Con un articolo pubblicato nel novembre del 2019, il New York Times è la prima testata giornalistica mondiale a trattare il caso degli Iran cables, un archivio segreto di documenti riguardanti le politiche adottate dal regime di Teheran in Iraq all’indomani dell’invasione americana del 2003, e di cui The Intercept, un’organizzazione investigativa no-profit, ne era precedentemente entrata in possesso grazie ad una fonte anonima desiderosa di: “let the world know what Iran is doing in my country in Iraq”.
 
 
Nello specifico, stiamo parlando di 700 pagine, tra reports e dispacci, redatte tra il 2014 e il 2015 dal MOIS (Ministry of Intelligence of the Islamic Republic of Iran), i servizi di intelligence iraniani stampo CIA facenti direttamente capo all’autorità di Hassan Rouhani ma subordinati nel loro operato all’Intelligence Organization of the Islamic Revolutionary Guard Corps (organizzazione creata nel 2009 e guidata dal leader supremo Ali Khamenei), che ci permettono di comprendere fino a che punto e con che intensità, la Repubblica Islamica sia immersa negli affari domestici iracheni. Tali dispacci sono un’importante testimonianza delle sistematiche pratiche di cooptazione dell’élite politica irachena perpetuate dai servizi operativi iraniani; della costante e aggressiva penetrazione di Teheran in ogni aspetto della vita politica, economica e religiosa di Baghdad; della strategia del “cultivating high-level iraqi officials”, funzionari sulla carta alleati e collaboratori degli americani ma, de facto, alle dipendenze dell’Iran.
 
Dai cables trapela come, a partire dalla destituzione e morte del dittatore iracheno Saddam Hussein, il paese sia progressivamente scivolato nell’orbita iraniana. Un’ascesa, quella di Teheran, per certi aspetti riconducibile sia all’assenza di un preciso disegno strategico statunitense post-invasione del 2003, che alla mise en place, sempre da parte di Washington, di una serie di decisioni politiche sbagliate o quantomeno non lungimiranti se iscritte in una prospettiva di lungo periodo. E’ importante sottolineare come, a seguito della destituzione di Saddam Hussein, la scelta statunitense di purgare le forze armate e i vari uffici amministrativi da tutti gli iscritti al Ba’ath in quanto potenziali sostenitori del regime, abbia notevolmente contribuito non solo ad innescare un processo di progressiva marginalizzazione della rappresentanza sunnita a favore di quella sciita, ma anche ad alimentare un clima di crescente tensione settaria di cui lo stesso regime degli Ayatollah si è servito per porsi come garante della sicurezza della comunità sciita irachena. In questo scenario di profonda incertezza e conflittualità politica e sociale, le elezioni legislative del 2005 rappresentano un duplice successo politico per Teheran.
 
 
 

La vittoria del blocco sciita United Iraqi Alliance(UIA), se da un lato fa svanire il timore che l’Iraq diventi un client state degli Stati Uniti, dall’altro permette all’élite politica iraniana di accrescere la propria influenza all’interno dell’establishment politico iracheno. Infatti, i tre gruppi facenti parte della coalizione vincente: l’Islamic Supreme Council of Iraq (ISCI), il Da’wa (il cui leader Nuri al-Maliki ha ricoperto la carica di Primo ministro dal 2005 al 2014) e la fazione facente capo a Moqtada al Sadr,

In foto Moqtada al Sadr

è dall’inizio degli anni ‘80 che godono di una relazione privilegiata con Teheran. A tale proposito, è necessario evidenziare come l’interesse della Repubblica Islamica nei confronti delle vicissitudini politiche irachene debba essere inscritto in un arco temporale di ampio respiro, di certo non ascrivibile ai soli fatti successivi all’intervento della “Coalizione dei Volenterosi” del 2003.

E’ dagli anni ‘60, quando Baghdad inizia a delinearsi come il principale competitore per la leadership regionale nel Golfo Persico, che l’Iran cerca di ritagliarsi una zona di influenza all’interno del paese. I rapporti diplomatici tra i due regimi non sono idilliaci e Saddam Hussein, che nel 1979 (anno della rivoluzione khomeinista) assume la carica di presidente della Repubblica d’Iraq, si configura come il principale ostacolo alla realizzazione del disegno geo-strategico regionale della neonata Repubblica Islamica, incentrato sulla necessità di garantire al paese sopravvivenza e un ruolo di primo piano nel complesso scacchiere mediorientale. L’invasione irachena dell’Iran nel settembre del 1980, con cui prende avvio la prima delle tre guerre del Golfo, se da un lato ridimensiona la priorità strategica di Teheran di esportare la rivoluzione nei paesi limitrofi, dall’altro offre all’Iran la possibilità di stringere un forte sodalizio proprio con la futura classe dirigente irachena del post-2003. Risulta emblematico il caso della brigata Badr (fino al 2007 braccio armato dell’ISCI), descritta come la più potente milizia sciita nel paese, come la “Iran’s proxy in Iraq” per antonomasia. Tale corpo armato, fino al 2003 considerato a tutti gli effetti come un braccio delle forze Qods e dal 2005 incluso nelle Iraqi Security Forces, si forma in Iran nel

 
 
1982 proprio con l’obiettivo di sferrare attacchi verso il sud dell’Iraq. Il fatto che l’organizzazione abbia riconosciuto la dottrina del velayat-e faqih (principio costitutivo della Repubblica Islamica chericonosce al clero un ruolo oltre che religioso anche politico in seno alla società) è un’ulteriore dimostrazione di quanto la milizia sia subordinata all’establishment iraniano e nello specifico, alle IRGC. La brigata Badr, riportando le parole del segretario generale Hadi al-Amiri (figura molto vicina all’ex capo delle forze Qods Qassem Soleimani) considera Ali Khamenei:” the leader not only for Iranians, but for the Islamic nation”. I suoi militanti, insieme a quelli di altri gruppi paramilitari come il Jaysh al-Mahdi (il braccio armato della fazione facente capo a Moqtada al-Sadr) o più recentemente come Asaib Ahl al Haq (un offshootdel Jaysh al-Mahdi creato nel 2006 e operativo in Siria a fianco di Hezbollah)sono addestrati in Iran dalle forze Qods e dai miliziani di Hezbollah. Il programma militare di addestramento garantito da Teheran a tali milizie, costituisce, insieme alla fornitura di armamenti e attrezzatura di vario tipo, uno dei principali metodi tuttora adottati dalla Repubblica Islamica per intromettersi nelle faccende di Baghdad. Entrando più nei dettagli, il programma di military training è solito affiancare all’addestramento vero e proprio un percorso dottrinale (leggere e scrivere, per esempio, sono condizioni preliminari della presa in esame di qualsiasi candidatura), finalizzato all’insegnamento dei valori della Repubblica Islamica e della sua ideologia anti-imperialista.

In foto Qasem Soleimani

 
Le implicazioni di tale percorso educativo sono tutt’altro che irrilevanti e tutte funzionali al consolidamento delle presenza iraniana in seno all’apparato governativo iracheno. L’insegnamento dottrinale, se da un lato contribuisce ad orientare l’operato di tali milizie in attacchi contro le unità militari statunitensi presenti sul territorio iracheno, come nel caso di Kataib Hezbollah, milizia sciita anti-americana e filo-iraniana costituitasi nel 2004 e etichettata dal Dipartimento di Stato americano come un gruppo terrorista con un:“anti-western establishment and jihadist ideology”, dall’altro permette ai vertici iraniani di stringere profondi e durevoli sodalizi con potenziali leader politici e funzionari di alto livello iracheni . Tra questi, vi figura Abu Mahdi al-Muhandis (ucciso da un raid americano insieme a Qassem Soleimani lo scorso 3 gennaio, nei pressi dell’aeroporto di Baghdad), ex parlamentare, leader (dal 2014 fino alla sua morte) della milizia Kataib Hezbollah nonché capo della brigata Badr all’epoca della guerra Iran-Iraq. Considerato come uno dei leader più influenti dell’attuale scenario politico iracheno e uno degli attori politici più vicini a Qassem Soleimani, al-Muhandis, che era stato addestrato in Iran dalle IRGC e dalle milizie di Hezbollah, a partire dagli anni 2000 aveva addirittura assunto un ruolo di facilitatore nel processo di reclutamento dei miliziani sciiti iracheni per conto delle forze Qods. L’ingerenza del ramo del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie preposto alle “missioni” estere del paese (ovvero le forze Qods), nel forgiare la politica interna irachena è uno dei principali motivi per cui i manifestanti iracheni, per la maggior parte giovani provenienti dalle aree sciite più povere e marginalizzate, è dagli inizi di ottobre che “smuovono” ed “infiammano” piazze e città, protestando contro una classe politica incompetente, corrotta e non più rappresentativa del popolo iracheno. Parliamo di proteste antigovernative che sono state capaci di dar voce a quel profondo senso di frustrazione popolare verso ogni forma di interferenza straniera, statunitense così come iraniana, negli affari interni al paese. Il forte risentimento anti-iraniano, riassumibile nello slogan: “out, out Iran; Baghdad free, free”, ora più che mai si intreccia con le vicende dell’ultima ora e con il timore dei manifestanti che l’Iraq diventi un nuovo scenario di guerra. L’operazione “Soleimani Martire”, lanciata dall’Iran l’8 gennaio scorso contro due basi militari americane in Iraq a seguito all’uccisione del capo (dal 1998) delle forze Qods Qassem Soleimani, benché da molti analisti interpretata come una mera dimostrazione di forza non finalizzata ad innescare un’escalation di violenza (secondo una credibile fonte diplomatica, Baghdad in accordo con Teheran avrebbe preventivamente informato Washington dell’imminente attacco), ha indubbiamente contribuito ad aggiungere tensione ad una preesistente situazione di forte caos domestico. L’intensa attività repressiva perpetuata dall’apparato securitario iracheno mediante il supporto delle milizie filo-iraniane e facente appello alla retorica della foreign conspiracy come strumento di legittimazione delle pratiche di violenza, ha spinto i dimostranti di alcune città nel sud del paese (nello specifico le province di Babil, Diwaniyah, Maysan), dove da sempre è forte è l’influenza iraniana, non solo a tentare di dare fuoco alle sedi centrali di alcune organizzazioni e partiti politici affiliati al regime di Teheran, ma anche a bruciare pubblicamente immagini di ufficiali religiosi, inclusa quella del leader supremo Khamenei, a voler dimostrare che la presenza iraniana in Iraq non è più cosa gradita.
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