Le comunità nubiane non godono di alcun riconoscimento politico e culturale all’interno dell’Egitto. I dislocamenti forzati a cui sono stati sottoposti nel corso degli anni, in particolar modo a seguito della costruzione della diga di Assuan nel 1964, li hanno costretti ad abbandonare i loro territori d’origine a sud dell’Egitto. Le promesse del governo egiziano di risarcire economicamente i danni da loro subiti, a seguito della distruzione dei loro villaggi, e di consentire loro di far ritorno nei loro territori ancestrali, come previsto dalla Costituzione del 2014, non sono state mantenute

I Nubiani sono parte integrante della storia dell’Egitto. Questi hanno vissuto per centinaia di anni nelle prossimità dell’Alto Nilo, al confine tra l’Egitto e il Sudan, e la loro presenza è attestata sin dagli inizi della antica civiltà egizia. A partire dal secolo scorso, quando gli amministratori coloniali britannici hanno iniziato a costruire delle dighe in prossimità del Nilo, i nubiani hanno iniziato ad essere sottoposte a dislocamenti forzati. Nel 1964, sotto la presidenza di Gamal Abd al-Nasser, la costruzione della diga di Assuan, e la conseguente formazione del lago artificiale Nasser, ha fatto sì che gran parte dei loro villaggi venissero sommersi- Le comunità nubiane egiziane furono così reinsediate in appositi villaggi costruiti a sud dell’Egitto, principalmente nei pressi di Kom Ombo, a circa 50 km a nord della città di Assuan e lontani dai loro territori ancestrali.

Molti membri della comunità, insoddisfatti delle inadeguate strutture abitative da loro assegnate dal governo, decisero allora invece di trasferirsi altrove abbandonando le loro comunità originarie.  All’indomani della costruzione della diga di Assuan, il governo egiziano aveva promesso alle famiglie nubiane un risarcimento per i danni subiti. Ad oggi, tuttavia, gran parte di loro non ha ricevuto alcuna somma di denaro.Con l’ascesa del presidente Abd al-Fattah al-Sisi, le comunità nubiane avevano sperato di poter far ritorno nei loro luoghi d’origine, come era stato previsto Costituzione del 2014, ma così non è stato.

 

Le promesse disattese da parte del governo egiziano

 Nonostante l’Egitto sia firmatario di trattati internazionali in materia di riconoscimento di diritti delle minoranze etniche, come la Dichiarazione ONU sui diritti delle minoranze 1992, non è previsto alcun riconoscimento ufficiale della comunità nubiane in qualità di gruppo etnico all’interno del paese. La retorica statale ha sempre fatto leva sull’omogeneità della popolazione nazionale, marginalizzando le comunità nubiane. Alla luce di ciò, sono progressivamente emerse alcune forme di mobilitazione da parte di quest’ultime al fine di difendere i loro diritti all’interno del paese. Nel 2011, con lo scoppio della Primavera araba, gli attivisti nubiani hanno iniziato maggiormente a far sentire la loro voce. La rivoluzione egiziana ha rappresentato per molti giovani nubiani un’opportunità per rivendicare il loro diritto di far ritorno nei loro territori d’origine e, in aggiunta, ha permesso loro di denunciare il fatto che il governo egiziano non abbia mai intrapreso alcuna azione finalizzata a preservare il patrimonio culturale e linguistico dei Nubiani.

Nel 2014 è stato concesso ad alcuni rappresentanti delle comunità nubiane di prendere parte alla stesura della nuova Costituzione, che ha segnato la definitiva ascesa del presidente egiziano Abd al-Fattah al-Sisi. Al suo interno, l’articolo 236 ha riconosciuto ai Nubiani d’Egitto il diritto di far ritorno nei loro territori d’origine. (Articolo 236: “lo stato lavora allo sviluppo e all’attuazione di progetti per riportare i residenti della Nubia nelle loro aree originali e svilupparli entro 10 anni in le modalità organizzate dalla legge “.) Tuttavia, nel novembre dello stesso anno, il decreto presidenziale 444 ha stabilito la militarizzazione dei territori al confine col Sudan in quanto considerati ‘’territori di nessuno’’. Ed è proprio lì che le comunità nubiane avrebbero dovuto far ritorno. Il carattere anticostituzionale di tale decreto, in quanto in contrasto con l’articolo 236, ha fomentato i risentimenti delle comunità nubiane nei confronti del governo egiziano.

Tra il 2015 e il 2017 si sono verificate delle proteste da parte delle comunità nubiane, a cui le forze governative hanno risposto con arresti arbitrari. In questo stesso periodo, il presidente egiziano ha intrapreso una serie di progetti finalizzati alla riqualificazione agricola delle zone desertiche situate a sud del paese e la costruzione di strutture turistiche in queste aree, intaccando ripetutamente il diritto delle comunità nubiane di far ritorno nei loro territori d’origine.

 

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Forme di auto-sopravvivenza delle comunità nubiane

Il villaggio nubiano situato ad Assuan, al sud dell’Egitto, è esemplificativo della condizione di forte marginalità in cui si trovano a vivere i Nubiani all’interno del paese. La comunità nubiane hanno creato, all’interno di questo spazio ristretto, un proprio microcosmo che permette loro di conservare le loro tradizioni e le loro usanze. Il villaggio è diventato una tappa fondamentale per qualsiasi viaggiatore intenzionato a visitare l’Egitto nella sua interezza. Ed è proprio di turismo che vivono i membri di questa comunità che, così facendo, ha trovato il proprio modo di sopravvivere alla condizione di forte marginalità e discriminazione in cui vivono i Nubiani nel paese.

Le comunità nubiane non si sono mai costituite come una forza politica vera e propria all’interno dell’Egitto, ma, piuttosto, hanno fatto ricorso ad associazioni culturali per difendere i loro diritti in qualità di gruppo etnico minoritario all’interno del paese. Il loro intento non è mai stato quello di fondare un proprio stato a sud dell’Egitto, come spesso gli è stato recriminato, bensì quello di potere far ritorno ai loro territori d’origine e di ottenere i risarcimenti promessi a seguito dei dislocamenti forzati a cui sono stati sottoposti nel corso degli anni.

Qualsiasi azione da parte del presidente egiziano al-Sisi, finalizzata a riconoscere e tutelare i Nubiani in qualità di minoranza etnica all’interno dell’Egitto, ad oggi, risulta molto improbabile se non impossibile. Il presidente egiziano, già occupato a difendere i confini orientali e occidentali del paese, dove si annidano gruppi terroristici nei pressi della penisola del Sinai e del deserto occidentale al confine con Libia, non permetterebbe, in virtù del forte carattere securitario-repressivo del suo regime, un’apparente destabilizzazione dei confini meridionali, al confine col Sudan, dove i Nubiani chiedono di ritornare.

 

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Nicki Anastasio

Nicki Anastasio

Sono Nicki Anastasio, studio presso la facoltà di relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’Orientale. Da quasi cinque anni vivo a Napoli, per studio e lavoro, ma sono originario della Costiera Amalfitana. Negli ultimi tre anni, ho fatto due esperienze studio in Marocco e in Egitto che mi hanno permesso di approfondire lo studio della lingua araba e della cultura dei paesi arabo-islamici, di cui sono affascinato sin da piccolo. Dopo aver conseguito la laurea triennale in mediazione linguistica e culturale, ho ritenuto che analizzare le complesse dinamiche geo-politiche che caratterizzano i paesi della macro area medio-orientale fosse il proseguimento più naturale e spontaneo dei miei studi. Ritengo che per comprendere le ragioni alla base della perenne instabilità dell’area più calda del mondo sia necessario costruire una genealogia della crisi di legittimità che caratterizza gran parte dei suoi stati, considerando le specificità storico-culturali e socio-economiche di ogni contesto nazionale. Sono molto fiero di far parte dello IARI, una comunità di analisti unica nel suo genere.
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