Le azioni di contrasto degli Stati Uniti nei confronti della Cina non hanno ricevuto l’attesa solidarietà a livello internazionale, dato che in questi anni, grazie a efficaci mosse diplomatiche, la Cina ha incrementato il proprio “potere contrattuale”. Così gli americani hanno riscoperto la tradizionale alleanza con i partner anglofoni, la quale a primo impatto pare solida, ma presenta alcune discrasie rispetto all’approccio da tenere su alcuni temi caldi, come la costruzione delle reti 5G da parte di Huawei e i rapporti commerciali con Pechino.

Come nella seconda metà del Novecento, quando il confronto tra USA e URSS dominava la scena internazionale, il nuovo secolo ci racconta di una nuova competizione politico-strategica: quella tra Stati Uniti e Cina. Un confronto ad ampio raggio che investe diversi settori, al termine di cui emergerà, presumibilmente, la prima potenza politico-economica del XXI secolo. In questa delicata fase di erosione del proprio consenso internazionale, gli Stati Uniti sanno di poter contare sulla storica alleanza con i Paesi anglofoni e, anzi, intendono rafforzarla oltremodo in chiave anticinese. Il blocco anglofono si spinge oltre al coordinamento politico-diplomatico e ruota attorno alla collaborazione delle intelligence dei cinque Paesi coinvolti. Il ribattezzato gruppo dei Five Eyes ha i suoi prodromi nell’accordo di scambio di informazioni di intelligence estero stipulato tra USA e Regno Unito alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Il collegamento e la condivisione delle informazioni tra le intelligence si espande nel 1955, quando, agli albori della Guerra Fredda, Canada, Australia e Nuova Zelanda si uniscono al club. Oggi, di fronte alle sfide globali poste dall’ascesa della Cina, la più antica alleanza di intelligence al mondo trova nuova linfa, nonostante su alcuni temi sensibili, come le questioni commerciali e il ruolo di Huawei nella costruzione delle reti 5G, esistano differenti vedute e sensibilità, riconducibili ai vari interessi nazionali. Tuttavia, il coordinamento tra i cinque Paesi si fa organico in riferimento al tema delle responsabilità di Pechino sulla diffusione del Coronavirus e alla difesa dello status politico “one country, two systems” di Hong Kong, minacciato dalla nuova legge di sicurezza nazionale imposta dalla Cina.

Summit dei Five Eyes sulla Cyber sicurezza, Londra 2019 (Immagine di ZDNet)

IL DILEMMA HUAWEI

Con l’imminenza del 2021, quando dovrebbe debuttare l’innovativa rete veloce 5G, gli Stati sciolgono le ultime riserve sugli appalti di costruzione. Dal 2017, gli Stati Uniti hanno lanciato una vera e propria crociata internazionale contro il colosso cinese delle telecomunicazioni Huawei, considerato da Washington una seria minaccia per la sicurezza nazionale. In particolare, gli USA hanno cercato di convincere gli alleati Five Eyes sulle minacce recate alle informazioni di intelligence condivise da un’eventuale costruzione delle reti 5G da parte di Huawei nei rispettivi territori nazionali. Washington chiede ai partner di bandire Huawei dall’affare, ma non vi è ancora un approccio condiviso. Se nel 2018 l’Australia- uno tra i primi Paesi- ha escluso Huawei dalla costruzione delle reti 5G nel territorio nazionale, Nuova Zelanda e Canada si mostrano più riluttanti. Il Governo di Auckland ha imposto delle restrizioni su alcune apparecchiature Huawei, ma non ha definitivamente chiuso la porta ai servizi del colosso di Shenzen. Una delle ragioni principali è il timore di ritorsioni da parte di Pechino, a cui la Nuova Zelanda è strettamente dipendente sul piano economico e commerciale (così come l’Australia di cui si discuterà più avanti).

 

 

Il Canada, da parte sua, continua a prendere tempo prima di esprimere una posizione netta. Ricordiamo che all’inizio del 2019 le autorità canadesi arrestarono per attività illecite Meng Wanzhou, direttrice dell’ufficio finanziario di Huawei, nonché figlia del fondatore della compagnia. Ciò fece precipitare le relazioni diplomatiche ed economiche tra i due Paesi. La Cina ha immediatamente fermato le principali importazioni agricole dal Paese e, oltretutto, si è rifiutata più volte di assecondare la richiesta di Ottawa di rilasciare due cittadini canadesi arrestati in Cina. Nel Regno Unito, invece, l’approccio nei confronti di Huawei è passato da una relativa benevolenza ad uno spiccato ostracismo. Sembrava che Huawei avesse evitato il ban nel Regno Unito, ma la pressione dei parlamentari conservatori e la successiva crisi di Coronavirus hanno spinto il Governo a rivedere il piano di sicurezza nazionaleed il ruolo della compagnia cinese nella costruzione delle reti 5G. Il Regno Unito, comunque, non ha ancora preso una decisione definitiva.

Immagine di South China Morning Post

L’AUTONOMIA DI HONG KONG: UNA BATTAGLIA IDENTITARIA

Dopo l’imposizione su Hong Kong di una controversa legge sulla sicurezza nazionale, la Cina, accusata di minare l’autonomia del Paese, ha attirato le ire dei Five Eyes. Le prime proteste, oltre che dalla Casa Bianca, si sono levate da Londra, estremamente preoccupata per il destino del suo ex territorio, ceduto ai cinesi nel 1997, ma che gode di un ordinamento giuridico ispirato al modello britannico. Il Governo di Boris Johnson, inoltre, si è detto pronto ad offrire il passaporto britannico ad alcuni cittadini dell’ex colonia (circa 300.000 beneficiari). Washington e Londra, però, non sono soli: alla fine di maggio i Ministri degli esteri dei Five Eyes (ad eccezione della Nuova Zelanda, che però ha condiviso le “profonde preoccupazioni” degli alleati) hanno rilasciato una dichiarazione congiunta di ostilità nei confronti della Cina, sollevando il timore che la legge possa erodere le libertà fondamentali nel territorio di Hong Kong. Preme osservare come, malgrado differenti posizioni su alcuni approcci verso la Cina, la vicenda Hong Kong possa fungere da collante tra i cinque Paesi anglofoni nella difesa di valori occidentali, quali democrazia, libertà d’espressione, diritti umani e stato di diritto, contro il regime cinese.

Immagine realizzata da Ferguson su Financial Times

LE RESPONSABILITÀ CINESI SUL CORONAVIRUS

I servizi segreti dei Five Eyes hanno redatto un documento in cui accusano la Cina di aver “deliberatamente nascosto o distrutto prove dell’epidemia di Coronavirus”. Il documento, dapprima diffuso dal Daily Telegraph australiano, riflette le perplessità dei cinque Paesi sulle responsabilità di Pechino nella gestione dell’epidemia; tuttavia non accoglie la versione della Casa Biancasecondo cui il virus sia nato in laboratorio. In particolare, la Cina sarebbe colpevole di aver occultato le prove, censurato i medici che prima si erano accorti del pericolo, di aver negato nelle prime frasi la trasmissibilità uomo-uomo e infine di non aver consentito le ispezioni dell’OMS nella città focolaio di Wuhan. A pochi giorni dalla diffusione del documento, l’Australia ha promosso alle Nazioni Unite una inchiesta indipendente sulle origini del virus; successivamente accolta con favore dalla maggioranza degli Stati. Tale azione diplomatica di Canberra, però, ha sortito importanti conseguenze economiche. Per l’Australia, la Cina rappresenta il primo partner commerciale, sia dal lato delle importazioni che da quello delle esportazioni. Pechino, dunque, ha prontamente punito la controparte, limitando i viaggi turistici e di studio dei propri cittadini e imponendo pesanti restrizioni sulle importazioni di orzo e carne australiani. Rispetto all’approccio da adottare nei confronti della Cina, l’Australia- proprio come la Nuova Zelanda– deve soppesare i propri interessi nazionali(rapporti di vicinato, interdipendenze economiche, relazioni commerciali) con gli orientamenti del club anglofono Five Eyes, meno compatto di un tempo ma pur sempre legato da un cordone ombelicale ispessito dalla lingua, dalla democrazia, dall’ordinamento giuridico e dall’economia di mercato.

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Emanuele Gibilaro

Emanuele Gibilaro

Emanuele Gibilaro laureato in Storia, Politica e Relazioni Internazionali presso l'Università di Catania. Iscritto al corso di Diplomazia e Organizzazioni Internazionali presso l'Università di Milano è appassionato di politica internazionale, analizza la politica estera statunitense, le questioni della sicurezza nazionale, marittima, energetica e gli interscambi della diplomazia americana con organizzazioni internazionali, Cina, Arabia Saudita e Iran.
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