Il Perù, uno dei primi Paesi latinoamericani ad imporre la quarantena obbligatoria, è costretto ad aggiornare quotidianamente il conteggio degli infetti e dei decessi. Gli aiuti economici della giovane ministra Alva, hanno le potenzialità per evitare al Perù una crisi economica, dopo il boom degli ultimi anni. Il problema maggiore resta però il sistema sanitario.

Il 16 marzo, il governo peruviano ha decretato lo stato di emergenza sanitaria dovuto al propagarsi del Coronavirus, ordinando alla popolazione di non uscire di casa se non per l’acquisto di alimenti e medicinali. Nonostante sia stato – insieme all’Ecuador – il primo Paese ad imporre una quarantena obbligatoria (che durerà fino al 30 giugno), oggi il Perù conta 178.914 casi di contagio, secondo nella regione solo al Brasile. La spiegazione di tale avvenimento è da ricercare in primis nell’alto tasso di test effettuati: 820.967 test realizzati su una popolazione di 32 milioni di abitanti (il Brasile conta una popolazione sei volte superiore a quella peruviana ma fino a metà maggio aveva effettuato solo 735.224 test). Questo però non è l’unico fattore da tenere in considerazione, la curva di contagi, infatti, indica anche una falla nell’intero sistema di isolamento, principalmente per il fatto che il 71% della popolazione peruviana vive di espedienti giornalieri ed è costretta ad uscire da casa per guadagnarsi gli introiti minimi per la sopravvivenza. Inoltre, bisogna considerare le condizioni di vita arretrate dei peruviani: nella fascia bassa della popolazione solo il 21,9% possiede un frigorifero e ciò rende difficile impedire le uscite giornaliere.

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Il costante aumento di contagi ha costretto il Presidente della Repubblica Martín Vizcarra a prolungare il periodo di quarantena, ponendo in grave pericolo l’economia peruviana. A cercare di arginare tale minaccia, però, ci pensa la ministra dell’Economia e delle Finanze María Antonieta Alva, ribattezzata dalla popolazione ‘Toni’. La neo ministra 35 enne (ha iniziato il suo mandato lo scorso ottobre) ha spronato il governo ad adottare una serie di medidas economicas(misure economiche) aggressive ed ambiziose rivolte sia alle piccole aziende sia ai singoli cittadini. Come risposta agli aiuti concessi e all’attitudine di ‘Toni’ di rivolgersi in maniera semplice al Paese, la sua popolarità è cresciuta esponenzialmente.

 Ma in cosa consiste questo pacchetto di misure economiche? 

Su suggerimento di Alva il Perù ha presentato uno dei pacchetti di aiuti economici più aggressivi al mondo” – citando il Wall Street Journal – in rapporto alle dimensioni dell’economia nazionale peruviana. Queste cinco medidas clavesdestinate a fronteggiare la crisi dovuta al Coronavirus sono state programmate per aumentare la spesa pubblica e le agevolazioni fiscali e per concedere una serie di prestiti alle imprese in difficoltà.

Le misure cercheranno di avere un ampio raggio e raggiungere tutte le diverse fasce della popolazione peruviana: si parla di bonus di 380 soles (108 dollari) per le famiglie in difficolta (quasi nove milioni) e per i lavoratori informali – per una spesa totale di 85 milioni di dollari – e dell’accesso ad un fondo di “indennità per il periodo di servizio” di 685 dollari, che stimoli la liquidità del sistema. Oltre a questi aiuti, il governo ha posticipato gli obblighi fiscali, iniettando nelle casse pubbliche quasi 3 miliardi di dollari. La ministra Alva non ha dimenticato le imprese; a tal proposito, El Banco Central de Reserva del Perù investirà 8.500 milioni di dollari al fine di poter finanziare prestiti bancari, garantiti dal governo, a circa 3500 piccole e micro imprese. Oltre le medidas economiche, è in corso la progettazione della “Fase 2”, ovvero sostenere la riattivazione economica del Paese attraverso un’iniezione di 30 miliardi di dollari in investimenti pubblici fortemente colpiti dalla crisi – come il turismo. Per comprendere lo sforzo e l’enormità di questo pacchetto di aiuti, basti pensare che esso rappresenta il 12% del Pil totale peruviano.

Se l’inattesa ed esponenziale popolarità riservata alla ministra María Antonieta Alva potrebbe far pensare ad una ritrovata fiducia dei peruviani verso le istituzioni, le feroci critiche indirizzate alla gestione del sistema sanitario indeboliscono la possibilità che questo scenario si avveri. Il Perù possiede sulla carta la capacità necessaria per affrontare l’emergenza, ma in poche settimane non è possibile rimediare agli errori degli ultimi vent’anni. La mala gestione del servizio sanitario nazionale non è addossata, infatti, ad un solo colore politico. Bisogna ricordare che a partire dal 2000, l’economia peruviana ha registrato un’impennata; la crescita media del Paese negli ultimi due decenni è stata del 4,9%, un risultato sorprendente rispetto agli altri paesi latinoamericani. Il decollo dell’economia – dovuto agli alti prezzi delle materie prime possedute dal Perù nel mercato internazionale – ha reso possibile mettere in ordine i conti fiscali del Paese e tenere a freno l’inflazione. Nonostante ciò, il sistema sanitario è stato lasciato in secondo piano e il Coronavirus sta rendendo evidente la fragilità dei progressi economici del Paese.   Durante gli anni del boom economico molto denaro che sarebbe dovuto esse investito nel settore sanitario è andato perso per colpa di inefficienza o corruzione – come segnala alla BBC Diego Macera, presidente dell’Istituto Peruviano di Economia (IPE).

Una parte sostanziale di questo denaro è stata assegnata alle amministrazioni regionali e locali che non sono state in grado di attuare i cambi richiesti. Oltre a ciò, è necessario tenere in considerazione che il problema principale della riforma del sistema sanitario nazionale non ha tanto a che vedere con la quantità di risorse assegnate, quanto all’alto costo politico che una riforma del genere comporterebbe. La spesa sanitaria, infatti, non produce risultati a breve termine: ciò che viene iniziato da un governo quasi sicuramente finirà e porterà beneficio ad un’altra amministrazione. Negli ultimi tre anni, nonostante una crescita della spesa pubblica, il budget riservato ai progetti del Ministero della Salute è stato limitato. Nel 2017 fu solo del 44%, nel 2018 del 57% e nel 2019 non superava il 68%. La responsabilità è da ricercare anche nell’instabilità governativa: il Perù ha visto avvicendarsi, infatti, sette ministri della Salute in soli quattro anni. L’ultimo cambio riguarda l’attuale ministro della Sanità, Victor Zamora, il quale all’inizio della pandemia ha preso il posto di Elizabeth Hinostroza dato che quest’ultima non aveva le conoscenze in materia di sanità pubblica richieste dall’Esecutivo per l’occasione.

Il lavoro del presidente Vizcarra è stato sicuramente significativo: all’inizio della pandemia il Perù poteva contare solo su 276 posti di terapia intensiva ma durante l’emergenza il governo è riuscito ad ampliare la disponibilità di posti a disposizione arrivando a contarne 800. Anche per questo motivo oggi il Presidente ha un indice di gradimento dell’80%. Nonostante ciò, il bagliore iniziale della reazione di Vizcarra si è attenuato con il passare del tempo e con il peggiorare della situazione negli ospedali. Il successo nella gestione della crisi potrebbe non essere sufficiente a colmare le lacune strutturali del sistema sanitario peruviano. La rapida riattivazione economica e l’allentamento delle misure di isolamento sociale – per disposizione del governo ma soprattutto come risposta alle esigenze della popolazione – esercitano una forte pressione su un sistema già saturo. Tutto questo potrebbe ridurre il margine di azione necessario ad evitare che il Perù sprofondi – insieme agli altri Paesi della Regione – in una grave crisi socio-economica.

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