Dalla fine della Guerra Fredda in poi, Russia e Stati Uniti sembravano aver messo da parte mezzo secolo di scontro ideologico-diplomatico per abbracciare una comunità internazionale finalmente multipartisan. Tuttavia, la realtà ha presto portato il conto: dal Venezuela alla Corea del Nord, passando per Ucraina e Siria, l’antica contrapposizione è tornata. Non solo e tanto per ideologia politica, quanto per necessità strategica.

Trump e Putin durante il discutissimo vertice di Helsinki

Anno domini 2019: trent’anni dopo la fragorosa caduta del Muro di Berlino ed il discioglimento del “secondo mondo” – al tempo stesso causa ed effetto della prima – riaffiora l’intramontabile massima di gattopardiana memoria: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi” – affermava il giovane Tancredi Falconeri nel tumultuoso contesto sociale del Risorgimento siciliano. In effetti, tra Mosca e Washington pareva che si fosse assistito ad una quasi-rivoluzione copernicana sul finire dello scorso secolo: il Cremlino e la Casa Bianca erano passati dall’essere centri di due visioni ideologico-politiche del mondo inconciliabili – e tucididamente condannate a scontrarsi – all’essere parte di una comunità internazionale tutto d’un tratto trasformatasi in un mansueto convivio di galantuomini. Pareva, appunto. Perché, con un filo di cinico realismo, si potrebbe affermare che l’unica cosa rimasta oggi in comune tra Russia e Stati Uniti sia l’ancora funzionante “linea rossa” – il sistema di comunicazione diretta tra i due Governi installata nel 1963, all’indomani della crisi dei missili cubani.

La recente visita a Sochi del Segretario di Stato statunitense – ed ex capo della CIA – Mike Pompeo (in foto con il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov) si inserisce esattamente in questo contesto. Le amministrazioni di Donald Trump e Vladimir Putin sono alla ricerca – o dicono di esserlo – di “interessi comuni” relativamente alle principali e più spinose questioni internazionali: dal Venezuela alla Siria, passando per Libia ed Ucraina. Tuttavia, la sensazione è che anche laddove tale ricerca – paragonabile a quella proverbiale dell’ago nel pagliaio – dovesse risultare fruttuosa, forse a nessuno dei due attori internazionali converrebbe più di tanto che tale convergenza sia “eccessiva”. Perché? Così come ai tempi della fu “Guerra fredda”, Mosca e Washington sembrano tornate ad occupare i rispettivi ruoli agli antipodi dell’arena globale. Differentemente da allora, però, non c’è più (solo) l’ideologia a tenere in piedi i sistemi: Mosca è probabilmente la El Dorado delle metropoli capitaliste europee, mentre a Washington riscuotono consensi dottrine socialiste à la Ocasio-Cortez e Sanders che pochi decenni fa sarebbero state vittime del maccartismo istituzionale – o quantomeno marginalizzate.

Una contrapposizione per necessità e scelta. Serve a Washington per la vecchia tattica del “nemico esterno”. Serve a Mosca perché l’erede diretta della RSFS pare sempre più un colosso dai piedi d’argilla – come Diderot appellò l’Impero della zarina Caterina II. Beninteso, la Russia rimane una superpotenza militare-diplomatica, ma arranca vistosamente sul piano economico (l’economia russa vale meno della metà di quella tedesca, un tredicesimo di quella statunitense). È indubbiamente vero che a Mosca abbiano saputo sfruttare e rinnovare i legami politici del passato sovietico – da Cuba alla Siria –, ma ciononostante rimane un dato di fatto: Washington è la potenza dominante ed il nucleo d’influenza principale al mondo. Il discrimine col passato sta nella circostanza che la Russia non è più automaticamente la nemesi speculare per antonomasia, ma deve assistere all’impetuosa ascesa della Cina di Xi Jinping. Quest’ultimo, con il progetto della “nuova Via della Seta”, ha sancito il passaggio da uno “splendido isolamento” internazionale ad una maggiore assertività sullo scenario globale. E l’ha fatto puntando sull’economia e sul commercio, il fatale campo di battaglia tra superpotenze. Le recenti politiche trumpiane relative a dazi, tlc et similia parlano da sole. È questo un campo di battaglia in cui la Russia non sembra all’altezza dei competitori, perché sebbene sopravvissuta in misura sorprendente alle sanzioni internazionali, l’entità della sua economia rimane relativamente misera.

Un infografica che illustra le criticità dell’economia russa. La cartina è del 2014 ma da allora molto poco è cambiato

Non potendo competere economicamente, Mosca cerca dunque di sfruttare al meglio il suo storico “asso nella manica”: la diplomazia – complice anche il seggio fisso al Consiglio di Sicurezza. Le Primavere arabe hanno dimostrato come sia spesso volubile la politica estera statunitense. Al contrario, il Cremlino difficilmente abbandona un alleato: non lo ha fatto con Bashar al-Assad in Siria, con Nicolás Maduro in Venezuela e, per certi versi, con Kim Jong-Un in Corea del Nord. E con la Russia di traverso, anche il minimo problema può diventare un pantano internazionale. Per di più, la Russia sta cercando di assumere le redini diplomatiche delle questioni siriane e libiche, dialogando con tutti gli attori coinvolti – al contrario delle prese di posizione statunitensi.

Un tale status quo dà a Mosca una proiezione di (super-)potenza che dalla Guerra Fredda non è più scontata, laddove un riallineamento con Washington rischierebbe invece di renderla sempre più subalterna a Pechino tra i competitors degli statunitensi.

Il fattore geografico può giocare a favore dei russi. Questo “Risiko 2.0” tra superpotenze ha difatti epicentro geografico nel Vecchio Continente – nel quale il Cremlino può contare sul vantaggio strategico dato una già collaudata sfera d’influenza, coinvolgente parte dell’opinione pubblica ed una schiera di partiti simpatizzanti. Se si aggiunge il tentativo cinese di penetrare economicamente in Europa, si capisce come gli Stati Uniti dovranno verosimilmente tornarsene ad occupare nel più breve tempo possibile. E questo, alla Russia, non può che confortare. Dopo tutto, Nietzsche insegna: l’uomo esperto deve anche essere in grado di amare i propri nemici.

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Gabriele La Spina

Gabriele La Spina

Laureato in Politica e relazioni internazionali, specializzato in Internazionalizzazione delle relazioni commerciali all’Università di Catania, ha poi conseguito presso l'ISPI un diploma in affari europei. Attualmente Si occupa di Unione Europea e della politica estera degli stati membri per l’istituto analisi relazioni internazionali (IARI)
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