Il Mediterraneo orientale sarà field preferenziale per le vecchie e nuove potenze regionali, in questa nuova decade. Lo scioglimento dei vari conflitti comporterà la ridefinizione sostanziale di alcuni importanti attori internazionali. E il nuovo decennio parte dalla Libia.

La terza decade del XXI Secolo ha mostrato subito le nuove (si fa per dire) intenzioni degli attori internazionali. Come v’era da aspettarsi, gli anni Venti del Duemila saranno la decade della resa dei conti, su molti fronti e in molte zone dello scacchiere internazionale.

Non per entrare nel merito, ma per dar sostegno alla tesi, ci permettiamo di illustrare per pochi istanti alcune grandi questioni che verranno al pettine durante questo decennio: che identità si darà l’Unione europea, dopo l’uscita imminente del Regno Unito e le forze centrifughe da est? Quali saranno le sue strategia in campo economico, commerciale ed energetico, soprattutto in spazi geografici come il Mediterraneo e l’Africa? La Cina e la Russia come reagiranno e soprattutto che ruolo assumeranno dopo l’offensiva Statunitense all’Iran? Ora che gli USA hanno scoperto palesemente le proprie carte, alle soglie dei Venti, tweettando al mondo intero di non esser pronti a compartire la propria egemonia in nessun campo, men che meno politico, quali saranno le mosse del nuovo impero cinese, che dal canto suo, e a dispetto degli USA, vanta una pazienza connaturata? E la Russia, altro attore fondamentale del Medio oriente, porta necessaria per accedere al Mediterraneo, che linea seguirà?

Paradossalmente, le partite oggi più importanti sullo scacchiere internazionale si giocheranno proprio nel Mediterraneo e in Medio oriente (e, da non sottovalutare assolutamente, l’Artico). Le teorie a sostegno di tale tesi potrebbero essere molte, ma qui non ci dilungheremo nell’analisi epistemologica, piuttosto ci soffermeremo ad approfondire maggiormente il teatro Mediterraneo e il suo terreno di scontro, ovvero la Libia.

L’ormai perdurante conflitto libico è risultato controproducente, a lungo termine, per tutti gli attori regionali ed internazionali, che dalla sua spartizione de facto ne hanno ricavato ben poco. A nulla sono valsi i vari tentativi di soggetti quali l’UE o i suoi singoli Stati membri ed attori africani, primo fra tutti, l’Egitto.

La Conferenza di Berlino, invocata per gli inizi di novembre, è stata posticipata alle calende greche. A qualcuno, probabilmente, sarà risultato ovvio posticipare dopo l’offensiva turca in Siria: la Libia era di fatto il secondo conflitto più vicino. Effettivamente, Erdoğan non ha atteso neanche l’inizio del 2020 per intensificare i rapporti con la Libia, sottoscrivendo un Memorandum d’Intesa (MoU) marittimo e militare. Con grande preoccupazione dell’UE, il 2 gennaio il Parlamento turco ha votato favorevolmente per l’invio di truppe sul suolo (e sulle acque) libiche e, successivamente, il Presidente Erdoğan ha annunciato il progressivo dispiegamento delle forze armate (5 gennaio).

L’escalation dei giorni successivi è andata via via sfumando, anche grazia alla portata mediatica del conflitto fra Iran e Stati Uniti. Ciononostante, le tempestive riunioni dell’UE e gli incontri ravvicinati fra i vari Ministri degli Esteri, nonché il quasi straordinario attivismo dell’Alto rappresentante UE, Josep Borrell, hanno portato Al Serraj fino a Bruxelles, con l’impegno dell’Unione di mobilitare tutte le risorse necessarie. Sovviene spontanea una domanda: quali risorse sono necessarie? Come si impiegheranno? L’UE supererà le sue divisioni interne?

Nel frattempo, dopo la rocambolesca e rapidissima perdita della strategica città di Sirte, Haftar ha raggiunto Roma, per un dialogo frontale con il Premier italiano. È certo che nei prossimi giorni si avvicenderanno vertici, incontri formali, dichiarazione ed azioni diplomatiche. E molto di ciò che succederà segnerà gli equilibri politici e strategici nell’area del Mediterraneo. Vi sono alcuni elementi, a tale riguardo, da tenere in considerazione, oltre la cronaca.

Le nuove strategie di Ankara (solo per citarne alcune, le trivellazioni a Cipro, la mobilitazione in Siria, il MoU con la Libia, le importanti visite istituzionali degli ultimi mesi), tagliata fuori dall’hub energetico-strategico dell’EastMed, hanno, nel corso di questi mesi, rafforzato il fronte orientale dell’Europa (Grecia e Cipro, nello specifico) con Israele e Stati Uniti.Anzitutto, anche grazie alla relativa stabilità politica dell’Egitto, Israele è divenuto esportatore di gas naturale grazie alla recente sottoscrizione dell’accordo energetico con Il Cairo, nuovo interlocutore energetico di valore, anche in relazione alle pretese marittime. L’EastMed Gas Forum include, di fatto, anche il paese africano.

Proprio a proposito dell’EastMed, v’è da dire che mentre la Grande Assemblea della Repubblica turca votava per l’invio di truppe in Libia, ad Atene si firmava l’accordo di investimento EastMed fra Grecia, Cipro ed Israele, che diverrà effettivo dopo la firma dell’Italia. Nonostante il progetto sembrasse essere il più complicato e complesso, sia in fase di progettazione che d’implementazione (l’alternativa proponeva la costruzione di un gasdotto in Turchia o di un nuovo impianto GNL a Cipro), ha ricevuto un ampio consenso, economico e morale, sia dall’UE che (soprattutto) dagli USA.

Infatti, il 19 Dicembre gli States hanno approvato un spending package includente l’EastMed, segno della loro reale e massiccia presenza nel Mediterraneo, non solo grazie alla vedetta di Israele. Attraverso tale iniziativa, Washington spera in una più serrata collaborazione bilaterale con nuovi possibili attori regionali in materia energetica, nella fattispecie la Grecia. Ma, ancor di più, l’EastMed, così come progettato, con i suoi 1.900 km, ridurrebbe di fatto l’influenza russa in Europa. Mosca conta molto sull’arma energetica per superare la fase di transizione e sostenere la sua politica di potenza nel continente europeo e nel Mediterraneo. La perdita progressiva di ingerenza è l’obiettivo cui Washington aspira, ma ciò comporterà un ripensamento dell’Europa, una nuova e più profonda riflessione, soprattutto sulla propria identità. Da parte sua, la Russia non è minimamente intenzionata a perdere terreno nel Mediterraneo, proprio ora che, grazie alla guerra siriana, ha riacquistato centralità. Eppure, sembra stretta nelle sue alleanze, anzitutto nei confronti della Turchia, strategica soprattutto sul piano energetico, sebbene sia divisa nei confronti di Israele, che ora sembra voltare le spalle (com’era prevedibile) verso Occidente. E non è da sottovalutare il velato supporto che Putin ha nei confronti del Generale Haftar.

Se il fronte Occidentale sembra abbastanza compatto, grazie, paradossalmente, alla sua frammentazione, con Francia, USA, Egitto ed Israele per il Generale, non può dirsi lo stesso per il fronte Orientale che trova punti d’incontro solo sul campo energetico: non è negli interessi di Ankara, né tanto meno di Mosca perdere terreno in tale settore.  L’apparente incertezza politica giocherà però a favore di Turchia e Russia, che in data 8 gennaio hanno aperto il gasdotto TurkStream. E in tale occasione, Putin ed Erdoğan hanno avuto l’occasioni di confrontarsi sulla questione libica e lanciare così un appello congiunto per il cessate il fuoco dal 12 gennaio. L’intervento turco è da inquadrarsi in una progressiva concentrazione di potere e nella volontà neo-ottomana di fungere da attore regionale chiave, dopo anni di asservitissimo nei confronti dei vari attori internazionali, talvolta della stessa NATO, nella cui alleanza oggi Ankara sembra esser stretta.  Non è da sottovalutare quanto questa strategica posizione di Ankara faccia piacere alla stessa Federazione Russa: se Ankara dovesse subire un qualsiasi attacco (poniamo il caso, per quanto remoto, dell’Egitto) come reagirà la NATO, nuovamente interpellata dopo l’avanzata turca in Siria? Una nuova situazione di impantanamento politico e diplomatico che non troverà un punto di svolta senza una iniziativa e una linea chiara e puntuale da parte degli attori internazionali più prossimi al conflitto libico che, in questo momento storico, è l’ago della bilancia nel Mediterraneo e possibile Big Bang, non in termini militari, bensì strategici: è il potenziale lancio di nuovi soggetti di potere, di nuovi equilibri internazionali e regionali, di nuovi aggiustamenti della balance of power. 

Ci si rende espressamente conto che la soluzione non può che essere politica: ben lo hanno sottolineato Algeria e Tunisia, che premono per una risoluzione di questo genere, proponendosi come mediatori. Ma sarà difficile per l’Unione europea trovare una linea chiara, con la Francia esposta ad est di Tripoli, soprattutto per salvaguardare i suoi interessi economici in patria e nell’Africa francofona. Il gioco di Ankara ha svelato le carte di tutti gli attori regionali ed internazionali sul campo e la Libia, in tal senso, diviene il terreno della resa dei conti dalla morte di Gheddafi. Ma nel tempo della deterrenza turca, è forse il caso di intensificare la riflessione e l’azione politica per una rapida risoluzione del conflitto e di una nuova ridefinizione identitaria dell’Europa, includendo, in maniera costruttiva, tutti gli Stati prossimi, pur con profonde e perduranti difficoltà. La ricerca russa di uno spazio al sole nel mare caldo del Mediterraneo è sempre vista con sospetto dagli Stati dell’Europa orientale, e gli USA sfruttano l’ancestrale antagonismo in tal senso. Anche Ankara non gode di buona reputazione, soprattutto ad Atene e a Nicosia.

 

 Forse la Libia sarà il terreno giusto per le ridefinizioni sostanziali di attori fondamentali nel Mediterraneo: anzitutto dell’Unione europea, chiamata oggi a comprendere dove vuole dirigersi e che forma vuole assumere; dei paesi della sponda sud, faticosamente in cammino verso una più piena coscientizzazione internazionale; della Turchia, non più fanalino di coda dopo anni dal post-impero; della Russia, non più così lontana dall’Europa. Per queste potenze regionali e globali, potrebbe risultare proficua la ricerca di una collaborazione regionale che tenda alla pacificazione dei conflitti, in nome del bene comune? La politica non può perdere la sua essenza etica, altrimenti diviene scienza dei mezzi senza alcuno scopo che non riguardi il raggiungimento di altri mezzi: la politica, anche internazionale, è invece arte del fine, non in termini idealistici ed universalistici, né tanto meno utopici. Bensì nel segno della collaborazione vantaggiosa, che guardi a tutte le parti come partner paritari e che giochi l’arte del compromesso, oggi così assente in un mondo in cui la politica di potenza (soprattutto Statunitense) predomina, anche in forme molto spesso subdole e mascherate.

 

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Maria Nicola Buonocore

Maria Nicola Buonocore

Sono Maria Nicola Buonocore, classe 1996. Ho conseguito il titolo triennale in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali nel 2018 all’Università di Napoli “l’Orientale”, con tesi in Storia Sociale, cercando i collegamenti e le divergenze fra la “rivoluzione intellettuale” di Don Lorenzo Milani e i moti sessantottini. Ora frequento l’ultimo anno di Corso in Specialistica in Relazioni Internazionali ed Analisi di Scenario alla Federico II, con indirizzo in Geopolitica economica. Dato il grande interesse umanistico e per sensibilità religiosa, ho seguito diversi corsi presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, oltre che ad aver approfondito da autodidatta altre due importanti religioni: ebraismo ed Islam.
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