Hagia Sophia è ormai diventata un simbolo in tutto il mondo, seppur con diverse percezioni: in Occidente, coincide con la perdita di laicità dello Stato e con la strumentalizzazione della religione per scopi politici; in Turchia, e solo in parte nel mondo musulmano, essa coincide con una nuova conquista. Fra le diverse questioni aperte, due sembrano essere cruciali: il neo-ottomanesimo e il dialogo interreligioso.

La riconversione della Basilica di Santa Sofia in moschea (ora sarebbe più opportuno chiamarla Grande Moschea Benedetta della Grande Hagia Sophia) ha mostrato al mondo come, nonostante le strutture secolarizzate ed una tradizione fortemente laica, come quella turca, sia possibile utilizzare, a livelli politici così alti, la religione per scopi di politica internazionale ed anche fini elettorali. E non parliamo di Bibbie impugnate o di Rosari sventolati in qualche comizio elettorale, ma di vere e proprie decisioni politiche capaci di modificare o quanto meno influenzare i cammini diplomatici di un intero continente. Perché il soft power conta. Oggi più che mai.

Nella seguente analisi cercheremo di percorrere, ricostruire ed analizzare, seppur brevemente, due messaggi (o conseguenze) della riconversione di Hagia Sophia: uno riguarda l’immagine dell’ottomanesimo, come strumento di soft power; l’altro, non scollegato al primo, riguarda il dialogo interreligioso che, dopo tale mossa, potrebbe subire una battuta d’arresto.

Il nuovo ottomanesimo.

I rimandi al glorioso Impero Ottomano sono stati vari, nel giorno della riapertura di Santa Sofia, ma vale la pena analizzarne in particolare due: la data, 24 luglio, e il sermone di Ali Erbaş, ulema e Presidente del Direttorato degli Affari Religiosi in Turchia (anche chiamato Gran Mufti).

Una coincidenza fortuita che il giorno della riapertura alla preghiera sia coinciso con il 24 luglio.  Nel 1923, a seguito della lunga Guerra d’Indipendenza turca, il 24 luglio viene infatti firmato in Svizzera l’importantissimo Trattato di Losanna, fra le forze turche e le potenze dell’Intesa. Fra i vari punti contenuti nel Trattato, ciò che, alla luce degli avvenimenti odierni, preme di più sottolineare sono due aspetti: la fine delle ostilità greco-turche e, conseguente, la ridefinizione dei confini nazionali della neonata Repubblica di Turchia.

Non è sfuggito a nessuno il momento storico in cui Erdoğan ha deciso di procedere nella riconversione della Basilica: la Turchia, negli ultimi dieci anni, ha mostrato un dinamismo internazionale, difficilmente accettabile per altre nazioni, che nutrono nei confronti della politica turca una sempre più malcelata diffidenza.

La prepotenza con cui, secondo tali nazioni, la Turchia sta avanzando nel Mediterraneo, ad esempio, ha avuto il suo culmine nella sottoscrizione dell’accordo turco-libico sulla spartizione delle ZEE. Fino ad arrivare all’episodio di pochi giorni fa, con l’annuncio da parte del Ministero degli Esteri turco di un possibile dispiegamento (entro martedì 28 luglio) di ben tre navi turche (ancora ancorate ad Antalya) a largo di Kastellorizo, isola greca a tre chilometri dalle spiagge anatoliche.

Le tensioni con la Grecia sono alle stelle, il livello di allerta resterà alto sino al 2 agosto. E non sono mancate battute molto forti fra i vari Ministeri ed anche da parte delle cariche più alte dello Stato ellenico ed anatolico. In tale prospettiva, il conflitto greco-turco sembra essersi riacceso, nella forma di una lenta guerra di posizione, nell’attesa di ricercare qualche buon alleato (come l’Egitto) o una possibile strategia di ridefinizione (una poco probabile espulsione della Turchia dalla NATO, a titolo esemplificativo).

E se ad essere ritornato, in forme sì diverse, ma non meno violente, è il conflitto Grecia-Turchia, par logico che a bollire sia anche un certo rigurgito espansionistico nella nuova Turchia di Erdoğan. Ed è questa, con molta probabilità, una volontà che addirittura precede il conflitto con la Repubblica ellenica. Infatti, l’intervento turco in Siria è da considerarsi in tale prospettiva: il “cuscinetto” venutosi a creare a seguito delle Operazioni militari “Ramoscello d’Ulivo” e “Sorgente di Pace”, ridisegna la cartina geografica delle vecchie estensioni territoriali dell’Impero Ottomano.

Quando, dunque, Erdoğan e tutti i suoi Ministri, nel momento in cui difendono la riconversione Hagia Sophia, categorizzandola come materia di sovranità nazionale, non fanno altro che dichiarare al mondo che è la loro percezione dei territori a creare sovranità, checché la decisione effettivamente presa su Hagia Sophia sia legittima. Ma la storia si scrive anche da queste decisioni legittime che vengono però utilizzate a scopi politici, per intimidire, lanciare messaggi, favorire una propria immagine al mondo.

E in tale ottica va anche inquadrato il sermone del Gran Mufti Ali Erbaş, intriso di simbolismo. Nella sua scalata del minbar (il pulpito, al cui apice sono state infisse due bandiere verdi, simbolo di conquista) il Gran Mufti si è lasciato aiutare da un’antica spada ottomana, anch’essa simbolo di conquista. L’ha impugnata, per tutto il sermone, saldamente nella mano sinistra, ad indicare l’Islam come religione di pace. V’è infatti un simbolismo anche nell’impugnatura della spada: se questa, durante il sermone, viene tenuta con la mano destra ha un chiaro messaggio intimidatorio nei confronti dei nemici; impugnata con la mano sinistra, trasmette un segnale di pace ed amicizia. Eppure, le immagini hanno creato un certo scalpore in tutto l’Occidente.

Alla domanda curiosa di alcuni, Erbaş ha risposto che è tradizione impugnare una spada in moschee simbolo di conquista  e che per tale vada intesa la conquista dei cuori.  

Tali simboli hanno accompagnato, però, un khutbahs (sermone) che avrebbe bisogno di un’analisi approfondita, per la portata storica dell’evento e della sua rilevanza internazionale. Qui basterebbe sottolineare tre aspetti in particolare: anzitutto, il tono con cui Erbaş pronuncia il proprio sermone. Esso ha in sé l’accento di una nuova conquista: Hagia Sophia è stata conquistata una seconda volta, dopo più di 80 anni dalla sua costituzione a museo. In secondo luogo, le sottolineature storiche del vecchio Impero Ottomano, in particolare la sua genesi e l’importanza rivestita per anni. Ultimo, ma non meno importante, il peso che tale decisione riveste per la umma e i musulmani perseguitati nel mondo (e, di conseguenza, il ruolo della Turchia).

I rimandi all’ottomanesimo sono chiari e lampanti, così come la volontà di abbracciare tutta l’umanità (e tutta l’umma) sotto la cupola di Hagia Sophia. A rendere poi tale sermone diverso da qualsiasi altro è senza dubbio il ruolo che riveste oggi il Direttorato degli Affari Religiosi, avendo subìto numerose modifiche nel corso degli ultimi anni: da quando l’AKP (il partito di Erdoğan) è al potere, il Direttorato ha visto quadruplicato il proprio budget, oltre che il proprio potere (anche e non solo) politico. Esso può essere considerato a tutti gli effetti uno degli elementi di cui Ankara si serve per rafforzare il proprio soft power, e non solo in patria, con chiare ripercussioni politiche e diplomatiche, anche nei riguardi del dialogo interreligioso.

Come il nuovo ottomanesimo influenza il dialogo interreligioso.

Ankara non deve aver gradito il “Documento sulla Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”, firmato il 4 febbraio 2019 da Papa Francesco ed Ahmad al-Tayyib, Grande Imam di Al-Azhar. Ciò per due ordini di ragione: anzitutto perché formulato e sottoscritto dal Grande Imam di Al-Azhar, dato che ciò ha significato perdere (seppur poco) quella capacità magnetica nei confronti dei musulmani sunniti del mondo arabo ed anche del mondo occidentale; in secondo luogo, strettamente collegato al primo, il ruolo dell’Egitto e delle sue alleanze sparse per la Penisola arabica (il Documento è stato firmato, infatti, ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti, alleato dell’Egitto e rivale di Ankara).

È da tempo ormai che le autorità di Al-Azhar e la Turchia viaggiano su due frequenze diverse, soprattutto sotto il profilo politico. Schierata al fianco di Al-Sisi, Al-Alzhar ha operato e continua ad operare come vero e proprio braccio ideologico-religioso del governo per contrastare qualsiasi opposizione al regime e quelli che una volta erano i Fratelli Musulmani, appoggiati e finanziati da Turchia e Qatar. Il Grande Imam Ahmad al-Tayyib era stato individuato proprio dal movimento dei Fratelli Musulmani come uno dei fautori del colpo di Stato che destituì Morsi a suo tempo.

Questo conflitto non è semplicemente una lotta intestina all’Islam sunnita, ma una vera e propria guerra per conquistare l’egemonia politica nella umma islamica e in tutto il Mediterraneo orientale. È uno scontro frontale fra Turchia ed Egitto e, di riflesso, fra Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Non è un caso che la Grecia abbia trovato appoggio proprio nell’Egitto nella sua guerra di posizione contro la Repubblica anatolica e che, sulla falsa riga dell’accordo turco-libico, possano stringerne uno anche loro.

È in questo quadro d’insieme che deve necessariamente inserirsi la riconversione di Hagia Sophia, quale “faro luminoso della rinascita islamica contro l’oppressione dei musulmani sparsi per il mondo” e nuova fucina di studiosi islamici. Tra i firmatari della Dichiarazione dell’Alto Comitato per la Fratellanza umana a sostegno della richiesta del Consiglio mondiale delle Chiese spicca proprio il nome di Mohamad Abdel Salam, consigliere speciale del Grande Imam di Al-Azhar. Non è un segno di opposizione, chiaramente, ma di ammonimento. Al-Azhar, attraverso questa Dichiarazione, vuole diplomaticamente ri-formare la gerarchia immaginata in precedenza.

Il mondo cristiano, da parte sua, nella reazione a tale decisione, aveva già avanzato la possibilità di un rallentamento nel dialogo interreligioso. Maggiormente acuito dalle recentissime immagini divenute virali in Turchia e in tutto il mondo arabo-musulmano e diffuse anche da numerosi media: foto di moschee convertite in chiese, in particolar modo in Grecia e Bulgaria (e non è un caso solamente storico, essendo i Balcani cruciali per la strategia turca).

Ma le riconversioni (soprattutto in termini di conquista, che è ciò che riguarda Hagia Sophia più da vicino) rivestono importanza nel secolo passato, quando ancora non poteva parlarsi di secolarizzazione delle istituzioni. Inoltre, nella fattispecie, la riconversione di Santa Sofia non può ricondursi alla diade Chiesa-Moschea, dato che il suo ultimo anno di utilizzo, come luogo di culto cristiano, è il 1453. La Turchia ha semplicemente riconvertito un museo in luogo di culto. Eppure, le immagini e i video proposti dai media possono ricondursi al modo in cui viene percepita la questione dall’opinione pubblica (turca e non solo): come un tema di conquista o di riconquista sul mondo cristiano-occidentale, una sorta di revanche. Una retorica che non favorisce certamente il dialogo interreligioso e la convivenza pacifica, soprattutto nelle zone di faglia come il Medioriente.

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Maria Nicola Buonocore

Maria Nicola Buonocore

Sono Maria Nicola Buonocore, classe 1996. Ho conseguito il titolo triennale in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali nel 2018 all’Università di Napoli “l’Orientale”, con tesi in Storia Sociale, cercando i collegamenti e le divergenze fra la “rivoluzione intellettuale” di Don Lorenzo Milani e i moti sessantottini. Ora frequento l’ultimo anno di Corso in Specialistica in Relazioni Internazionali ed Analisi di Scenario alla Federico II, con indirizzo in Geopolitica economica. Dato il grande interesse umanistico e per sensibilità religiosa, ho seguito diversi corsi presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, oltre che ad aver approfondito da autodidatta altre due importanti religioni: ebraismo ed Islam.
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