Dallo stretto di Hormuz passano 21 milioni di barili al giorno, il 35% del trasporto via mare di petrolio. Secondo lo U.S. Energy Information Administration il 76% di quel petrolio è destinato ai mercati asiatici, quali soprattutto Cina, India, Giappone, Corea del sud e Singapore. In media passa 1 petroliera ogni 8/10 minuti.1 Tutto ciò in uno spazio il cui punto più stretto è di soli 50 chilometri.

Teheran e Hormuz nella storia

Il prestigioso ruolo che la Repubblica Islamica vuol vedersi riconoscere è quello di garante della stabilità dello stretto. Il ruolo di garanzia assume una valenza particolare nel momento in cui tra il garante e il sabotatore non c’è differenza. In questo modo entrambe le vesti guadagnano in potere contrattuale vista la storica minaccia di Teheran nel rappresentarli contemporaneamente. La storia millenaria della terra persiana si è storicamente intrecciata a quella dello stretto di Hormuz. L’interesse delle classi imperiali persiane si è manifestato e realizzato con i diversi tentativi di conquista dell’Oman al fine di trasformare lo stretto in un lago interno a totale discrezione dell’Iran del tempo. Il primo a teorizzare la sua importanza fu l’ammiraglio Scylax dell’impero Achemenide. Per il geopolitico ante-litteram il dominio del mondo si sarebbe potuto realizzare solo con il controllo di 3 spazi chiave: l’Oman, il Bahrain e lo Yemen. Nonostante ciò l’Iran non si è mai resa talassocrazia. A dimostrare ciò il fallito tentativo di sfruttare l’acqua come fosse terra nel colossale ponte di barche che doveva tagliare l’istmo del Monte Athos e insidiare Atene.

La penisola Musandam, lo spazio di terra tra lo stretto e gli Emirati Arabi Uniti, fu sotto il controllo o l’influenza persiana dall’Impero di Ciro alla dinastia Sassanide, e fino ai Safavidi, tra vicende alterne e arretramenti forzati, come al tempo della conquista portoghese dello stretto nel 1515. Dopo la leggendaria dinastia Afsharide, la dinastia Cagiara prese il potere nel periodo più umiliante della storia d’Iran: il Grande Gioco e la spoliazione di sovranità a beneficio di Russia e Gran Bretagna, la quale garantì all’Oman l’appoggio necessario per liberarsi dall’influenza persiana.2

Negli anni 60/70 del ‘900 l’Iran riuscì a riproiettarsi sullo stretto grazie al ritiro delle truppe britanniche dal Golfo Persico nel 1971, l’aumento del potere negoziale petrolifero in seguito alla crisi del ’73 e la guerra del Dhofan che mise in subbuglio l’Oman e portò all’intervento militare iraniano. Nel 1972 Mohammed Reza Pahlavi affermava: “Oggi, non solo dobbiamo dare attenzione al mare di Oman e alle coste Iraniane prossime a Gwadar; la nostra responsabilità è totalmente cambiata. Il mare di Oman è collegato ad altri mari e oceani, e sull’acqua non c’è confine.”3 Così facendo, lo Shah allargava la sfera di sicurezza iraniana all’Oceano Indiano dando di riflesso maggiore importanza allo stretto di Hormuz, inteso come retroterra indispensabile di proiezione globale e difesa regionale. I vortici interni della rivoluzione del 1979 distolsero lo sguardo di Teheran da Hormuz per poi ritornare durante il conflitto tra Iran e Iraq e la cosiddetta guerra delle petroliere. A causa degli attacchi sia alle petroliere iraniane ed irachene, sia a quelle neutrali, lo stretto di Hormuz raggiunse altissimi livelli d’instabilità, soprattutto a causa dell’Iraq, il quale voleva annientare l’export petrolifero iraniano attaccando le petroliere, i porti e i complessi petroliferi. Gli americani furono coinvolti in seguito alle richieste di aiuto del governo kuwaitiano, le cui petroliere furono colpite numerose volte dall’Iran, e a causa dell’attacco iracheno alla USS Stark. Washington accusò Teheran e inviò diverse navi da guerra nel golfo.4

La guerra delle petroliere è fondamentale per comprendere un precedente dell’attuale retorica dell’amministrazione iraniana. Nel corso della guerra l’Iran ripeté più volte che se gli fosse stato impedito di esportare petrolio avrebbe chiuso lo stretto di Hormuz. Tuttavia pur in un contesto di guerra aperta regionale l’Iran si rendeva conto della non fattibilità del progetto, come se ne rende conto oggi mentre si districa tra le storiche minacce e le crescenti tensioni con gli Stati Uniti.

USS Stark colpita durante la guerra tra Iran e Iraq

Perché l’Iran non chiuderà lo stretto?

Basterebbe dire che l’80%2 dell’intero commercio iraniano con l’estero e il 100% passano per Hormuz al fine di comprendere l’effetto boomerang che avrebbe la chiusura dello stretto sull’economia persiana. Ciò è dovuto al fatto che l’Iran non ha mai investito su porti che si affacciano sull’Oceano Indiano rendendo Bandar Abbas, la città portuale che dà sullo stretto, il necessario terminale terreste delle merci. Solo recentemente l’India, come risposta agli investimenti cinesi sul porto di Gwadar in Pakistan, ha cominciato a investire sul porto iraniano di Chabahar. Si dovrebbe poi considerare che l’Iran potrebbe optare per una chiusura selettiva ristretta a paesi ostili, escludendo, dunque, paesi neutrali come Cina, Giappone e India, i quali sono i più importanti clienti del petrolio di Teheran.5 L’Iran ha anche la capacità di destabilizzare l’area spingendo in alto i prezzi del petrolio. Questo è uno strumento di pressione efficace fin al punto in cui rischia di alienarsi le relazioni con i paesi consumatori, come gli Stati europei, fin ora verbalmente difensori e fattualmente neutrali dell’accordo sul nucleare, e gli stati asiatici.

Un altro motivo per cui non chiuderà lo stretto, né totalmente né parzialmente, è data dalla misura delle tensioni tra Stati Uniti e Iran. Ovvero, le mosse iraniane sono strutturate in modo da essere coerenti con il grado di tensione della contesa. Evita fughe in avanti come evita di rimanere indietro nella deterrenza dialettica o militare. Se è vero che le frizioni con gli Stati Uniti hanno raggiunto livello preoccupanti, è ancor più vero che l’opzione militare è quasi (e sotto vedremo perché “quasi”) totalmente esclusa da entrambe le parti. Dunque il modus operandi iraniano è quello di assecondare il grado di tensione voluto dagli Stati Uniti adeguando i propri mezzi al grado di minaccia percepita, e giungendo, come si è visto con il caso Stena Impero, persino alla rappresaglia. Destreggiarsi con equilibrio tra il non mostrarsi debole e non accelerare la crisi è l’imperativo categorico della strategia iraniana. In questo contesto la chiusura dello stretto rappresenterebbe un’eccessiva fuga in avanti che scatenerebbe senza ragione la superpotenza americana e legittimerebbe un pericoloso incremento delle tensioni, tutto a danno della Repubblica Islamica.

Deterrenza e difesa

In che modo potrebbe però avverarsi un scenario di guerra? Per spiegarlo è utile definire il classico problema della deterrenza reciproca, il quale si realizzò in tutta la sua pericolosa logicità durante la guerra fredda: ecco la Mutua Distruzione Assicurata. La MDA rilevava che una guerra nucleare tra Stati Uniti e Unione Sovietica avrebbe distrutto entrambe le superpotenze. Per evitarlo si cercò di agire sul maggiore incentivo a fare il primo passo, ovvero lanciare il primo strike contro, ad esempio, le rampe di lancio nemiche. In questo modo chi lanciava il primo strike contro i sistemi offensivi nemici avrebbe compromesso la capacità di risposta dell’avversario. Così facendo entrambi erano incentivati a colpire per primi. Nel caso della guerra fredda puntare i sistemi offensivi contro le città nemiche e non contro i sistemi altrui, rendendo per l’altro possibile effettuare lo strike di rappresaglia, fu il modo per disinnescare l’incentivo ad attaccare per primi. Una variante ridotta della MDA è presente anche nella contesa Iran-US dato che gli americani avrebbero l’incentivo ad un attacco a sorpresa contro le postazioni offensive e difensive iraniane. Quest’ultimi, sapendo che gli americani colpirebbero in primis i sistemi offensivi necessari per un’eventuale rappresaglia, come ad esempio gli arsenali dei missili balistici, avrebbero lo stesso incentivo a usare l’effetto sorpresa e colpire, quando ancora lo possono fare, le postazioni americane nella regione.

A livello invece puramente difensivo la tecnologia militare iraniana si basa soprattutto su motoscafi veloci usabili dai Guardiani della Rivoluzione per trasportare lanciarazzi o effettuare attacchi suicidi vicini alle navi nemiche; motocannoniere missilistiche;6 missili anti-nave che hanno l’obiettivo di scoraggiare eventuali attacchi più che prevenirli. L’uso di questi ha una funzione essenzialmente punitiva e di ritorsione.7 Un altro mezzo importantissimo per la difesa iraniana dello stretto concerne il disseminare lo stretto di Hormuz di mine, dispositivi esplosivi economici e facili da sviluppare. Anche il discorso delle mine s’inserisce nel contesto strategico della MDA. Infatti se l’Iran dovesse disseminare di mine lo stretto dopo un attacco americano, questa capacità sarebbe inevitabilmente compromessa. Teoricamente parlando, avrebbe dunque l’incentivo a farlo prima che le tensioni accrescano irrimediabilmente. Tuttavia le mine hanno una forza esplosiva limitata e possono al più danneggiare i propri target, senza la certezza di affondarli. In ogni caso la minaccia delle mine potrebbe destabilizzare il traffico marittimo e far salire il prezzo del petrolio e i tassi di assicurazione marittimi. Rimane, dunque, un importante mezzo di deterrenza.8 In ogni caso è plausibile che l’uso collettivo dei vari mezzi di difesa iraniani potrebbe conseguire vari iniziali successi soprattutto perché coordinati nello spazio ristretto di Hormuz.9

Mezzo di attacco rapido dell’IRGC

Internazionalizzare la crisi?

Intanto, dopo il ritiro dall’accordo sul nucleare, gli Stati Uniti hanno come obiettivo l’isolamento dell’Iran per costringerlo a cedere il più possibile sul futuro tavolo negoziale. La coalizione a guida americana proposta per assicurare la libertà di navigazione (ossia il dominio marittimo) americano va anche in questo senso. Fin ora solo Bahrain, Australia e Regno Unito hanno aderito.11 Un altro attore molto interessato data la dipendenza dagli idrocarburi passanti per lo stretto è il Giappone, il quale si è proposto per il ruolo di mediatore tra Iran e Stati Uniti. L’internazionalizzazione della questione dello stretto può essere causata anche dall’interessamento cinese. Da un lato l’Iran potrebbe accentuare il valore di Hormuz invitando i rivali strategici americani, quali Russia e Cina, a svolgere esercitazioni congiunte 9, dall’altro la Cina dipende dal petrolio passante per Hormuz per il 21% dei suoi rifornimenti.10 L’impero celeste, come sfidante all’egemonia globale, risparmia sui costi di gestione dell’egemonia stessa. L’assicurazione alla libertà di navigazione dei colli di bottiglia è interamente sulle spalle americane. Tuttavia la stagione del “free-riding” si avvierà necessariamente a conclusione sia perché la Cina vorrà proporsi come alternativa alla leadership americana, sia perché non è accettabile dipendere, nello stretto di Malacca come ad Hormuz, dal proprio competitor strategico per quanto riguarda il passaggio delle merci.

  1. J. Barden, The Strait of Hormuz is the world’s most important oil transit chokepoint, U.S. Energy Information Administration, giugno 2019, indirizzo web: https://www.eia.gov/todayinenergy/detail.php?id=39932
  1.  J. Shapiro, Iran’s Miscalculation in the Strait of Hormuz, GeopoliticalFutures, luglio 2019, indirizzo web: https://geopoliticalfutures.com/irans-miscalculation-in-the-strait-of-hormuz/
  1.  J. Tarabay, Australia Is Third Country to Join U.S. in Patrolling Strait of Hormuz, New York Times, Agosto 2019, indirizzo web: https://www.nytimes.com/2019/08/21/world/australia/ships-hormuz.html
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