Dai catastrofici incendi in Siberia alle proteste di piazza ad Ekaterinburg, gli ultimi sono stati mesi “caldi” per il Cremlino. La leadership russa deve fare i conti con tematiche ambientaliste che possono ridefinire il futuro ruolo politico-energetico della Federazione, con ripercussioni a livello globale.

Provate per un secondo ad immaginare se, nel giro di qualche giorno, un’impetuosa ondata di fiamme riducesse letteralmente in cenere un decimo della penisola italiana – uno scenario che, a definirlo distopico, gli si farebbe forse un complimento. In realtà, la tempesta di fuoco che ha divorato milioni di ettari di Siberia nelle ultime settimane si è rivelata una crudissima realtà, piuttosto che fantascienza. A dimostrarlo sono le immagini scattate dai pochi aerei di soccorso riusciti a sorvolare il fumoso spazio sovrastante la taiga in Jakuzia, nel kraj di Krasnoyarsk e nell’oblast’ di Irkutsk – tra le aree maggiormente colpite, tutte nella parte orientale della regione siberiana. Da un lato, le asperità climatiche che caratterizzano quest’ultima dall’alba dei tempi rendono la Siberia un territorio scarsamente abitato – circostanza che ha sinora evitato danni diretti alle persone del posto, ad eccezione del tragico decesso di una bambina in un complesso turistico. Tuttavia, dall’altro lato, una sconfinata fascia di territorio (quasi) incontaminato non ha potuto nulla contro l’imperio delle fiamme – favorito dall’effetto combinato di temporali senza pioggia, temperature calde (le massime a Krasnojarsk viaggiano intorno ai 30° C) e forti venti propagatori, oltre ad una più che probabile mano umana. Se si aggiunge il mancato stanziamento di fondi adeguati per contrastare il fenomeno – sia sistemico che occasionale – ai livelli federale e statale, e nonostante una (pur tardiva) risposta da parte di Mosca, il quadro è completo.

Il perché si possa parlare a pieno titolo di “dramma ecologico” è dato dall’analisi delle conseguenze: la perdita di 4 milioni di ettari siberiani (13 dall’inizio dell’anno, secondo Greenpeace) comporta un rilascio esponenziale di anidride carbonica nell’atmosfera, oltre ad una minore capacità di assorbimento di CO2 da parte della natura. Beninteso, non è certo il primo anno che l’estate si rivela foriera di incendi in Siberia, ma sono le dimensioni esiziali del fenomeno di questi giorni a preoccupare ambientalisti e non. Un fenomeno, questo, che accelera inoltre lo scioglimento del permagelo siberiano ed artico, aggravando sensibilmente la dinamica già critica del riscaldamento globale.

La Russia, con il suo territorio iper-esteso, è difatti un fattore decisamente determinante nella ricerca di una soluzione al cambiamento climatico. La Federazione è il quarto Paese al mondo per produzione complessiva di CO2 – sebbene questa sia in calo rispetto alla fine dello scorso secolo. È proprio il riferimento ai parametri degli anni ’90 su cui Mosca gioca la sua partita: non è un paradosso che, a fronte dell’impegno russo di ridurre le emissioni di CO2, queste continueranno a crescere almeno fino al 2030. Il target di Mosca fa appunto riferimento alle emissioni assai alte di diossido di carbone relative ai primi anni ‘90 (quasi 4 miliardi di tonnellate), non a quelle odierne – il che permette un incremento netto della produzione attuale (dai 2,6 correnti si arriverà a 3 miliardi di tonnellate nel 2030).

Mosca ha sinora tergiversato nella ratificazione dell’Accordo di Parigi, anche se la situazione pare destinata a mutare: all’inizio di luglio, il Cremlino ha dato indicazione ai dicasteri dell’ambiente e degli affari esteri di presentare un progetto di legge affinché la Duma possa finalmente ratificare il trattato internazionale concluso nel 2015 a Parigi.

Nel corso di una conferenza ad Ekaterinburg, il presidente Vladimir Putin ha riconosciuto la drammatica situazione climatica e la sua correlazione con siccità, cattivi raccolti e catastrofi naturali. Tuttavia, il presidente ha rimarcato che bisogna fare altresì attenzione agli “effetti collaterali” delle scelte a favore dell’ambiente (ha fatto scalpore la sua affermazione – ripresa dai media – relativa a presunte morie di uccelli per mancanza di vermi, dovuta alla proliferazione di turbine a vento), preferendo un approccio che non contempli un abbandono completo dell’energia nucleare e di combustibili fossi. Di cui, ça va sans dire, la Russia è uno dei maggiori produttori mondiali.

Oltre alla componente “morale” della svolta ambientalista russa, ci sono anche almeno un paio di ragioni strategiche: il Governo russo ritiene che l’aumento di domanda per energia a basse emissioni di carbonio conferisca un vantaggio competitivo ai Paesi che producono beni con energia più pulita. Inoltre, la firma dell’Accordo di Parigi sui gas serra dà a Mosca la possibilità – più volte evocata da Putin – di partecipare attivamente ai futuri negoziati per proteggere i propri interessi nelle sedi internazionali competenti, in vista del Global Climate Action Summit dell’ONU di settembre.

Curiosamente – per quanto spazio possa essere lasciato alla casualità in politica –, le dichiarazioni di Putin sono state rese in una città particolare. Si parla della stessa Ekaterinburg nella quale, lo scorso maggio, migliaia di manifestanti inscenarono una protesta di piazza per fermare la pianificata costruzione di una cattedrale ortodossa. Il progetto poteva contare sul forte sostegno del patriarca Cirillo, oltre che del governatore dell’oblast’ di Sverdlovsk, Evgenij Kuyvashev. Il prospetto risaliva al 2010, e prevedeva l’erezione di un edificio sacro – replica di una chiesa distrutta dai sovietici nel 1930 – su un luogo attualmente adibito a parco pubblico, uno dei pochi “polmoni verdi” della quarta città russa per popolazione. Le proteste hanno però sortito l’effetto sperato, dato che le autorità locali hanno deciso di costruire la Cattedrale di S. Caterina in un altro luogo della città.

È da dinamiche come quelle sopra descritte che si comprende la complessità dei fattori che gravitano attorno all’ambientalismo nella Federazione. La Russia, come accennato, è il principale esportatore mondiale di gas naturale – un combustibile fossile meno inquinante di carbone e petrolio, ma comunque difficilmente sostenibile per l’ambiente nel lungo periodo – con notevolissime riserve di carbone, petrolio, ed una sviluppata rete di energia nucleare (che soddisfa il 15% della domanda nazionale). Le parole di Putin vanno lette in tal senso: mosse radicali che sanciscano un abbandono dei metodi sinora prevalenti di approvvigionamento energetico comporterebbero uno shock anzitutto economico per la Russia, sia sul piano interno che sul piano dell’export. Ridimensionare l’uso di combustibili fossili significherebbe ridimensionare tout court l’economia russa.

Da almeno un decennio, tuttavia, la Russia sta cercando di ridurre la propria dipendenza dai combustibili fossili in favore di energie rinnovabili. “Sotto questo aspetto, va tenuto conto del fatto che l’energia idroelettrica vale attualmente il 16% della produzione energetica complessiva nazionale – percentuale quasi coincidente col nucleare (per un totale di 31-32% di energia “pulita” non fossile)”. La vera sfida per il Cremlino sarà, dunque, quella di affrancarsi in maniera graduale dalle tradizionali fonti energetiche e sfruttare le caratteristiche naturali del suo territorio – che attualmente sfruttate lo sono solo al 10%. Il costo da pagare non sarà basso, ma potrebbe essere l’investimento che ribadirà la leadership energetica russa anche nel venturo mondo green-friendly.

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Gennaro Mansi

Gennaro Mansi

Gennaro Mansi, nato a Battipaglia (SA) nel 1996, è laureando in Giurisprudenza presso l'Università di Bologna, dopo aver trascorso un semestre di studio alla Higher School of Economics (ВШЭ) di Mosca. Analista politico-giuridico per l'Osservatorio Russia, è altresì membro del CdA dell'associazione culturale "Geopolis - Limes Club Bologna". Svolge il ruolo di Senior Associate Editor all'interno della University of Bologna Law Review, oltre a condurre un programma settimanale di approfondimento politico quale speaker per Radio 1088.
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