Dall’Unità a oggi, l’Italia ha quasi sempre mantenuto buoni rapporti con la Russia. La seconda repubblica non ha fatto eccezione. Nonostante i diversi approcci retorici nei confronti di Mosca, gli accordi commerciali, le convergenze politiche e i (timidi) tentativi di ridiscutere le sanzioni hanno caratterizzato l’azione di tutti i governi.

Ovviamente si tratta solo di un caso, dettato in gran parte dalla singolarità delle circostanze politiche italiane. Ma è ugualmente significativo che l’odierna visita di Putin a Roma comprenda, nel suo programma, l’incontro con tre (più una) personalità dalla sensibilità politica eterogenea.

Si tratta del Presidente del Consiglio Conte, capo di un governo di coalizione composto da 5 Stelle e Lega; del Presidente della Repubblica Mattarella, eletto al Quirinale con l’appoggio del centrosinistra; di Silvio Berlusconi, ormai quasi fuori dai giochi politici (anche se appena eletto europarlamentare a Bruxelles) ma amico di vecchia data del leader del Cremlino.

La quarta personalità della lista è il papa, e andrebbe considerata a parte. Ai nostri fini occorre rilevare la distanza politica di Francesco dall’attuale esecutivo italiano, cosa che non ha intaccato il suo rapporto con Putin. Anzi, ad esser precisi la discreta relazione tra i due leader va avanti dallo stesso anno dell’elezione del pontefice, il 2013, quando l’inaspettata – per occhi distratti – convergenza tra la Santa Sede e Mosca scongiurò di fatto l’intervento americano in Siria contro Assad.

Perché è significativa l’eterogeneità politica degli incontri odierni di Putin? Perché dimostra plasticamente due cose: il pragmatismo di Mosca, molto più attenta al perseguimento dei propri interessi nazionali che alla ricerca del colore politico più vicino a quello del suo partito di governo, Russia Unita; la trasversalità di un rapporto diplomatico italo-russo che storicamente ha incontrato pochi e ben circoscritti ostacoli.

Tra questi ultimi, bisogna certamente citare la guerra di Crimea (benché pre-unitaria) e soprattutto l’invasione dell’Unione Sovietica durante la Seconda guerra mondiale. Tutto il resto, compresa la retorica anticomunista che ha segnato quasi per intero il secolo breve, passa praticamente in secondo piano rispetto alle costanti convergenze. Culturali prima e commerciali poi. Anche in piena Guerra fredda, e persino durante il fascismo, con l’Italia ha intessuto coi sovietici relazioni privilegiate, specie se comparate a quelle di altri Paesi europei.

Anche negli ultimi anni, in cui la supposta fine delle ideologie ha in realtà ceduto il passo alla polarizzazione degli scontri politici, i rapporti tra Roma e Mosca hanno subito scossoni molto minori di quanto possa apparire. Al generale raffreddamento occidentale seguito all’annessione russa della Crimea e alla guerra in Ucraina, infatti, non è corrisposta da parte italiana alcuna cesura particolare nei confronti del Cremlino. Nemmeno coi governi più fedeli all’Alleanza Atlantica e al rapporto con gli Stati Uniti.

A inizio 2014, Enrico Letta fu l’unico leader occidentale a presenziare all’apertura delle Olimpiadi invernali di Sochi, con la crisi ucraina in corso. Un anno dopo, Matteo Renzi fu il primo a visitare Mosca dopo il controverso omicidio dell’oppositore russo Boris Nemcov, avvenuto in circostanze mai del tutto chiarite ma per la responsabilità del quale era stato additato pure il Cremlino. Ma soprattutto, nel 2016 lo stesso premier otterrà in sede Coreper la cosiddetta “procedura scritta”, ovvero l’assenso espresso dai rappresentanti nazionali in vece del meccanismo automatico di rinnovo delle sanzioni alla Russia. Un passo tutto sommato molto piccolo in favore di Mosca, ma probabilmente il più lungo che la diplomazia italiana poteva permettersi di compiere sul fronte delle sanzioni.

Di bloccarle, le sanzioni, non se ne parlava e non se ne parla ancora, infatti. Il veto italiano costituirebbe una rottura senza precedenti con Washington, e porterebbe conseguenze potenzialmente anche gravi.

Qualsiasi velleità di questo tipo è rimasta finora confinata alle dichiarazioni da campagna elettorale. L’attuale governo non solo non ha compiuto alcuna mossa, per fermare le sanzioni, ma si è anche allineato su alcune posizioni di politica estera molto più vicine a Washington che a Mosca. Ad esempio per quel che riguarda il Venezuela e l’Iran.

È chiaro dunque che la traiettoria geopolitica dell’Italia è molto più stabile di quella generalmente manifestata dai suoi singoli governi. L’appartenenza alla Nato non è messa in discussione da nessuno, perché di fatto non può esserlo. Allo stesso tempo, un buon rapporto con Mosca è ormai dato per scontato da qualsiasi inquilino di Palazzo Chigi, al di là di ogni tentativo retorico di esaltarlo o al contrario di nasconderlo (o quasi).

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