Stato ostile agli impulsi endogeni di rinnovamento dell’establishment, la Guinea Bissau è al centro dei dibattiti politologici per la sua peculiarità socio-politica. Con un PIL di 1.458 miliardi di dollari e una popolazione di 1.861 milioni, il 92% della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno e il panorama partitico non sembra offrire alternative migliori dal punto di vista economico e sociale.

In foto: José Mário Vaz

L’instabilità sembra essere un dato endemico: le elezioni presidenziali del 13 aprile 2014, che hanno visto l’ascesa al potere del presidente Mário Vaz, esponente dello storico Partito Africano per l’Indipendenza della Guinea e di Capo Verde (PAIGC), furono, infatti, precedute da costanti ‘attentati’ al potere presidenziale attraverso colpi di stato ad opera dei militari. In una recente intervista di Al Jazeera, Vaz accredita la tesi secondo cui il suo mandato sarebbe stato il più ‘pacifico ed esclude qualsiasi possibilità di sovversione violenta’. Dal 1994, in effetti, non ci sarebbe mai stata alcuna transizione pacifica e democratica del potere: il caso più famoso, e anche quello più ideologicamente vicino a Vaz, è l’omicidio di Nino Vieira, presidente dal 1978 al 1980, per mano dei soldati ribelli.

La figura di Vaz e dell’apparato burocratico che lo sostiene appare alquanto problematica nella collocazione all’interno del panorama africano: nel 2012 l’ONU, in seguito all’ennesima rivolta interna, impose delle sanzioni nei confronti dello Stato africano e il Consiglio di Sicurezza approvò la missione di peacekeeping, tutt’oggi in corso, nella capitale al fine di proteggere i punti nevralgici, come l’Assemblea Nazionale. Inattiva dal 2017, la Guinea-Bissau è rimasta esclusa da qualsiasi dialettica di politica nazionale (nessuna approvazione di leggi, nessuna approvazione di bilancio). A conferma del malfunzionamento della governance, per ben sette volte, i primi ministri non hanno mai riposto fiducia nel presidente.

In foto : Umaro Sissoco Embaló

È recente l’intervista all’ex primo ministro Umaro Sissoco Embaló, il quale accusò il presidente di corruzione e denunciò le sospette transizioni da e verso l’erario dello Stato, ricondotte, successivamente, all’uso personalistico degli aiuti umanitari, alle rimesse dei migranti e la droga. Secondo la Drug Enforcement Administration, infatti, la Guinea-Bissau sarebbe il nuovo ‘centro di smistamento’ per i narcotrafficanti latinoamericani, che avrebbero costruito una fitta rete di contatti in territorio guineense. Vaz, quindi, a detta degli ex primi ministri, sarebbe implicato nella questione. Malgrado ciò, Vaz continua a dichiarare il contrario, chiedendo aiuto alla comunità internazionale per poter arrestare i traffici illeciti dei cartelli nel paese.

L’incerta posizione del presidente è stata contestata anche dagli strati sociali della Guinea-Bissau: prima delle elezioni del 10 marzo, venne organizzata una rivolta guidata dagli studenti, i quali chiesero riforme istituzionali e un chiarimento circa l’effettivo potere del presidente e del suo primo ministro. Peculiari, a tal proposito, sono le manovre di sostituzione continua del primo ministro ad opera dello stesso Vaz (cfr. la destituzione del primo ministro Pereira nel 2015 e la recente richiesta di dimissioni del primo ministro Gomes). Intuibile sarà per il lettore il motivo di tali scelte. Nel 2015 Vaz decide di lasciare il PAIGC e di presentarsi da indipendente alle elezioni che seguiranno.


È del 28 febbraio 2019 la risoluzione 2458 del Consiglio di Sicurezza, la quale estende la missione di peacekeeping per altri 12 mesi in seguito alle inarrestabili sommosse interne. Il 18 giugno, data che precede la visita di ufficiali della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS) e l’imposizione di ulteriori sanzioni da parte di questi, Vaz si è visto costretto ad ufficializzare le elezioni presidenziali per il prossimo 24 novembre. Perché? Il suo mandato di 5 anni si è ormai concluso e necessita “di tempo per rimettere la Guinea-Bissau sulla sua strada”.


Le tornate elettorali, quindi, sono previste per il 24 novembre e il 29 dicembre e l’offerta elettorale vede protagonisti, ancora una volta, Mário Vaz (indipendente), i suoi ex primi ministri Umaro Sissoco Embaló (partito Madem-15) e Domingos Pereira (PAIGC), l’ex primo ministro Carlos Júnior durante la presidenza Vieira (indipendente) e il membro dell’aviazione civile Nuno Nabiam (partito dell’Assemblea Nazionale Popolare). I sondaggi più recenti mettono in evidenza la rinnovata preoccupazione della popolazione, la quale appare sempre meno coinvolta nel processo di decisione dei propri governanti e un calo di affezione politica, soprattutto giovanile, del 12% rispetto alle elezioni del 2014.
Non è ancora detta l’ultima parola, ma, come ci insegnano i teorici dei giochi, occorre restare vigili di fronte all’ombra del futuro.

Fonti:

https://www.economist.com/middle-east-and-africa/2019/11/02/guinea-bissau-most-famous-narco-state-goes-to-the-polls (The Economist)
http://www.bbc.co.uk/news/world-africa-27005788 (BBC Africa)
https://www.aljazeera.com/news/2019/03/guinea-bissau-2019-legislative-elections-poll-results-190312143721100.html (Al Jazeera)
https://www.aljazeera.com/news/2019/10/guinea-bissau-president-fires-pm-political-crisis-191029195324027.html (Al Jazeera)

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Paolo Caruso

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