Le nuove sanzioni economiche imposte sulla Siria da parte degli Stati Uniti, con l’entrata in vigore questo mercoledì del ‘’Caesar Syria Civilian Protection Act’’, arrivano in un momento delicato per il regime di Bashar al-Assad che arranca verso la ricostruzione del paese, in seguito alla guerra civile scoppiata nel 2011. Il ‘’Caesar Act’’ prevede l’imposizione di sanzioni economiche a tutte le attività economiche in Siria e il congelamento di qualsiasi bene e proprietà nel paese. Secondo l’amministrazione americana, in questo modo è possibile fermare e punire i crimini del presidente siriano e realizzare una transizione politica verso un nuovo governo nel paese. L’applicazione del ‘’Caesar act’’ giunge in concomitanza con la svalutazione record della lira siriana, registrata la scorsa settimana, contribuendo all’aumento vertiginoso dei prezzi dei beni di prima necessità, secondo un trend che va avanti da maggio dallo scorso anno e che la pandemia del COVID-19 ha esacerbato ancora di più.

Sin dallo scoppio della guerra civile, Bashar al-Assad ha resistito alle pressioni che hanno minacciato la sua carica di presidente. Egli è riuscito, attraverso la repressione e l’aiuto dei suoi partner internazionali, in primis Russia e Iran, a neutralizzare qualsiasi forma di dissenso statale e internazionale al regime. Il ‘’Caesar act’’ prevede divieti e sanzioni economiche ad aziende, istituzioni e individui – sia siriani che stranieri che collaborano con il regime siriano – e, pertanto, colpisce anche gli interessi economici degli alleati internazionali. Alla luce di ciò, il loro sostegno al regime, che è stato fondamentale per la sua sopravvivenza in passato, sarà messo a dura prova nelle prossime settimane.

La resilienza del clan

L’attuale sistema di governo della Repubblica Siriana ruota attorno alla famiglia degli Assad e alla rete clientelare dei suoi sostenitori, di cui fanno parte anche i membri della borghesia imprenditoriale sunnita. Il golpe militare del’8 marzo 1963, da parte del partito Bath, ha preannunciato l’ascesa politica, militare ed economica della famiglia degli Assad in Siria. Il clan alawita è al comando del paese dal 1971, anno in cui Hafiz al-Assad, il padre di Bashar, diventato presidente, ha inaugurato un sistema di governo autoritario e neo-patrimoniale all’interno del paese. In seguito alla morte del padre, è Bashar al-Assad ad assumere la carica di presidente. Le politiche di liberalizzazione economica, messe in atto nei primi anni duemila, hanno favorito l’élite imprenditoriale a svantaggio di ampi segmenti della popolazione nazionale le cui condizioni socio-economiche sono progressivamente peggiorate col corso degli anni. Secondo una struttura clanica del potere, sono i membri della famiglia e i suoi sostenitori a detenere le ricchezze del paese, monopolizzando il settore militare e quello economico. Questa situazione ha progressivamente corroso il consenso interno al regime, conducendo il paese verso la Primavera Araba del 2011. I movimenti di protesta, che hanno avuto inizio nella città meridionale di Dera, denunciavano la corruzione e la natura dittatoriale del regime siriano.

Ben presto le manifestazioni popolari si trasformano in un conflitto armato tra le forze governative e quelle anti-governative in cui, attraverso l’uso sistematico della repressione e della violenza, il clan degli Assad è riuscito a preservare il suo potere alle spese della vita di milioni di civili e città distrutte. Con l’intervento di Russia e Iran, in difesa del regime, la guerra civile si è progressivamente internazionalizzata e il ruolo dei due partner internazionali è stato fondamentale, in particolare l’aiuto militare russo, per ripristinare la sovranità di Bashar al-Assad sul territorio siriano e neutralizzare le forme di dissenso al regime. Ad oggi l’ultima arena di scontro della guerra civile siriana è la provincia nord-occidentale di Idlib, in cui gli interessi di Ankara e Mosca, che sostengono fazioni rivali del conflitto, fanno fatica a trovare un compresso. Attraverso l’accordo di Sochi del 2018, i due hanno pattuito una divisione della città in due aree di influenza, creando una zona demilitarizzata lungo il suo perimetro, allo scopo di placare le tensioni tra i gruppi militari presenti sul territorio. A marzo di quest’anno, entrambe le parti hanno ribadito la necessità di un immediato cessate il fuoco all’interno dell’area, al fine di evitare una nuova escalation delle violenze a nord della Siria, ma le tensioni rimangono e le trattive internazionali, riguardo la risoluzione della crisi siriana, che perdura da nove anni, sono in stallo.

Nuove e vecchie pressioni sul regime

Negli ultimi giorni, una nuova ondata di proteste sta interessando alcune aree del paese – il governatorato meridionale diSweyda, a maggioranza druza, Dara e Aleppo, la città distrutta dai bombardamenti delle forze filogovernative – facendo parlare i media locali di un ritorno della Primavera Arava del 2011 nel paese.  I manifestanti, alla luce dell’attuale collasso dell’economia del paese, accusano le autorità statale essere responsabile del collasso dell’economia del paese e chiedono la caduta del regime.   In risposta a tali accuse, Damasco ha replicato dicendo che è il ‘’terrorismo economico’’ degli Stati Uniti, istituzionalizzato dal ‘’Caesar Act’’, ad essere la causa delle precarie condizioni socio-economiche in cui vessa la maggior parte della popolazione siriana e dell’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità. Oggi, dunque, pressioni interne e internazionali stanno mettendo di nuovo a dura prova la resistenza del clan degli Assad, all’interno del quale, nelle scorse settimane, sono volate accuse tra il presidente siriano e  Rami Makhlouf, suo cugino appartenente alla classe imprenditoriale sunnita, in merito alla al mancato risarcimento di alcuni debiti e la gestione delle finanze dello stato. Le ingenti risorse statali, che sono stata sperperate dai membri del clan degli Assad nel corso dei nove anni di guerra, sono parte del fallimento del sistema autoritario e neo-patrimoniale instaurato nel paese all’indomani dell’ascesa al potere di Hafiz al-Assad negli anni Settanta.  Questo insieme di elementi – il collasso dell’economia siriana, le tensioni a Idlib, le divergenze all’interno della famiglia al potere, l’esplodere di nuove proteste popolari e l’entrata in vigore del ‘’Caesar Act’’ – ci pongono davanti alle seguenti domande: fino a che punto riuscirà a resistere il clan degli Assad e, questa volta, quale sarà il sostegno offerto dai suoi alleati internazionali che, in passato, sono stati fondamentali per la sopravvivenza del regime?

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Nicki Anastasio

Nicki Anastasio

Sono Nicki Anastasio, studio presso la facoltà di relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’Orientale. Da quasi cinque anni vivo a Napoli, per studio e lavoro, ma sono originario della Costiera Amalfitana. Negli ultimi tre anni, ho fatto due esperienze studio in Marocco e in Egitto che mi hanno permesso di approfondire lo studio della lingua araba e della cultura dei paesi arabo-islamici, di cui sono affascinato sin da piccolo. Dopo aver conseguito la laurea triennale in mediazione linguistica e culturale, ho ritenuto che analizzare le complesse dinamiche geo-politiche che caratterizzano i paesi della macro area medio-orientale fosse il proseguimento più naturale e spontaneo dei miei studi. Ritengo che per comprendere le ragioni alla base della perenne instabilità dell’area più calda del mondo sia necessario costruire una genealogia della crisi di legittimità che caratterizza gran parte dei suoi stati, considerando le specificità storico-culturali e socio-economiche di ogni contesto nazionale. Sono molto fiero di far parte dello IARI, una comunità di analisti unica nel suo genere.
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