Giovedì scorso è stato sequestrato un aereo drone militare, con materiale esplosivo, diretto verso la Green Zone di Baghdad che ospita l’ambasciata americana. Washington accusa le milizie para-militari delle Forze di Mobilitazione Popolare le quali, a oggi, sono nuovamente impegnate nella lotta al terrorismo in Iraq.

Questo giovedì, nei pressi della green zone di Baghdad, le forze di intelligence irachene hanno sequestrato un aereo drone militare che trasportava materiale esplosivo nei pressi dell’ambasciata americana. Quest’area è sotto attacco dall’inizio di quest’anno, asseguito dell’assassinio, da parte di Washington, di Qasim Suleimani, ex leader delle Forze di Mobilitazione Popolare, coalizione di milizie para-militari sciite, armate e finanziate dall’Iran. Gli Stati Uniti ritengono che i responsabili dell’episodio di giovedì siano le Forze di Mobilitazione Popolare.

Quest’ultime si sono costituite come gruppo para-militare nel 2013, ma sono ufficialmente entrate a far parte dell’esercito nazionale iracheno l’anno seguente, asseguito dell’appello di al-Sistani, il maggiore ayatollah in Iraq, che aveva esortato il popolo iracheno ad armarsi per contrastare l’avanzata dello Stato Islamico (ISIS) nel paese. Oggi il loro ruolo nella lotta al terrorismo è stato confermato: nell’operazione militare anti-ISIS, che ha preso avvio domenica scorsa nel Governatorato di Diyala, a est di Baghdad, sono stati coinvolti alcune milizie appartenenti proprio alle Forze di Mobilitazione Popolare. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, invece, la presenza delle truppe americane della Coalizione internazionale anti-terrorismo si è progressivamente ridotta, negli scorsi mesi, a seguito dell’uccisione di Soleimani e della conseguente decisione presa dal Parlamento iracheno, su pressione delle forze politiche sciite filo-iraniane che muovono i fili della macchina statale, di predisporre il ritiro completo delle truppe statunitensi dal paese.

Iran e Stati Uniti sono stati i fautori dell’Iraq post-Saddam, in quanto l’invasione americana del 2003 ha portato all’istituzione di un regime di governo, in vigore tutt’oggi, in cui il potere è in gran parte detenuto dagli sciiti che erano stati costretti all’esilio sotto il regime di Saddam, i quali seguono le direttive di Teheran e sono, a oggi, tra i principali oppositori della presenza di Washington in Iraq. Le proteste popolari che stanno attraversando il paese, da nord a sud, a partire dallo scorso ottobre, chiedono proprio la fine di questa distribuzione settaria del potere, chiamata in arabo muhasasa, che, oltre ad aver legittimato le continue interferenze di Washington e Teheran negli affari interni iracheni, ha portato alla marginalizzazione, e alla conseguente radicalizzazione, della componente sunnita della popolazione nazionale, con devastanti conseguenze: la guerra civile del 2006, l’auto-proclamazione dello Stato Islamico nel 2014.

Se da una parte il nuovo governo iracheno, sotto la direzione di Mustapha al-Kadhimi, sta cercando di mantenere relazioni diplomatiche sia con Washington sia con Teheran, al fine di evitare che l’Iraq diventi un’arena di scontro tra i due paesi, come era stato pronosticato a seguito dell’assassinio di Suleimani, i recenti attacchi alla green zone, come anche, ai convogli militari americani che trasportano rifornimenti logistici alle truppe della Coalizione internazionale anti-terrorismo, mettono in luce un dato molto importante. Una futura stabilizzazione dell’Iraq dipende fortemente da una ridefinizione e da un ridimensionamento del ruolo politico-militare di Washington e Teheran nel paese, in quanto consentirebbe di dare un nuovo corso politico al paese, dopo quasi vent’anni di muhasasa, e di restituire, così, l’Iraq agli iracheni.

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