Per un Paese come il Canada l’Artico è sempre più un imperativo per la politica interna e l’immagine stessa della nazione. D’altronde il Canada possiede una porzione di territorio “artica”, seconda per dimensioni solo a quella russa; pare ovvio quindi, che Ottawa miri ad un ruolo maggiore nell’area. I territori canadesi nell’Artico, sono lo Yukon, i Territori del Nord-Ovest, e il Nuvanut, poi le isole dell’arcipelago Artico Canadese. Il Paese ha sempre puntato ad una politica assertiva ed anche nel perseguire questi scopi sembra voler procedere in questa direzione. Questo è motivato senza dubbio dalla volontà di voler mantenere la sovranità nazionale sulle 1600 isole dell’artico canadese. Un proverbio canadese dice “nessuno sa esattamente dove finisce il Canada”; cosa quanto mai vera, ma si pone l’urgenza di definire con precisione i confini marittimi di questo paese.

 

Ma il Canada può davvero fare la voce grossa?

 

Ancora numerosi contenziosi interessano Ottawa, in particolare con Russia e Stati Uniti. Con la Russia vi è il problema legato alla dimostrazione scientifica che la dorsale di Lomonosov costituisca il prolungamento della propria piattaforma continentale. Tale dimostrazione andava fornita entro dieci anni dalla ratifica della Convenzione di Montego Bay che i russi hanno ratificato nel 1997 e attualmente si parla per grandi linee di prove di forza che hanno attribuito il territorio alla Russia, ma è tutto ancora poco chiaro. Il Canada assieme alla Danimarca, pur non avendo fretta riguardo hanno siglato nel 2005 un memorandum d’intesa che ha sancito una sorta di alleanza per dividersi l’onere degli accertamenti scientifici sulla dorsale Lomonosov, in particolare nell’area di confine, tra l’isola canadese di Ellesmere e la Groenlandia. La speranza è quella di giungere ad una delimitazione concordata.

Il Canada usufruisce di circa 1.750.00 km di piattaforma continentale,dall’Artico all’Atlantico. Per questo motivo è facile comprendere il ruolo importante nello sfruttamento delle risorse, dato che, si stima, possegga il 25% di riserve di greggio e gas naturale, oltre ad oro, platino, manganese, nickel, stagno, piombo e diamanti. La prospettiva futura è che i cinque attori artici comincino a pianificare un progetto per applicare la mediana (linea immaginaria che taglierebbe a metà l’Artico, dallo stretto di Bering all’Atlantico, attraverso il Polo Nord). Questa è l’ipotesi sostenuta da Canada e Danimarca; di opinione inversa sono Norvegia e Russia che propendono per l’istituzione di una spartizione mediante il metodo dei settori ( si assume il Polo Nord come centro, da qui, si divide l’Artico in cinque porzioni).

Con gli Stati Uniti invece, è da tempo che si tenta di affrontare una serie di controversie. Oggetto della contesa è il confine tra l’Alaska e lo Yukon, in territorio canadese, nel mare di Beaufort. In questa zona il disaccordo nasce perché Ottawa vorrebbe applicare in mare il semplice criterio della prosecuzione lineare del confine terrestre, mentre gli americani vorrebbero ridisegnare il confine partendo ad angolo retto dalla costa. Altro oggetto di discussione è il regime giuridico relativo al passaggio a nord-ovest, il passaggio, chiamato Artic Grail, scoperto da Roald Amundsen, che collega l’Atlantico al Pacifico, dalla baia di Baffin al mare di Beaufort, attraverso l’arcipelago artico canadese. Per Ottawa si tratta di acque interne, pertanto sottoposte alla piena sovranità canadese; gli americani invece vorrebbero considerarlo stretto internazionale, e quindi soggetto al “diritto di passaggio in transito non sospendibile”.

Il Canada, vanta a sostegno della propria tesi, la minoranza Inuit e le responsabilità in quanto Stato costiero per il monitoraggio in funzione di soccorso marittimo e di controllo dell’inquinamento prodotto dalle navi che navigano in aree ristrette e pericolose. Come se non bastasse, in tempi recenti, dominati dal dibattito sul terrorismo internazionale, il Canada afferma di non poter concedere a chiunque il libero passaggio in quest’area. Affascina invece la possibilità di accordo proprio con Washington: si delinea infatti la possibilità di un’intesa bilaterale Ottawa-Washington che, pur nel riconoscimento formale della sovranità canadese sul Passaggio a Nord-Ovest, consenta in massima il passaggio alle navi esclusivamente statunitensi, in nome della sicurezza nazionale. Una simile possibilità sfocerebbe nel giuridico ius alios excludendi1, per uscire da questa impasse che interessa i due paesi.

 

Ottawa alla ri-scoperta dell’Artico: mappatura e investimenti.

 

Nuvanut, Canada

.Gli sforzi di Ottawa per mappare l’Oceano Artico Centrale nel tentativo di presentare un caso scientifico per la rivendicazione del Canada al Polo Nord rappresentano un notevole investimento posto in essere dal governo Trudeau, con lo scopo di rivendicare porzioni artiche con dovizia di precisione. Secondo Michael Byers presidente canadese di ricerca in Politica globale e diritto internazionale presso l’Università della British Columbia e autore di diritto internazionale e artico questa mappatura è uno spreco monumentale di soldi dei contribuenti, dato che secondo il diritto internazionale il Canada non agisce legalmente per l’affermazione del Polo Nord.

Sotto l’egida di Trudeau, prima della crisi di marzo 2019 e prima della tornata elettorale di ottobre, molto è stato fatto anche in chiave di promozione turistica. In primo luogo, collegamenti stradali con le zone artiche: da novembre 2017 infatti è aperta la nuova grande autostrada verso l’Artico, quella che nel passaggio a Nord-Ovest del Canada collega per oltre 140 km Inuvik a Tuktoyaktuk.

 

Scenari futuri per l’Artico Canadese. Cosa cambia dopo il voto?

 

Reggere il confronto con Mosca? È presto per dirlo. Se l’intento del Canada è porsi alla stregua dei russi, urge dialogare con le altre potenze della regione: occorre trovare qualcuno che accetti di dividersi gli oneri per diminuire la dipendenza economica dalla Russia. In questa corsa, il Canada sta estraendo quantità di gas e petrolio, come mai fino ad ora. D’altro canto si fa l’argo la suggestiva ipotesi di un congiunto piano di sicurezza con gli americani, seppur abbastanza irrealizzabile dato che i canadesi dovrebbero poi sottostare alle richieste di Washington.

In ultima analisi non è da escludere, anche per il Canada la pista asiatica: infatti, mentre il passaggio a nord-ovest è lontano dal diventare una rotta marittima commercialmente valida, un moderato aumento delle spedizioni attraverso le acque artiche canadesi ha il potenziale per cambiare il rapporto di Ottawa con i suoi partner commerciali asiatici, in particolare la Cina.

In conclusione lo scenario in analisi risulta essere ancora in via di definizione, soprattutto dopo l’esito delle elezioni legislative, svoltesi in Canada il 21 ottobre 2019. Dallo spoglio è risultato vincente il Partito Liberale guidato dal premier uscente Justin Trudeau, il quale, pur vincendo, non ha ottenuto abbastanza seggi per governare da solo. Quasi sicuramente si formerà un governo di minoranza con il Nuovo Partito Democratico. Ciò potrebbe creare qualche problema politico, non solo per la tenuta del governo, ma anche per le linee programmatiche da condividere ed attuare.

 

Il premier canadese Justin Trudeau

Se il premier canadese riuscirà a proseguire nel suo intento, a suo dire “progressista” potremmo assistere ad uno scenario del tutto nuovo: uno scontro a due, ma questa volta a contendere lo strapotere russo non ci saranno gli Stati Uniti, ma il Canada. Il lavoro del Canada per recuperare terreno sul fronte energetico è notevole ed è possibile che Ottawa si ponga come interlocutore con tutti quei paesi che vogliono liberarsi dalla dipendenza energetica di Mosca.

 

Note

1 Diritto di escludere tutti gli altri. L’espressione indica il carattere di esclusività tipico del diritto di proprietà. Il proprietario, mediante azione negatoria, può far dichiarare inesistenti le pretese accampate da terzi.

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Domenico Modola

Domenico Modola

Vivo a Brusciano (NA) laureato in Scienze Politiche, Studi Internazionali presso L’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” , con una tesi in Geografia Politica delle Relazioni Internazionali. La macroarea di cui mioccupo è l’Artico. Scrivo di tutti gli aspetti relativi alla geopolitica di quei territori. Lo IARI Mi sta dando una grande opportunità di crescita, con annessa la possibilità di fare ciò che veramente mi piace. Essere analista IARI vuol dire confronto con una realtà seria e professionale, ma formata da giovani. Far parte di una redazione come quella di IARI è un grandissimo slancio. Il think tank offerto grazie alle analisi di redattori e collaboratori è un utilissimo mezzo per comprendere al meglio le dinamiche mondiali. Le analisi pubblicate sono di continuo stimolo e approfondimento.
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