Dopo quasi un mese dall’entrata in vigore della National Security Law a Hong Kong, il mondo si è espresso sulla situazione ma sembra abbia scelto da che parte schierarsi sulla base dei propri interessi.

La National Security Law

Il 30 giugno 2020 è ufficialmente entrata in vigore la National Security Law, la nuova legge che di fatto prevede una forte presenza dell’apparato governativo cinese nella sicurezza nazionale di Hong Kong. La nuova legge, i cui punti sono stati decisi da Pechino senza l’opinione del governo di Hong Kong, prevede nel caso in cui una persona venga ritenuta colpevole di atti di secessione o sovversione, che questa debba scontare una pena che potrebbe anche essere l’ergastolo. Viene inoltre conferito alle autorità il diritto di sorvegliare i contenuti pubblicati online dai cittadini di Hong Kong e anche di poter richiedere alle società delle piattaforme social di eliminare i contenuti che violano la legge sulla sicurezza. Mentre il Capo Esecutivo di Hong Kong Carrie Lam ha assicurato che i diritti e la libertà di espressione dei cittadini saranno garantite, specificando che Hong Kong aveva bisogno di una legge sulla sicurezza nazionale in modo da mantenere l’ordine e la stabilità del Paese, gli attivisti e numerosi esperti hanno definito la legge un rischio enorme per la libertà. Il Professor Johannes Chan, giurista presso l’Università di Hong Kong ha definito la National Security Law come “ una legge che avrà un grave impatto sulla libertà di espressione, se non addirittura sulla sicurezza personale, del popolo di Hong Kong”.

Demosisto e le elezioni democratiche

Secondo gli attivisti pro-democrazia, la nuova legge mette a dura prova la libertà di espressione per i cittadini di Hong Kong: immediato è stato l’effetto della National Security Law, dato che il giorno successivo alla sua entrata in vigore, si sono verificati 370 arresti di persone che stavano partecipando ad una manifestazione pro-democrazia. Sempre collegato al 1° luglio è la decisione del gruppo pro-democrazia Demosisto di sciogliersi.  Creato nel 2016 dagli attivisti Nathan Law, Joshua Wong e Alex Chow, Demosisto aveva come obiettivo di mettere in primo piano la democrazia e la libertà dei cittadini, cercando di indire in futuro un referendum per l’ottenimento dell’autonomia di Hong Kong. Con la National Security Law, il gruppo ha deciso di chiudere i battenti a causa del pericolo di incorrere nell’arresto e nell’estradizione in Cina. Nonostante il timore delle ripercussioni, nel mese di luglio i cittadini di Hong Kong hanno mandato un nuovo segnale a Pechino: alle primarie democratiche infatti più di 500 mila persone hanno espresso la loro preferenza per i candidati delle elezioni che si svolgeranno in settembre. Pronta è stata la risposta dell’ufficio cinese di collegamento con Hong Kong (istituito a partire dall’introduzione della National Security Law e che ha il compito di monitorare il rispetto della nuova legge da parte degli abitanti) che ritiene le primarie democratiche “una seria provocazione nei confronti di Pechino”, ritenendo che i gruppi pro-democrazia vogliano conquistare il potere con nuove proteste.

Gli Stati Uniti e il Regno Unito contro Pechino

La National Security Law sembra aver scatenato reazioni a livello internazionale anche se non vi sono state numerose posizioni di forza nei confronti di Pechino. Durante la 44esima sessione del Consiglio delle Nazioni Unite ben 53 paesi si sono esposti a favore della Cina e della nuova legge introdotta ad Hong Kong (la maggior parte di questi Paesi è formata da diretti debitori nei confronti della Cina) mentre 27 Paesi si sono schierati contro Pechino (l’Italia non si è espressa nella votazione).  Nonostante non facciano più parte delle Nazioni Unite, gli Stati Uniti sono stati i primi a schierarsi contro Pechino in quella che però sembra essere l’ennesima freccia scoccata alla Cina in merito alla “guerra delle sanzioni economiche” che ormai si protrae da quasi cinque anni. La Camera americana ha approvato un disegno di legge volto ad imporre ulteriori restrizioni sui visti per i funzionari cinesi coinvolti nella repressione dell’autonomia di Hong Kong, annunciando inoltre che il trattato economico preferenziale istituito con Hong Kong è terminato.

Tra i Paesi in contrasto con Pechino, si aggiungono agli Stati Uniti anche Regno Unito e Australia. Boris Johnson ha affermato che verranno offerti visti britannici per i residenti della ex-colonia e la possibilità di un passaporto britannico, mentre il Primo Ministro australiano Scott Morrison ha sottolineato che l’Australia potrebbe considerare di accogliere i cittadini di Hong Kong, anche se ancora non è stata presa una decisione definitiva al riguarda. La dura risposta di Pechino non si è fatta attendere: oltre ad aver affermato ulteriori possibili sanzioni nei confronti degli Stati Uniti inasprendo ancora di più le già complesse tensioni diplomatiche, mentre riguardante il Regno Unito, il governo cinese ha già annunciato provvedimenti, aggiungendo che il Regno Unito “dovrà essere pronto a sopportare le conseguenze se continuerà a seguire questo approccio sbagliato nei confronti di Pechino”.

La timida reazione dell’Unione Europea

L’Unione Europea si è detta “preoccupata” per la nuova legge sulla sicurezza. Nella dichiarazione del 1° luglio, il Consiglio Europeo ha sottolineato come “ vi siano preoccupazioni riguardante la conformità della nuova legge con la Basic Law di Hong Kong e riguardo gli impegni internazionali della Cina in questa vicenda. L’Unione Europea infatti ritiene essenziale che i diritti  e le libertà dei residenti di Hong Kong sia protetti, inclusa la libertà di parola, di stampa, di associazione e di manifestazione”. L’Unione Europea decide quindi di usare l’inchiostro e non sanzioni contro Pechino. Joseph Borrell, Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri, ha infatti dichiarato che la nuova legge sulla sicurezza non metterà a rischio i rapporti commerciali tra Unione Europea e Cina. Borell ha inoltre specificato che solo uno dei 27 Paesi avrebbe richiesto sanzioni contro la Cina (la Svezia), aggiungendo però che secondo lui “le sanzioni non sono la via giusta per risolvere i problemi con la Cina”. Anche l’Italia si è schierata con l’Unione Europea ma in colpevole ritardo, astenendosi dal votare la risoluzione presentata dal Regno Unito durante la sessione delle Nazioni Unite. Alla Camera il Ministro degli Affare Esteri Luigi di Maio ha spiegato come “l’Italia segua  la stessa linea intrapresa dall’Unione Europea nei confronti della situazione di Hong Kong e che sia giusto seguire una linea comune”  piuttosto di intervenire in modo isolato nei confronti di Pechino.

I prossimi mesi sapranno rivelarci se la National Security Law avrà un importante ruolo nella società (nonostante le prime avvisaglie non facciano ben sperare per Hong Kong), ma già il summit tra Unione Europea e Cina previsto per settembre a Lipsia potrebbe mostrare se davvero l’Unione Europea avrà intenzioni più decise nei confronti di Pechino o se verranno solo discussi i principali punti di interesse economico di entrambi. Il timore è che il profilo basso tenuto dai Paesi europei e l’indifferenza di molti altri Stati rischino di abbandonare ancora una volta i cittadini che vivono sotto il controllo del governo cinese, basti pensare alla violazione dei diritti umani da parte di Pechino nei confronti del popolo uiguro che, se da una parte aveva destato sdegno sul fronte internazionale, tale vicenda ha poi visto perdersi d’interesse. Molti ritengono infatti che dal 1° luglio 2020 il destino di Hong Kong sia cambiato e che in futuro si vedranno le conseguenze delle mosse di Pechino riguardo al concetto di “ Un Paese, Due Sistemi”  che potrebbe trasformarsi in una Hong Kong “Un Paese, Un Sistema”.

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