Il Presidente del Kazakistan, Tokayev, ha richiesto maggiori controlli nelle carceri kazake, dove spesso i diritti umani dei detenuti non sono rispettati, essendo praticata ancora la tortura. Lo stesso ha dichiarato le sue intenzioni in un tweet nella giornata del 31 luglio, in cui ha invitato il Pubblico Ministero ad iniziare le investigazioni nelle carceri per portare alla luce i casi di tortura.

La svolta proclamata dal neo – presidente consegue un avvenimento abbastanza recente, che ha scosso l’opinione pubblica, ovvero una serie di video che sono stati ampiamente condivisi dalla rete e che mostrano le torture inflitte ai detenuti. Il 26 luglio, 40 video sono stati pubblicati che mostrano episodi di violenza nelle carceri di Zarechnoye, un villaggio a 60 km da Almaty. Nel filmato che più ha sollevato sdegno e scalpore, si vede la vittima legata e sospesa in aria, con le mani legate dietro la schiena, una posizione che infligge moltissimo dolore. La tortura era atta ad estorcere una dichiarazione. Ciò si può evincere dall’audio del filmato, in cui uno dei torturatori chiede alla vittima “se lo avrebbe scritto”, riscontrando solo l’ostinata opposizione di quest’ultimo. Le minacce della polizia si riferivano all’ordine di ritirare il ricorso presentato dal prigioniero al pubblico ministero e di dichiarare dunque la sua innocenza. In seguito a quanto accaduto, è stata indotta un’inchiesta su richiesta della procura della regione di Almaty e autorizzata dal Ministro degli Interni, in seguito alla quale sette impiegati del carcere sono stati licenziati. 

Vista di Almaty, la città più popolosa del Kazakistan

La realtà delle carceri in Kazakistan

Quanto avvenuto nella prigione di Zarechnoye non rappresenta un caso isolato. La questione ha una dimensione più grande che viene ampiamente ignorata. Ci sono diverse testimonianze, tra cui altri filmati, che fanno emergere tale situazione di disagio nel Paese. Alcuni detenuti hanno minacciato persino il suicidio per le dure e inumane condizioni nelle carceri. Il marito di una detenuta, che doveva fornire la sua testimonianza relativamente alle ferite da tortura inflitte alla moglie, è morto in ospedale proprio prima del processo. Un altro testimone del caso è morto suicida in carcere nello stesso periodo. I parenti delle vittime, secondo quanto dichiarato da un’attivista per i diritti umani in Kazakhstan, Elena Semenova, sono scoraggiati a prendere concrete misure per proteggere i parenti in carcere: anche solo l’invio di alcune lettere di protesta potrebbe compromettere la vita del detenuto. Il direttore dell’Ufficio Internazionale per la riforma delle carceri in Asia Centrale, Azamat Shambilov, ha dichiarato che i casi di tortura e di mutilazione sono aumentati nelle carceri in Kazakhstan rispetto agli anni precedenti.

Secondo il rapporto 2017/2018 di Amnesty International, nel 2016 la Procura Generale aveva ricevuto 700 denunce di casi di tortura nelle carceri, mentre negli ultimi cinque anni 158 ufficiali sono stati accusati di abuso di potere e tortura. Una delle vittime, Alksei Ushenin, era stato soggetto a tortura ed altri trattamenti degradanti. Nel 2011, dichiarò di essere stato torturato per due giorni di fila, nel corso dei quali le autorità gli avrebbero coperto il volto con un sacchetto di plastica fino a farlo soffocare e fargli perdere coscienza, l’avrebbero picchiato, spento cicche di sigarette sulla pelle causandogli ustioni e violentato con una mazza. Il tutto con lo scopo di costringerlo a dichiarare il falso reato di furto.  In seguito alla sua denuncia, era stata avviata un’investigazione che fu condotta in maniera imparziale. La stessa è un’eccezione rispetto agli innumerevoli casi passati in secondo piano, e la società kazaka da tempo attende una riforma del sistema giudiziario e delle carceri, un vero e proprio flagello che non fa sentire la popolazione protetta. Un punto nevralgico su cui fare leva per i leader politici se vogliono puntare ad una maggiore popolarità.

Una svolta umanitaria come compromesso sociale

Tokayev è salito al governo a marzo di quest’anno, in seguito alle dimissioni improvvise del Presidente Nursultan Nazarbayev. Le azioni mosse per contrastare la tortura sono una novità per la popolazione kazaka, poiché il precedente governo si era espresso solamente per quanto riguarda i maltrattamenti in carcere di minori. La mossa di Tokayev va inquadrata nell’esigenza di emanciparsi dall’idea di essere “l’erede” scelto da Nazarbayev, e quindi una figura manipolabile che permetterebbe al secondo di gestire le politiche del paese da dietro le quinte, in sordina.

Il Presidente del Kazakistan Kassym – Jomart Tokayev

Come dichiarato dall’opinionista politico Dosym Satpayev, “il secondo Presidente è sotto stretto controllo del primo”. Sembrerebbe che questa frase rifletta il pensiero di gran parte della società kazaka, in luce dei non lontanissimi eventi dell’ultima elezione. In effetti, come spiegato in un altro articolo dello IARI, l’elezione del neo – presidente non si è svolta in maniera del tutto trasparente e in linea con gli standard internazionali: lo stesso è salito al potere in un governo ad interim subito dopo le annunciate dimissioni e quando la popolazione si è recata a votare, sperando di partecipare alle prime elezioni libere dopo 29 anni del governo di Nazarbayev, il Kazakistan è stato travolto da una serie di animate proteste, in cui dei manifestanti sono stati persino arrestati. In quei giorni, la popolazione kazakha, per decenni anemica, sembrava essere finalmente uscita da un lungo letargo, fatto di rassegnazione verso un sistema che ha sempre impedito lo svolgimento di libere elezioni. Dunque, quando la popolazione ha visto nuovamente dissolversi la possibilità di votare liberamente, non è rimasta impassibile. Tokayev è comunque salito al potere, contestando l’opinione pubblica ed affermando che le elezioni erano state democratiche ed in linea con gli standard internazionali. L’espressa volontà di Tokayev di affrontare una volta per tutte la piaga che affligge le carceri in Kazakhstan ha tutta l’aria di un tentativo di recuperare la legittimità e il consenso da parte della popolazione, di riscattare l’immagine di un Presidente despota e corrotto, legittimo erede delle politiche di Nazarbayev, reputazione che ha accompagnato il suo mandato prima ancora del suo insediamento al potere.

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