Sono passate ormai dodici settimane dall’inizio delle proteste ad Hong Kong contro la legge sull’estradizione che avrebbe permesso di detenere in carceri cinesi gli oppositori politici. In queste dodici settimane di proteste ininterrotte il dibattito sulla legge, per bocca della governatrice Lam, è stata sospeso sine die.

Cosa prevedeva la legge contestata?

La legge avrebbe consentito al governo della città di estradare chi è era sospettato di crimini gravi, in questo modo la città di Hong Kong non sarebbe diventata la destinazione di decine di potenziali criminali in fuga dal proprio paese e si sarebbe solamente colmato un vuoto normativo.

L’idea dell’emendamento è nato dopo che nel 2018 Hong Kong, non era riuscita ad estradare a Taiwan un cittadino 19enne della stessa città, accusato di aver ucciso la ragazza durante una vacanza a Taipei , poiché le leggi non lo permettevano. In quel caso se l’emendamento fosse stato in vigore ad esempio, il ragazzo sarebbe stato processato in uno dei paesi vicini – per esempio, in Cina, a Taiwan o a Macao.

Il governo aveva più volte rassicurato che non avrebbe mai estradato nessuno per questioni politiche, ma i manifestanti e le associazioni di diritti umani temendo che la legge avrebbe potuto punire i dissidenti o chi si è espresso in maniera critica nei confronti della Cina, hanno deciso di scendere in piazza a fine maggio per opporsi a tale misura.

Molti sono preoccupati anche per la possibile perdita d’indipendenza di Hong Kong. La città fa infatti parte della Cina ma è autonoma dal 1997, motivo per cui si regge su un sistema capitalista e ha istituzioni democratiche. Se questa legge venisse approvata, sostengono i suoi critici, il governo potrebbe diventare schiavo delle richieste cinesi e chi viene sospettato di un reato potrebbe essere processato secondo un sistema giudiziario molto diverso da quello in vigore attualmente ad Hong Kong. Nella città, per esempio, nessuno può essere condannato alla pena di morte che è stata abolita nel 1993; in Cina, invece, questo sarebbe possibile.

Ma perché si continua ancora a protestare?

Come scritto in precedenza, dopo aver ottenuto la discussione della legge a data da destinarsi, i manifestanti adesso reclamano nuove richieste, una su tutte le dimissioni della “Chief Executive” Carrie Lam accusata di essere solamente un “esecutrice diretta” delle volontà di Pechino, seguite da altre richieste inerenti l’ambito economico della città. In definitiva ciò che alimenta tuttora la protesta di Hong Kong è il fatto che la città non offre più le stesse opportunità di prima alle nuove generazioni, gli stipendi non sono adeguati al costo della vita e acquistare una casa per una giovane coppia è impossibile.

One country two systems

Quando si parla di “one country two systems” significa che in un paese vigono due sistemi differenti contemporaneamente; questo consente ai territori di rimanere con sistemi legali e forze di polizia indipendenti, le loro strutture politiche locali sono distinte e separate tranne per il fatto che i “dirigenti” locali altro non sono altro che governatori inviati da altri Paesi, in questo caso dalla Cina.

Detto questo inoltre i cittadini di Hong Kong rivendicano un “ambiguo” status che la città si porta dietro dal lontano 1997, quando si passò dal controllo britannico al controllo di Pechino, ovvero da quando si ebbe l’accordo tra Deng Xiaoping e la Thatcher per il ritorno alla Cina senza che le istanze dei cittadini fossero state prese in seria considerazione; quindi ciò che la popolazione di Hong Kong ha avvertito e che il destino della loro città e della popolazione sia sempre stato deciso da terzi.

Per dovere va specificato che non è la prima volta che negli anni si verificano importanti manifestazioni ad Hong Kong contro il “governatore” cinese, infatti tutte le elezioni del Chief Executive dal 1997 in poi, formalmente scelto da un collegio di grandi elettori ma che di fatto deve essere gradito a Pechino, non sono mai andate lisce e il gradimento del titolare di questa posizione è sempre stato molto basso; mai però si era arrivati a proteste così longeve come in quest’ultimo caso

Richieste (im)possibili?

Alcune delle richieste che i manifestanti hanno portato aventi negli scorsi giorni sembrano volte più a mantenere uno status di incertezza nella città che ad essere realmente realizzate; prima fra tutte si fa riferimento a quella che vorrebbe una totale indipendenza da Pechino, una sorta di status simil-Taiwan dove in teoria si è parte della “madrepatria” ma in realtà si è totalmente indipendenti, richiesta questa, che se pur esagerata ha fatto scattare un campanello d’allarme alle autorità cinesi che hanno prontamente mobilitato l’esercito .

Cosa succede adesso?

Lo scenario più probabile e che il tutto venga lasciato sgonfiarsi senza alcun intervento violento da parte dell’esercito cinese (utilizzato in chiave di deterrente). Probabilmente questa verrà ricordata solamente come l’estate “calda” di Hong Kong, anche perché la manifestazione che ormai si protrae per dodici settimane, per quanto sia stata oggetto di interesse dei media non ha avuto lo stesso eco mediatico internazionale di altri eventi, mancando così di quel supporto fondamentale dei soggetti più importanti appartenenti alla comunità internazionale.

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Filippo Sardella, classe 1988, laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, corsista di "Political Ethics" presso la YALE University , conferenziere e analista politico, specializzato in storia e politica della Russia e dell’Europa Orientale, operatore certificato in "International Humanitarian Law", attualmente si occupa di analisi geopolitiche per l'Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI)
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