All’interno della strategia cinese nel cyberspazio acquisiscono fondamentale importanza i concetti di  “information supremacy” e manipolazione delle informazioni, quali principali obiettivi da perseguire al fine di influenzare le scelte del proprio avversario. In un mondo interconnesso attraverso grandi piattaforme digitali, sono i social network ad essere i principali agenti d’informazione e di condivisione, grandi serbatoi di dati che possono rivelarsi molto utili per il controllo e la previsione dei comportamenti umani.

La Cina, però, possiede quello che viene chiamato in modo ironico Great Firewall (o Golden Shield Project), un progetto definitivo dal 2006 ma in sperimentazione dal 2003 che ha il fine di censurare contenuti potenzialmente sfavorevoli in entrata. La conseguenza diretta di tutto questo è l’impossibilità (se non tramite l’utilizzo di VPN) di accesso da parte dei cittadini della RPC alle piattaforme online designate (come ad esempio Facebook e Twitter). Questo ha così permesso la nascita di cloni o di servizi con funzioni molto simili (Baidu al posto di Google o YouKu al posto di Youtube) per permettere agli utenti di godere delle stesse esperienze.

In verità, la Cina non ha comunque rinunciato all’utilizzo dei social network vietati. È infatti notizia recente, quella riportata da Google  in merito alla sospensione di 210 account su Youtube che, coordinatamente, durante le proteste ad Hong Kong, diffondevano video con l’obiettivo di influenzare sfavorevolmente l’opinione in merito alle vicende. L’uso delle VPN non ha permesso di collocare effettivamente l’origine degli account, anche se i sospetti sono ricaduti direttamente sul paese.

Nello stesso periodo, Twitter rimuove 936 account cinesi che, secondo quanto riportato, agivano anche qui in maniera coordinata per screditare i manifestanti della città. Secondo quanto scritto dal social network in questione, si tratta di operazioni sponsorizzate dallo stesso Paese. Come riportato da Quartz, il paese, anche attraverso la Cyberspace Administration of China (organo preposto al controllo di internet), avrebbe indetto un bando per la creazione di overseas social accounts per promuovere il punto di vista cinese nei social network.

TikTok, il grande progetto social di ByteDance (startup cinese con sede a Pechino) fondata da Zhang Yiming, è ad oggi sotto i riflettori. Infatti, essendo anch’esso un social network basato sulla condivisione video, può diventare uno strumento essenziale in una strategia di manipolazione o di occultamento (oltre che di acquisizione) dell’informazione. L’applicazione è stata scaricata in 150 mercati diversi con più di un miliardo di download. Il meccanismo di funzionamento è differente da quello delle altre piattaforme più conosciute, in quanto i feed vengono gestiti da un algoritmo il quale decide che tipo di video mostrare agli utenti, controllando la suddivisione e distribuzione di informazioni.

Il The Guardian stesso aveva allertato l’opinione pubblica tramite un’inchiesta che rivelava l’esistenza istruzioni per la censura di alcuni contenuti. TikTok è infatti stato accusato di censura sia per aver sospeso l’account ad una ragazza che denunciava la situazione in Xinjiang (riabilitato dopo un’ora), sia per il trasferimento di dati di un utente americano verso la Cina, nonostante in una dichiarazione di ottobre avesse chiarito che le informazioni di questi venivano mantenute negli Stati Uniti, con server di backup localizzati a Singapore.

Ma l’azione cinese in questo campo non si esaurisce qui; In base a quanto indicato da Rocco Sicilia, consulente come Ethical Hacker nella simulazione di attacchi informatici per migliorare le difese dei suoi clienti, pare sussistere il fenomeno della creazione di falsi profili sul social network LinkedIn (apparentemente cinesi) per reclutare a pagamento dei Penetration Tester al fine di proporre attività di recupero dati illecite.

Oltre a questo, il social viene utilizzato anche per l’acquisizione di informazioni riservate direttamente da utenti statunitensi da parte dell’intelligence cinese. Essi possono poi offrire viaggi pagati in Cina per un colloquio o uno scambio di ricerche.

Il partito è senz’altro consapevole dell’importanza che questi nuovi mezzi di comunicazione hanno acquisito nel tempo, sia nelle interazioni sociali sia come veicolo di opinioni e mezzo di confronto. Come riportato da un interessante studio dell’American Political Science Review chiamato “How the Chinese Government Fabricates Social Media Posts for Strategic Distraction, Not Engaged Argument” emerge la possibilità che la macchina della propaganda statale abbia assunto 2 milioni di commentatori online per i social network cinesi, chiamati 50c (per via dell’errata concezione che venissero pagati 50 centesimi a commento). Si stima che il governo fabbrichi e pubblichi circa 448 milioni di commenti sui social media all’anno. All’interno di questa ricerca si dimostra che la strategia del regime cinese sia quella di evitare di discutere con gli scettici in merito al partito e al governo e di non discutere nemmeno di questioni controverse. L’obiettivo è quello di distrarre strategicamente l’attenzione da argomenti scomodi, cercando di scoraggiare l’azione collettiva e sostenendo il paese e la sua storia rivoluzionaria.

È chiaro, dunque, che la competizione geopolitica non si esaurisca solamente all’interno degli spazi fisici ma anche e soprattutto in quelli virtuali, considerando poi l’importanza riconosciutagli dal governo stesso nei rapporti con i suoi cittadini. Il controllo delle fonti di informazione e della loro diffusione è cruciale quanto se non di più della messa in sicurezza di un giacimento petrolifero: con la perdita del secondo, si rischiano forti scioperi dovuti all’elevato prezzo della benzina e dei servizi. Con la perdita del primo, si rischiano immediate rivolte sociali tali da minare la sicurezza nazionale di un paese.

 

 

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