Il 25 febbraio scorso si è spento all’età di 91 anni il più longevo dei Presidenti egiziani. Un’analisi per ripercorrerne il governo e tracciarne l’eredità

Cairo, Egitto, 6 ottobre 1981, parata militare celebrativa in ricordo della guerra dello Yom Kippur, lo storico conflitto consumatosi nell’ottobre del 1973 conclusosi con la roboante vittoria dell’esercito egiziano su quello israeliano.
Da un convoglio sgusciarono quattro appartenenti di un’organizzazione terroristica islamista che si avvicinarono al palco delle autorità presieduto dal Presidente Anwar al-Sadat, il Presidente che dopo aver guidato il suo Egitto nella guerra del Kippur al fianco della Siria di Hafiz al-Assad, aveva stretto con Israele gli accordi di Camp David che portarono ai trattati di pace israelo-egiziani del 1979.
Un gesto che gli islamisti non gli perdonarono, tanto che uno di loro, sceso dal furgone, scaricò i colpi del suo fucile sul corpo di Sadat, uccidendolo.
In piede e al fianco del Presidente, uscito illeso dal tragico evento se non per una lieve ferita alla mano, presenziava il vice Presidente egiziano Hosni Mubarak.
Dopo soli otto giorni, approfittando dello stato di emergenze in cui vigeva il paese, Mubarak giurava da Capo di Stato e si apprestava a governare la nazione per i futuri trent’anni, prima di essere rovesciato dalle proteste delle primavere arabe del 2011.

Nato in un villaggio rurale del sud dell’Egitto il 4 maggio 1928, divenne maggiorenne come giovane ufficiale dell’aereonautica militare egiziana.
Vestì la prima divisa sotto la presidenza di Gamal Abdel Nasser, in un Egitto molto diverso da quello che plasmerà.
Erano gli anni della vicinanza all’Unione Sovietica, gli anni dell’intervento in Yemen, gli anni della cocente sconfitta nella guerra dei sei giorni contro lo Stato di Israele.
Ciononostante ottiene stima e riconoscimento all’interno dell’aereonautica di cui riesce man mano a scalare i vertici, e di cui viene nominato comandante all’età di 43 anni.
Una promozione, quest’ultima, che riesce a ripagare pienamente.
Durante la già citata guerra dello Yom Kippur è sotto la sua direzione che i bombardieri dell’aviazione egiziana aprono il campo alle truppe di terra rendendo possibile la celebre attraversata del Canale di Suez che viene riconquistato.
Un successo senza precedenti che lo accompagnerà fino alla morte e che rese Mubarak un moderno eroe della patria.
Fu anche e soprattutto per questo che Sadat lo chiamò a ricoprire il ruolo di vice Presidente nel 1975, dopo che anche lui era stato vice Presidente di Nasser.

Anche gli anni da spalla destra di Sadat furono tumultuosi, a partire dall’apertura ai Fratelli Musulmani, la formazione di islam politico nata proprio in Egitto e la cui storia si intreccerà con quella di Mubarak, passando per le rivolte per il pane di fine anni Settanta, fino agli accordi con Israele che decretarono il forzato passaggio di consegne.
Una serie di sliding doors quelle fra le figure di Nasser Sadat e Mubarak, che spingono quest’ultimo a forgiare la propria filosofia di governo sull’inossidabile binomio di stabilità e sviluppo.
Probabile motivo per cui non acquisirà mai il carisma e la popolarità dei due predecessori, ma li supererà di gran lunga nella longevità.

Nei tre decenni della sua presidenza, infatti, Hosni Mubarak ha promosso e potenziato un sistema repressivo e di controllo capillare ed efficiente.
Opposizioni e minoranze sono state limitate e represse. Alla Fratellanza Musulmana, formalmente osteggiata, venne però lasciato un ampio livello di libertà per sopperire al welfare a bassa soglia e ai servizi di base soprattutto in certe zone del paese.
Un’inimicizia strumentale, che ha concesso al Rais di stringere le maglie della soppressione attorno a oppositori secolari, permettendone la sopravvivenza attraverso tre decenni di potere del suo Partito Nazionale Democratico, la formazione politica che de facto ha rappresentato il partito unico dello Stato per svariati anni.

6 ottobre 1981, l’assassinio del Presidente Anwar al-Sadat

Sul piano economico, invece, l’Egitto di Mubarak ha vissuto una stagione di forte liberalizzazione e privatizzazione.
Sono stati preferiti gli investimenti nel comparto industriale a discapito di quello agricolo, che è rimasto comunque campo di lavoro per circa un terzo della popolazione.
La stabile crescita economica che ha quasi sempre oscillato fra i 5 e i 6 punti percentuali, con un tasso di cambio stabile e un buon rating finanziario, ha permesso una sensibile crescita demografica, un notevole miglioramento del tasso di alfabetizzazione, e l’implementazione del settore turistico che verso la fine dell’era Mubarak era diventato settore locomotiva della nazione.
A supportare queste scelte di politica economica ha sicuramente influito la stretta vicinanza che ha accomunato Washington e Il Cairo.
Mubarak, considerato dalle cancellerie occidentali come un leader arabo moderato, ha goduto di un rapporto privilegiato con le amministrazioni a stelle e strisce, in particolare dopo la sua partecipazione nella Guerra del Golfo nel 1991 al fianco delle truppe statunitensi.
Infatti, in cambio della cancellazione di circa venti miliardi di debiti nazionali e di cospicui aiuti annuali, dopo la vittoria della coalizione a guida USA l’Egitto, che nel frattempo era rientrato all’interno della Lega Araba, è stato custode degli interessi americani in Medio Oriente.

Le riforme economiche promosse dal Presidente Mubarak hanno però, negli anni, rivelato dei problemi strutturali interni al paese.
Capitalismo clientelare, accentramento di potere in particolar modo nelle élite militari, aumento delle disuguaglianze e della corruzione, alcuni delle maggiori debolezze che hanno aperto crepe nel sistema di potere che si era creato.
A partire dai primi anni duemila, con il rapido aumento delle popolazione e quindi della popolazione giovane, sono stati sempre più comuni gli scioperi sindacali che lamentavano la crescente disoccupazione, l’alta inflazione, la povertà radicata, e che spesso sono stati represse violentemente.
Il mito della stabilità per motivi di sviluppo iniziava a scricchiolare sotto il montante del malcontento di milioni di cittadini egiziani.
Le contraddizioni e i dilemmi sono esplosi il 25 gennaio 2011, durante l’annuale festa per la commemorazione della polizia, quando centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza al grido di “pane, libertà e giustizia” chiedendo lo scalpo del Capo dello Stato.
Era l’onda lunghe delle proteste che avevano scosso la Tunisia e che passeranno alla storia come primavere arabe dopo aver toccato anche Libia e Siria.
Simbolo delle proteste divenne in Egitto piazza Tahrir, che per diciotto lunghissimi giorni sfianco Hosni Mubarak fino alla dichiarazione di dimissioni avvenuta l’11 febbraio.

Cairo, Piazza Tahrir l’8 febbraio 2011

La potenza delle manifestazioni, che per la prima volta nella storia avevano visto un coinvolgimento attivo e concreto delle nuove tecnologie, hanno sì deposto il presidentissimo egiziano, ma interrogano tutt’oggi, dopo la sua morte, sull’eredità che ha lasciato al paese.
Dopo la breve parentesi della presidenza Morsi, votato alle elezioni del 2012 sotto l’egida della Fratellanza Musulmana, terminata per mano di un colpo di stato manovrato dall’attuale Presidente Abdel Fattah al-Sisi, è facile comprendere che il sistema di potere militare interno all’Egitto non è stato scalfito.
Basti pensare che oggi si stima che sotto il controllo dell’esercito vi sia circa il 50 per cento dell’economia nazionale grazie alla gestione di aziende che producono beni di prima necessità come pane, latte, carne e pesce, ma anche aziende attive nel campo della tecnologia, degli elettrodomestici, del turismo e dei resort, con la possibilità di offrire tutto ciò alla popolazione a prezzi calmierati e approfittando perciò di un cospicuo vantaggio competitivo.

Il potere diventa di conseguenza anche denaro, catena di distribuzione, posti di lavoro, ed anche e soprattutto sotto quest’ottica si devono leggere i recenti grandi investimenti che sono stati intrapresi, come l’ampliamento del Canale di Suez, lo sfruttamento dei giacimenti di gas di Zohr.

Il percorso imboccato oggi da al-Sisi sembra quindi voler ricalcare le orme di uno del suo predecessore, che in trent’anni di governo ha plasmato a suo piacere la terra delle piramidi, e che a sua volta ha trovato ispirazione in un fenomeno che affonda le proprie radici fin nel passato dei processi di decolonizzazione – guidati appunto da élite dell’esercito – e del quale l’Egitto pur sicuramente rappresentando un unicum non è riuscito ad esserne estraneo.

Mubarak ha quindi lasciato la sua impronta pesante su di un paese che non riesce a liberarsi del suo retaggio.
Le inchieste susseguitesi dopo la sua deposizione lo hanno visto incriminato solo per le accuse di sottrazioni di fondi pubblici e non per le ben più gravi accuse di uccisione di manifestanti.
Si è spento nella all’ospedale del Cairo, dopo aver riacquisito la piena libertà, e per lui è stata predisposta una cerimonia funebre con gli onori militari e il lutto nazionale.

Ho ucciso il faraone” gridava Khalid al-Islambuli mentre scaricava i proiettili del suo fucile sull’indifeso corpo di Anwar al-Sadat nel 1981.
Quarant’anni più tardi, dopo trent’anni di un potere quasi assoluto, capitolava politicamente per mano della piazza anche il suo successore, scomparso recentemente.
Il “sarcofago” che si è chiuso il 25 febbraio scorso potrebbe contenere l’ultimo dei “faraoni” d’Egitto, mortale nella carne, immortale nell’eredità.

Fonti:

https://www.sfchronicle.com/chronicle_vault/article/Chronicle-Covers-The-assassination-of-Anwar-Sadat-9650381.php

https://www.politico.com/story/2011/02/egypts-economy-and-mubaraks-fall-049736

https://www.foreignaffairs.com/articles/egypt/2015-11-01/getting-over-egypt

https://www.theguardian.com/global-development/poverty-matters/2012/jan/25/egypt-bread-freedom-social-justice

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Davide Agresti

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