Con l’aumentare delle tensioni al poroso confine fra Israele e Libano, e l’inasprirsi del confronto fra le grandi potenze della regione, torna doveroso accendere i riflettori sul significativo movimento libanese

Era il primo febbraio del 1979 quando l’Ayatollah Ruhollah Khomeini scese dall’areo che dalla Francia lo riportò nel natio Iran.Quindici lunghi anni di esilio lo separarono dal rientro a Teheran, città pronta ad accoglierlo al culmine della ribollente rivoluzione che aveva infiammato il paese e destituito il monarca Reza Pahlavi.Il turbante nero, la veste ingombrante, lo sguardo serio ed impalpabile contraddistinguono le fotografie che lo ritraggono percorrere la scala del velivolo, ultimo impedimento che lo separò dal guidare il radicale cambiamento che vide, nel decennio successivo, trasformare il gigante persiano nella Repubblica Islamica dell’Iran.I più stretti collaboratori che lo accompagnarono nel viaggio aereo, al momento dell’iconico atterraggio, restano guardinghi qualche passo dietro al leader spirituale e politico della rivoluzione.Si racconta che nell’ultimo tratto di volo si fosse discusso a lungo su chi avesse dovuto affiancare ed agevolare la discesa di Khomeini.Un vizio di forma, per l’epica del ritorno e la sua narrazione, ma anche e soprattutto di sostanza, se si tiene in considerazione la forza aggregante che la rivoluzione aveva consegnato alla composizione variegata della ribellione iraniana, ognuna desiderosa di acquisire maggiore spazio nel disegno di potere che si sarebbe delineato nei giorni, nei mesi, e negli anni a venire.Ad accompagnarlo, quindi, fu uno steward della Air France.

1 febbraio 1979, l’Ayatollah Ruhollah Khomeini al suo rientro in Iran

Una prima, apparentemente secondaria, decisione che lasciò trasparire come il futuro della nazione fosse incerto tanto quanto l’eredità che la rivoluzione avrebbe lasciato in dote. A 40 anni dallo storico avvenimento ancora ci si interroga su tale retaggio, su quanto la nascita della Repubblica sciita abbia condizionato gli assetti globali, su quanto il pensiero khomeinista muova tutt’ora le azioni all’interno dello scacchiere mediorientale. Un lascito non secondario, più difficile da individuare, si può scovare a qualche centinaio di chilometri di distanza dall’Iran, in Libano, inseguendo le tinte giallo verdi di Hezbollah.

Partito politico, organizzazione paramilitare, movimento di liberazione, gruppo terroristico: molteplici e contraddittori sono gli appellativi con i quali, negli anni, si è indicato il Partito di Dio il cui seme è nato nei campi di addestramento libanesi messi a disposizione dei ribelli iraniani che nella seconda metà degli anni ’70 lavoravano per spodestare Pahlavi. L’organizzazione crebbe, si sviluppò, e si dotò di una solida struttura militare negli anni successivi, in concomitanza con la caotica guerra civile libanese, ed in particolar modo con lo scoppio delle ostilità con lo Stato di Israele del 1982. Le continue tensioni con l’ingombrante vicino di casa non si placano seppur nel 1989, con gli accordi di Taif e dopo un fratricida conflitto durato quindici anni, l’assetto sociale e politico del paese dei cedri riconquista tranquillità. Viene definito nuovamente l’ordinamento istituzionale dello Stato, ridimensionando il ruolo del Presidente della Repubblica – per legge un cristiano maronita – implementando quello del Presidente del Consiglio – mussulmano sunnita – e ratificando la parità di seggi interni al Parlamento monocamerale fra eletti cristiani ed eletti musulmani. Una ritrovata stabilità all’interno della democrazia confessionale libanese che, nonostante la fine del conflitto, non è riuscita a smarcarsi dall’ingerenza delle potenze straniere.

La presenza boots on the ground delle forze siriane è, secondo questa lettura, la principale motivazione della crescita di Hezbollah, che volutamente Damasco decide di non disarmare. Durante tutti gli anni novanta e i primi anni duemila la connessione fra la Siria degli Assad padre e figlio ed il movimento libanese, legittimata nonostante le comunque sensibili differenze dalla comune appartenenza sciita, è servita ai primi come avamposto privilegiato per tutto ciò che accadeva a sud di Homs.

 

Con l’inizio del nuovo millennio, inoltre, alla componente militare di Hezbollah si affianca anche la componente istituzionale. Sono gli anni dell’assassinio del Primo Ministro Saad Hariri, dei continui dissidi con lo Stato di Israele, della ritirata delle truppe siriane, quando il movimento ottiene per la prima volta rappresentanza parlamentare nelle elezioni del 2005, riconfermandosi nel 2009 e nel 2014. Forte delle ultime elezioni del 2018 conserva tuttora 12 seggi ed è parte della colazione di stampo antisionista Dell’alleanza dell’8 marzo che controlla il Parlamento.Seppur quindi sia considerato dal Dipartimento di Stato americano un gruppo terroristico, sia osteggiata dal Consiglio di Cooperazione del Golfo e dalla Lega Araba e sia stata accusata più volte dalle istituzioni europee di aver condotto “attività terroriste”, pur conservando una cospicua identità paramilitare, è, a tutti gli effetti, una realtà – anche istituzionale – da tenere in considerazione per ordinare i fili della matassa mediorientale.

Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah, a colloquio con Ali Khamenei, guida suprema dell’Iran

Per decifrarne le incognite attuali, in giorni di subbuglio al conteso confine fra il Libano ed un Israele impegnato alle urne, è fondamentale quindi seguire tre direttive per delineare il presente ed il futuro di Hezbollah. Il primis il radicamento sul territorio. Non solo milizia armata o partito politico, ma anche costante e concreta presenza nella società libanese, soprattutto nella parte meridionale. Scuole, ospedali, servizi di vario genere che l’apparato centrale stenta a fornire sono garantiti alla popolazione civile dal Partito di Dio, che grazie ai cospicui finanziamenti iraniani agisce nel paese come un vero e proprio Stato nello Stato.

In secondo luogo, il posizionamento che Hezbollah ha mantenuto in tutto il perdurare della crisi siriana. Seppur ne abbia ammesso il coinvolgimento solamente nel 2013, fin dallo scoppio delle proteste contro il governo di Damasco del 2011 il movimento libanese ha combattuto al fianco delle forze leali a Bashar al-Assad. Ha fornito loro aiuto strategico e supporto diplomatico nei negoziati sponsorizzati dalla Russia, l’altro grande alleato del potere alauita. Atteggiamento che, per salvaguardare le linee di rifornimento fra Iran e Libano, mantiene tutt’ora. Infine, a certificazione di quanto sopra, risulta interessante trarre il profilo della figura chiave, il leader carismatico, che di Hezbollah ne muove le gesta: Hassan Nasrallah.

Nato nel quartiere Bourj Hammoud di East Beirut compie i suoi studi religiosi fra Libano ed Iraq, dove ha modo di venire a contatto, fin dall’adolescenza, con i seguaci esiliati dell’Ayatollah Khomeini che ancora non era ritornato in patria, e ne viene affascinato dalla cultura rivoluzionaria. Si unisce alla guida sciita Musa al-Sadr, storica guida spirituale del sud del Libano, attraverso il quale muove i primi passi all’interno del movimento Amal, fino a diventarne un delegato politico e membro dell’ufficio centrale. Dopo l’invasione israeliana nel 1982, Nasrallah si unì a Hezbollah per dedicarsi alla resistenza dell’occupazione israeliana del Libano meridionale e della Valle della Beqaa e successivamente combatté le stesse milizie di Amal per il controllo delle periferie di Beirut. Oggi Amal, partito politico presente in Parlamento, siede nei banchi di coalizione assieme ad Hezbollah. Ne risulta che l’opportunismo sia strategico che diplomatico faccia di Nasrallah un politico tanto abile quanto temibile.

Spostatosi una volta terminata la guerra civile a Qom, città iraniana che ospita i principali centri di studio sciiti, conserva oggigiorno l’impostazione e le ideologie maturate al tempo. I discorsi di Nasrallah, infatti riflettono oggi come allora la linea Hezbollah, presentato come un gruppo patriottico che combatte contro il sionismo e le forze straniere e identifica nella costituzione di una repubblica islamica la migliore soluzione per il Libano. Nasrallah, quindi, è in grado, come Hezbollah, di posizionarsi come un eclettico patriota libanese pur rappresentando, in realtà, interessi islamisti, siriani e iraniani.

FONTI

https://www.mei.edu/publications/iranian-revolution-february-1979

https://www.reuters.com/article/us-lebanon-election-parliament-factbox/factbox-hezbollah-and-allies-gain-sway-in-lebanon-parliament-idUSKCN1IN1OJ

https://www.mei.edu/publications/sectarian-dimension-syrian-civil-war-and-lebanese-syrian-relations

https://www.foreignaffairs.com/articles/israel/2019-03-08/will-hezbollahs-rise-be-its-downfall

https://www.britannica.com/biography/Hassan-Nasrallah

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