanti. Nel 2018 due diplomatici americani visitano l’Istituto di Virologia di Wuhan (WIV) e scoprono che le condizioni di sicurezza sono precarie e in seguito denunciano manipolazioni genetiche su varie specie animali. Di nuovo gli esperti si dividono sulla plausibilità della storia. Quarto atto, in uno scenario opaco fatto di scarsa collaborazione da parte delle autorità cinesi, il mondo si affida all’intelligence, la lotta si trasforma da indagine per comprendere le responsabilità a corsa per accaparrarsi l’arma di propaganda.

Quasi a voler premunirsi dal contraccolpo, Pechino ha già fatto concessioni alle critiche internazionali, i morti causati dal virus a Wuhan sarebbero sicuramente il 50% in più, un’amara soddisfazione per l’accusa che sortisce l’effetto opposto a quello voluto rinvigorendo i detrattori, un assenso colpevole che tra l’altro è inoltrato all’Organizzazione Mondiale della Sanità, complice secondo Trump di aver nascosto la magnitudine della diffusione. Dal punto di vista di Pechino l’invio di medici e forniture mediche nei paesi colpiti dal virus doveva scongiurare lo scenario della messa in stato d’accusa. Il mondo avrebbe dimenticato la lentezza nella denuncia dell’epidemia e gli investimenti cinesi avrebbero ripreso a riempire l’horror vacui del potere americano in ritiro. Ma la guerra d’immagine ha preso una strada contorta e la diplomazia aggressiva di Xi Jimping riceve rimproveri adesso anche da numerosi paesi africani.

Accusare i paesi occidentali di non aver saputo gestire la crisi prima di aver spiegato le origini del male si è rivelato controproducente, fomentando oltretutto le voci di complotto ai danni del sistema pre esistente. Probabilmente la Cina stessa si aspettava una Pandemia di minor durata, forse si aspettava addirittura una sensibilità minore al problema da parte del mondo civilizzato. La Cina si è mossa troppo presto, ha trasformato una teoria del complotto in una palese operazione di strozzinaggio: aiuti in cambio di supporto diplomatico. Ma Pechino non ha fatto i conti con la forma mentis degli occidentali, la cui fiducia verso le autorità è ai minimi storici e per cui ogni parziale ammissione di colpa lascia il fianco a rivolte contro il Leviatano, al limite dell’anarchia.

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