Secondo il CIA World Factbook i curdi attualmente residenti in Iraq sarebbero all’incirca otto milioni e mezzo. Ciò fa di loro la più cospicua minoranza etno-linguistica del Paese dei due fiumi, ove costituiscono una parte importante dell’intera popolazione, ovvero una quota che varia tra il quindici e il venti per cento del totale a seconda delle diverse stime. Chiunque oggi desideri spiegare i più recenti sviluppi della politica irachena e le trasformazioni attualmente in corso all’interno dello scacchiere strategico mediorientale deve necessariamente prima confrontarsi con la storia di questo popolo e cercare di comprendere almeno in parte la sua cultura e le sue aspirazioni.

Molti curdi affermano con orgoglio di essere i diretti discendenti dei Medi, un popolo di stirpe iranica che dominò sull’area mesopotamica in tempi antichissimi. Alcuni di loro fanno addirittura uso di un particolare calendario che conta gli anni a partire proprio dal 612 a.C., data della conquista della città di Ninive, capitale dell’impero assiro, da parte dell’esercito dei Medi. Nella cultura curda queste presunte origini rappresentano infatti un forte motivo di vanto e vengono oggi richiamate anche nel testo dell’inno ufficiale della regione autonoma del Kurdistan iracheno, intitolato “Ey Reqîb” (ئەی ڕەقیب , letteralmente “Ehi, nemico!”). Tuttavia, la presenza dei curdi all’interno della loro odierna area di insediamento – situata a cavallo tra i moderni Stati di Siria, Iraq, Iran e Turchia – è attestata con certezza soltanto a partire dall’alto medioevo. Sappiamo infatti che nel 639 i sovrani Sassanidi invocarono il loro aiuto per respingere gli invasori arabi dalla provincia meridionale del Khuzestan. In seguito, con il collasso dell’impero e l’inizio della dominazione musulmana su tutta la Persia, la maggior parte delle popolazioni che allora abitavano nella regione avviò un rapido processo di conversione alla fede islamica: ciò è avvenuto anche in relazione ai curdi, nonostante esistano ancor oggi numerose comunità curde che professano con convinzione altre religioni, tra le quali spiccano il cristianesimo, lo zoroastrismo, lo yarsanesimo e lo yazidismo. Durante l’epoca medievale non sono poi mancate altre occasioni di scontro tra curdi e arabi in competizione tra loro per l’egemonia sull’area e per il controllo delle principali vie commerciali, ma i confronti militari si sono più spesso risolti a favore dei secondi. Tra i vari leader che guidarono i clan curdi durante questo lungo periodo spicca in modo particolare il celebre An-Nasir Salah ad-Din Yusuf ibn Ayyub (سەلاحەدینی ئەییووبی), meglio noto in Occidente come Saladino. Questi deve la sua fama soprattutto alle importanti vittorie che ha saputo riportare nello scontro con i regni cristiani del Medio Oriente, grazie alle quali riuscì a riconquistare la città santa di Gerusalemme, sottratta ai crociati a seguito della pesante sconfitta nella battaglia di Hattin del 1187. Tuttavia egli è anche il fondatore della dinastia degli Ayyubidi, che ha governato l’Egitto e l’area levantina dal 1174 al 1250, che rappresenta la più lunga fase di controllo curdo sull’intera area.

Bassorilievo raffigurante alcuni guerrieri medi, l’antico popolo a cui i curdi fanno risalire le proprie origini

Per quanto concerne la Storia più recente, i curdi hanno prosperato per quasi tutta la lunga durata della dominazione ottomana sulla regione e sono stati ben integrati all’interno del complesso sistema di potere imperiale, nonostante in diversi momenti si siano presentate occasioni di conflitto con le autorità centrali. Intorno alla fine del diciannovesimo secolo, in particolare, l’emergere di nuove tendenze riformatrici in seno al decadente stato ottomano, chiaramente indirizzate verso un sempre maggiore autoritarismo e verso un progressivo accentramento del potere, spinse un importante proprietario terriero curdo, Sheikh Ubeydullah (شێخ عوبه‌يدوڵای نەهری), a porsi a capo di una rivolta di stampo nazionalista e religioso, che ebbe luogo nel 1880. Egli chiese alle autorità di Istanbul il riconoscimento ufficiale di uno Stato curdo indipendente e sovrano e per questo, nonostante il fallimento della sua impresa (la ribellione fu soppressa e il suo leader morì nel 1883 in esilio nell’Arabia occidentale), Ubeydullah viene oggi ritenuto il precursore della moderna lotta dei curdi per il diritto all’autodeterminazione. Il movimento nazionalista da lui avviato ha poi subito un processo di progressiva secolarizzazione, avvicinandosi nel primo Novecento al modello dei movimenti protagonisti dell’irredentismo patriottico europeo. La sua importanza crebbe al punto che nel 1919, a seguito della sconfitta ottomana nella Prima Guerra Mondiale, le potenze vincitrici concordarono la creazione di un regno curdo indipendente sulle montagne dell’Anatolia. Tuttavia, tale progetto era destinato a non tradursi mai in realtà: la parte settentrionale dei territori assegnati al nascituro Stato, infatti, venne rapidamente occupata dai nazionalisti turchi guidati da Mustafa Kemal, che incluse così il grosso del Kurdistan nella moderna repubblica di Turchia, mentre la sua parte meridionale fu spartita fra i mandati di Iraq (inglese) e Siria (francese).

Spartizione dei territori ottomani in base al trattato di Sèvres, mai avvenuta. I territori abitati dai curdi sarebbero ricaduti all’interno dei mandati francesi e inglesi, che avrebbero dovuto prepararne l’indipendenza

Nell’area assegnata all’Iraq sono scoppiate fin da subito numerose rivolte, ispirate dalle frequenti sollevazioni dei vicini curdi iraniani contro il potere degli scià. Nel 1922 un leader curdo, Shaikh Mahmoud, arrivò addirittura a fondare un regno indipendente al confine con l’Iran, che le autorità coloniali inglesi riuscirono a sopprimere solo dopo due anni di guerra. A cavallo tra gli anni Trenta e Quaranta del Novecento si affermò sulla scena politica curda il clan Barzani, originario della città di Sulaymaniyya, che ancor oggi gioca un ruolo essenziale nella guida della comunità e nella lotta per l’indipendenza. Intanto, il secondo conflitto mondiale aveva messo pesantemente in crisi l’apparato militare della Gran Bretagna, che allentò progressivamente la sua presa sull’Iraq. Di conseguenza, quando nel 1958 la monarchia filo-inglese che regnava sul Paese mesopotamico dal 1932 venne rovesciata da un colpo di stato militare e venne proclamata una Repubblica, molti curdi iniziarono a sperare nella possibilità di ottenere l’indipendenza attraverso mezzi pacifici. Il netto rifiuto da parte delle autorità centrali di Baghdad aprì una nuova fase del conflitto che divenne particolarmente cruento durante la presidenza di Saddam Hussein, spietato dittatore che non esitò ad usare sui curdi armi chimiche e strategie di rappresaglia, finendo per venir accusato di genocidio da parte della comunità internazionale. A partire dal 2003, anno in cui l’intervento degli Stati Uniti mise fine al regime nazionalista di Baghdad, il Kurdistan iracheno gode di un’ampia autonomia, che include l’accesso alle importanti rendite petrolifere dei giacimenti situati nel territorio della regione. Di conseguenza, molti analisti ritennero che il conflitto fosse ormai prossimo alla sua conclusione definitiva, ma gli sviluppi successivi hanno portato a un esito diverso. Di recente, infatti, il collasso dello Stato iracheno e l’emergere dell’ISIS nelle aree a maggioranza sunnita hanno posto nuovamente questo popolo di fronte alla minaccia di un genocidio. Ciò che più ha preoccupato gli osservatori internazionali è che senza l’intervento dei peshmerga (پێشمەرگە , letteralmente “prima della morte”, sono le forze armate della regione autonoma del Kurdistan Iracheno) l’intera area sarebbe facilmente caduta nelle mani del gruppo terroristico.

Un gruppo di peshmerga sfila in formazione nella città di Erbil

Per questo motivo nel febbraio del 2016, quando ormai l’ISIS era stato sconfitto e non costituiva più una minaccia incombente, l’allora presidente del Kurdistan iracheno Masoud Barzani (مەسعوود بارزانی‎) promosse un referendum per l’indipendenza del suo Paese, sul modello di quanto avvenuto in altre regioni con aspirazioni indipendentiste, quali il Quebec, la Scozia e la Catalogna. Il Presidente addusse come motivo principale di questa scelta il fatto che l’Iraq aveva dimostrato di non essere ancora diventato un Paese sicuro per i curdi: questi ultimi, in virtù del diritto all’autodeterminazione dei popoli e dell’impellente necessità di provvedere da soli alla propria sicurezza, si sarebbero dotati di uno Stato pienamente indipendente. Nonostante la proposta abbia riscosso un risultato estremamente positivo alle urne – il 92% dei votanti si è infatti espresso a favore dell’indipendenza – l’intera consultazione referendaria è stata giudicata incostituzionale dalla corte federale irachena, che ha ricevuto il pressoché unanime supporto della comunità internazionale. A seguito di questa débâcle politica Masoud Barzani ha deciso di rassegnare le dimissioni dal proprio incarico, e il parlamento regionale ha eletto al suo posto l’attuale presidente Nechirvan Idris Barzani (نێچیرڤان بارزانی‎), ex-primo ministro, che esercita il proprio ufficio a partire dal 1 giugno 2019. Oggi, a più di due anni dal voto, sembra che la leadership di Erbil intenda dare minore risalto al tema dell’indipendenza nazionale, scegliendo di concentrarsi su altre questioni, come il rientro degli sfollati, la ricostruzione delle infrastrutture e il rilancio dell’economia. Sotto questo profilo sono stati fatti notevoli progressi, grazie soprattutto alle ingenti risorse economiche garantite dalla ripresa delle esportazioni di idrocarburi, in continuo aumento a partire dalla fine del conflitto. Tuttavia ciò ha richiesto – e continua tuttora a richiedere – il mantenimento di buoni rapporti con il governo di Baghdad e con i più importanti attori del contesto regionale, la maggior parte dei quali sostiene il progetto di un Iraq federale, ma unito, onde evitare che la sua parte meridionale diventi uno stato-satellite dell’Iran.

Benché dunque le aspirazioni del popolo curdo ad avere un proprio Stato non siano affatto sopite e la questione nazionale resti ancora un tema caldo nel dibattito politico interno, il cammino verso l’indipendenza sembra al momento aver subito una battuta d’arresto, che però soltanto pochi analisti considerano definitiva.

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