“Le rivoluzioni colorate rappresentano un importante contributo alla nostra comprensione di ciò che è realmente successo in un dato momento politico nella storia di un Paese e fornisce informazioni estremamente utili su ciò che il futuro potrebbe – o potrebbe non – mantenere per altri paesi in cui il desiderio di democrazia è grande ma le radici della democrazia sono deboli. “- Richard Miles, ex ambasciatore degli Stati Uniti in Georgia, Azerbaijan e Bulgaria

COSA SONO LE RIVOLUZIONO COLORATE

Le Rivoluzioni Colorate sono, senza dubbio, una delle caratteristiche principali degli sviluppi politici globali di oggi. La rivoluzione colorata è un termine usato dai media per descrivere relativi movimenti che principalmente si sono sviluppati nell’area post sovietica ma hanno visto il loro sorgere anche in diverse aree del mondo; alcuni osservatori hanno definito gli eventi di un’ondata rivoluzionaria. I partecipanti alle rivoluzioni colorate hanno utilizzato principalmente la resistenza non violenta. Tali metodi come manifestazioni e interventi sono stati utilizzati per protesta contro governi visti come corrotti e / o autoritari in sostegno della democrazia, creando una forte pressione per il cambiamento. Questi movimenti tutti hanno adottato un colore o un fiore specifico come loro simbolo. le rivoluzioni colorate sono notevoli per l’importante ruolo delle organizzazioni non governative (ONG) e in particolare studenti attivisti nell’organizzazione creativa resistenza non-violenta.

Il modus operandi è stato pressoché lo stesso in tutte le occasioni; si sono sempre organizzate manifestazioni di protesta durate diversi giorni, che hanno visto la partecipazione di una larga parte della maggioranza della popolazione; così sistematicamente le rivoluzioni colorate hanno mutato sistematicamente le gerarchie di governo compiendo sempre e comunque nei primi mesi del loro operato un’apertura totale alle istanze dei paesi occidentali.

Secondo alcuni commentatori questi movimenti rappresenterebbero una speranza di reale democratizzazione, e sarebbero il mezzo per un necessario accesso allo stile di vita occidentale e all’economia di mercato e per un avvicinamento geopolitico all’occidente dei paesi post-sovietici. Secondo altri commentatori, questi movimenti non sarebbero altro che un fenomeno orchestrato o utilizzato da una nuova élite, più giovane e filo-occidentale, in grado di incanalare il malcontento generale per arrivare al potere.

Come si è già detto tutti i movimenti si sono costruiti attorno a un colore o a un simbolo ben identificabile, in maniera da rendere le manifestazioni di grande impatto anche grazie alla colorazione. Per ottenere questo effetto gli attivisti hanno distribuito magliette, impermeabili, cappelli, adesivi e altri oggetti colorati.[1]

Ogni movimento ha inoltre avuto il proprio slogan evocativo, semplice e immediatamente comprensibile. Gli stessi movimenti giovanili hanno adottato nomi brevi ed evocativi, simili tra di loro.

«La nostra idea è quella di utilizzare le strategie del marketing commerciale (corporate branding) in politica. Il movimento deve avere un dipartimento marketing. Noi abbiamo adottato la Coca-Cola come nostro modello» ha spiegato Ivan Marovic di Otpor (movimento studentesco anti-governativo nato in Serbia nel 2000)

Ivan Marovic di Otpor

Slogan democratici vuoti e colori sgargianti a parte, le rivoluzioni colorate sono operazioni di cambiamento dei regimi vecchio stile: la destabilizzazione senza i carri armati.

L’ingrediente segreto è una scienza sofisticata usata per manipolare le emozioni e aggirare il pensiero critico. La storia dimostra che da gran parte della élite di potere l’umanità è vista come un insieme di terminazioni nervose che possono essere spinte e tirate in un modo o nell’altro. In questi giorni la manipolazione è così pervasiva, così sottile, così efficace, che spesso anche individui critici ne cadono preda.

Ma la gamma di emozioni umane è molto più vasta e manipolabile. Basti pensare alle grandi operazioni di marketing, alla pubblicità, le relazioni pubbliche, la politica e il processo legislativo, la radio, la televisione, il giornalismo e le notizie, i film, la musica, gli affari generali e l’abilità nel vendere; tutte sfruttate attraverso la promozione, gli sketch divertenti, gli slogan, le inquadrature, istigando allo schieramento di amici e nemici, sostenendo simpatie e antipatie, impostando i confini del bene e del male.

Guardando sotto la facciata del movimento rivoluzionario colorato troviamo anche una struttura comportamentale del desiderio di massa basata e costruita su lezioni storiche offerte dai movimenti sociali e dei periodi di sconvolgimenti politici.

L’ARCHITETTO DELLE RIVOLUZIONI COLORATE

Gene Sharp è stato un politologo, accademico e saggista statunitense, divenuto celebre per i suoi studi sulla disobbedienza civile e sulla lotta non violenta. Tra le sue opere indubbiamente la più celebre rimane “Dalla dittatura alla democrazia. Manuale di liberazione non violenta”, il libro rappresenta, sia per contenuti che per trattazione, le basi dell’agire politico di Sharp.

Per capire al meglio la figura del politologo statunitense è opportuno specificare fin da subito che egli volle concentrarsi nello studiare il gap che vi era tra l’estesa letteratura riguardante la strategia militare e la lotta non violenta.

in foto Gene Sharp

Alla base dell’agire del suo pensiero politico vi sono sempre state delle vere e proprie tecniche di formazione, utilizzate per affinare la cooperazione e il coordinamento delle tattiche di gruppo. Gene si ispirò fin da subito ai movimenti pacifisti del secolo scorso, in questi infatti vi era una consistente partecipazione dal basso con la presenza di figure più istituzionalizzate, quelle dei ricercatori universitari, dei centri studi sulle strategie e dei conflitti o degli istituti di affari internazionali. Veri e propri think tank, perfettamente integrati nel sistema americano, il cui obiettivo, grazie all’immensa disponibilità di risorse e capitale umano, è quello di elaborare una tecnica neutra che possa applicarsi a seconda dei contesti e delle esigenze, spogliandosi di qualsiasi finalità politica.

Articoli, manuali e dissertazioni prodotti allo scopo di fornire una soluzione al problema del conflitto, una ricetta per la pace sociale e internazionale. Alla luce degli avvenimenti più recenti – dal crollo relativamente pacifico dell’Unione Sovietica con le dinamiche di smembramento e democratizzazione delle ex repubbliche popolari sino alle primavere arabe – è chiaramente innegabile come la lotta nonviolenta direttamente o indirettamente abbia scritto un importante capitolo dopo il 1989; è proprio nel 1989 che l’Albert Einstein Institution (istituto di ricerca fondato dallo stesso Sharp) fa il suo esordio come occulto decision maker dell’arena politica. Infatti tramite l’Istituto Gene Sharp veicola i suoi consigli a movimenti anticomunisti clandestini presenti in Europa orientale, partecipa alla creazione dell’Alleanza Democratica di Birmania, una coalizione di notabili anticomunisti che presto entrano a far parte del governo militare e del Partito Progressista Democratico di Taiwan che milita per l’indipendenza dell’isola dalla Cina comunista anche se ufficialmente gli Stati Uniti vi si oppongono. Tenta anche di formare un gruppo di dissidenti in seno all’OLP, che potrebbe condurre i nazionalisti palestinesi a rinunciare al terrorismo. [2]

Per le rivoluzioni colorate il modus operandi è sempre il medesimo, una legge contestata o presunti brogli elettorali fanno scattare un movimento di protesta che attira i manifestanti in strada, i quali riuniti attorno ad uno slogan decidono di sovvertire gli organi di governo con metodo più o meno pacifici.

IL CASO DI HONG KONG

Pechino ha definito le proteste scaturite contro la legge sull’estradizione di Hong Kong come “rivolte” e ha detto che dietro c’erano i paesi occidentali, ma ha aggiunto che la Cina sosteneva la risposta del governo locale. Tanto che il il ministero degli Esteri cinese, il 13 giugno, ha descritto le proteste, per lo più pacifiche, come «un atto che mina la stabilità di Hong Kong. Quello che è successo nell’area dell’Ammiragliato non è stata una manifestazione pacifica, ma una sommossa organizzata da un gruppo», ha detto. «Sosteniamo il governo di Hong Kong che si occupa della situazione in conformità con la legge».

Il governo di Hong Kong ha sostenuto che le proteste hanno coinvolto altri paesi che cercano di avviare una “rivoluzione colorata” volta a rendere Hong Kong incontrollabile, riporta Asia Times.

Il Sing Tao Tao Daily di Hong Kong ha citato fonti governative, affermando che la protesta, che il capo dell’esecutivo e le forze di polizia hanno classificato come “sommossa organizzata”, aveva lo scopo di abbattere il governo e persino di sostenere l’indipendenza di Hong Kong. Il documento ha detto di ritenere che alti funzionari del governo hanno avuto diverse riunioni per studiare la situazione sull’Ammiragliato ed erano giunti a questa conclusione. La loro valutazione era che i disordini non si sarebbero conclusi in un giorno e speravano che le forze di polizia potessero ristabilire l’ordine il più presto possibile.[3]

Il governo ha detto di non avere intenzione di ritirare il disegno di legge, anche dopo che più di un milione di persone si sono radunate domenica scorsa e 72 persone sono rimaste ferite dopo che la polizia ha sparato spray e gas lacrimogeni sui manifestanti. Il sito web HK01.com inoltre, citando fonte del governo ha detto che 40000 persone avevano occupato le strade principali.

Durante gli incontri con il capo dell’esecutivo Carrie Lam Cheng Yuet-ngor e gli alti funzionari, la polizia ha detto che una grande quantità di “armi” era stata sequestrata, che comprendeva pali d’acciaio affilato e mattoni, portando a credere che le forze esterne fossero dietro le quinte e fornendo queste “armi” ai manifestanti, secondo i media locali.

Richieste che tuttavia non tengono conto del parere dei 6 milioni di hongkonghesi non scesi in strada, ma che soprattutto andrebbero a rovesciare l’esito elettorale di due anni fa, quando Carrie Lam si è affermata governatrice con il 66,81% dei consensi della Commissione Elettorale, premiando il cosiddetto “campo pro-Pechino” che la sosteneva.

Nel caso di Hong Kong, per altro, le logiche di allineamento politico hanno poco a che vedere con le categorie politiche occidentali, dal momento che nella coalizione di sostegno alla governatrice in carica ci sono anche partiti di orientamento liberal-conservatore o nazionalista, come l’Alleanza Democratica per il Miglioramento e il Progresso di Hong Kong (DAB), l’Alleanza degli Imprenditori e dei Professionisti per Hong Kong (BPA), il Partito Liberale o la Federazione Sindacale di Hong Kong e Kowloon. Allo stesso modo, alcune forze di centrosinistra, come il Partito Democratico (DP) o il Partito Laburista (LP), si trovano invece nel campo opposto, quello cosiddetto “pro-democrazia”. [4]

[1] http://www.upenn.edu/pennpress/book/14990.html

[2] https://www.theguardian.com/world/2018/jan/30/gene-sharp-dead-arab-spring-political-scientist

[3] https://www.agcnews.eu/cina-la-rivolta-di-hong-kong-e-stata-preparata-allestero/

[4] http://www.agenziastampaitalia.it/politica/politica-estera/45603-hong-kong-una-rivoluzione-colorata-timida-ma-insensata-e-pericolosa

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Filippo Sardella, classe 1988, laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, corsista di "Political Ethics" presso la YALE University , conferenziere e analista politico, specializzato in storia e politica della Russia e dell’Europa Orientale, operatore certificato in "International Humanitarian Law", attualmente si occupa di analisi geopolitiche per l'Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI)
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