All’indomani della nona tornata elettorale per rinnovare l’Europarlamento, ci si chiede quale sarà il futuro dell’Austria e della Grecia, tenendo conto delle questioni interni ad entrambi i Paesi. Il terremoto politico provocato dall’Ibizagate in Austria è stata la “goccia che ha fatto traboccare il vaso”. In Grecia, invece, il voto europeo, considerato come un referendum sul mandato di Tsipras, ha provocato le elezioni anticipate.

Come da consuetudine, dopo ogni elezione ci sono problemi che vanno e problemi che vengono. E la polvere sotto il tappeto tende sempre a cumularsi. In Austria il tappeto è stato smosso e la polvere ha portato le sirene europee a lampeggiare per i timori di una deriva sovranista del Paese, dove il partito di estrema destra si pensava potesse raggiungere un buon risultato. Si pensava, appunto. Infatti, in seguito all’Ibizagate, lo scandalo avvenuto alla viglia delle elezioni europee che ha visto come protagonista di un video Heinz-Christian Strache, vice-cancelliere e leader del partito di estrema destra FPÖ (Freiheitliche Partei Österreichs), che parla di fare affari con i russi in cambio di finanziamenti illeciti e scambi di favore, il governo è caduto.

Paradossalmente, per l’ormai ex cancelliere Sebastian Kurz non è bastato il trionfo ottenuto dal suo partito, l’OVP (Österreichische Volkspartei), alle Europee (34,9% delle preferenze – 8 punti in più rispetto al 2014) per salvarsi. Lo scandalo ha innescato una sorta di Blitzkrieg. Dopo le dimissioni di Strache, l’ex Kaiser ha deciso di liquidare anche i restanti ministri del FPÖ, in primis fra tutti il Ministro degli Interni Herbert Kickl, perdendo de facto l’alleato di Governo e restando in balia di una mozione di sfiducia avanzata dai Socialdemocratici di Pamela Rendi-Wagner e sostenuta dagli ex alleati. Con una “manciata di seggi” Kurz è stato costretto a dimettersi e il Nationalsrat, con 103 voti a favore, a consegnare le chiavi di Ringstraße al Presidente della Repubblica Alexander Van der Bellen, provocando il voto anticipato previsto per settembre.

Per attraversare il Danubio è, però, necessario un traghettatore. Sulla base di quanto scritto nella Costituzione austriaca, a guidare il Paese verso le nuove elezioni dovrà essere un governo tecnico nominato dal Presidente federale: la scelta è ricaduta su Brigitte Bierlein, 70 anni, presidente della Corte Costituzionale fino al giorno della nomina a cancelliera ad interim.

Sebastian Kurz, l’ex cancellieri austriaco

Molte voce vicine al partito di estrema destra piuttosto che fare un mea culpa hanno accusato l’ex Kaiser di aver abusato dello “scandalo Ibiza” per indire le elezioni anticipate, liquidare gli alleati e prendere il controllo assoluto dell’esecutivo. Forte dei consensi ottenuti dal suo partito alle europee (raggiungendo, peraltro, il miglior risultato di sempre da quando l’Austria è diventata membro dell’Unione Europa nel 1995) non è difficile ipotizzare una campagna elettorale autonoma guidata dall’ex Kaiser che gli possa permettere di capitalizzare il 35% raggiunto il 26 aprile al fine di ottenere ulteriori seggi nel Nationalsrat (nel 2017 il Partito di Kurz ha ottenuto 62 seggi su 183) e rivestire nuovamente la carica di Cancelliere. Gli effetti della “bomba Strache” non sono rimasti bloccati tra le sola mure austriache: inizialmente, i primi a preoccuparsi durante la vigilia delle europee sono stati i membri del PPE (Partito popolare europeo) a cui aderisce anche il partito di Kurz e che deve far fronte alle ormai ben note spinte sovraniste del leader ungherese, Viktor Orban, e dei suoi colleghi, quali Salvini e Le Pen. Nonostante tutto, il partito popolare di Kurz ne è uscito più forte: tante le preferenze per i popolari, molto meno, invece, per gli estremisti del FPÖ, i quali si sono fermati intorno al 17%, quasi 7 punti in meno anche ai socialdemocratici del SPÖ (circa 23%). Insomma, un distacco che fa ben sperare non solo i membri del PPE, ma anche la corrente moderata europea.

Il primo ministro greco Alexis Tsipras

Meno fortunato di Sebastian Kurz è stato l’attuale premier greco Alexis Tsipras il quale, riconoscendo la sconfitta subita alle europee da parte del suo partito Syriza (Coalizione della sinistra radicale), ha annunciato elezioni anticipate per il mese di giugno o luglio. Il voto anticipato (che era previsto per il mese ottobre) è la conseguenza dell’avanzata del partito di centro-destra Nea Dimokratia (Nuova Democrazia) arrivato al 33% delle preferenze rispetto al risultato ottenuto dalla coalizione guidata da Tsipras, arenatasi intorno ad un magro 24%. Molto peggio è andata ad Alba Dorata, partito greco di estrema destra, che si è fermato sotto la soglia del 5% (4,88). Insomma, il Paese si prepara a tornare alle urne. A Tsipras non basteranno gli ultimi risultati ottenuti con l’Unione Europea, in primis l’uscita dal bailout che ha permesso alla Grecia di poter “tornare a camminare sulle proprie gambe”, per colmare otto anni di austerità che hanno limitato la sovranità economica del Paese, una ripresa economica lenta e l’accordo sul nome con la Macedonia del Nord che ha stizzito i cittadini greci e in particolare gli abitanti dell’omonima regione greca. Per i due Paesi membri la campagna elettorale per le prossime elezioni politiche sembra più sentita che mai. Inoltre bisognerà tener conto anche degli impegni europei dato che il Consiglio Europeo (a cui prendono parte i capi di Stato o di Governo di tutti i Paesi membri) dovrà riunirsi tra il 20 e il 21 giungo per discutere il rinnovamento delle cariche ai vertici delle istituzioni europee: in particolare per la nomina di Presidente della Commissione, Presidente del Consiglio Europeo, Presidente della BCE e Alto rappresentante Ue. Tanti i nomi presentati e altrettanta la speranza di poter (ri)vedere un’Europa più equilibrata.

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Raffaele De Bartolo

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