Durante l’emergenza coronavirus, politici e portavoce cinesi ed americani hanno espresso il proprio risentimento in termini, non sempre diplomatici, su Twitter. Il fronte principale di dibattito è stato l’appellativo “Chinese virus”, menzionato da alti rappresentanti del governo US, presidente Trump incluso, il cui account personale @realDonaldTrump conta circa 66 milioni di follower.

Il termine Chinese virus è comparso per la prima volta sul profilo Twitter del presidente Trump il giorno 16 marzo, quando il tycoon ha confermato il supporto del governo americano alle aziende colpite dal “Chinese virus”. Il giorno successivo, il presidente ha reinserito il termine in un tweet riguardo la distribuzione geografica del virus sul territorio americano. Il 18 marzo durante la conferenza stampa giornaliera, Mr.Trump ha risposto alle domande di due giornaliste sul perché continuasse a denominare il virus come cinese, a fronte di episodi di discriminazione verso i cittadini americani di origine asiatica. La risposta è stata semplice: “Lo chiamo virus cinese perché proviene dalla Cina, non è un appellativo razzista”. Il segretario di Stato Mike Pompeo il 20 marzo ha pubblicato un video in cui accusava il Partito Comunista Cinese (PCC), Russia ed Iran di diffondere informazioni false riguardanti il “Wuhan virus”.

Gli attacchi del presidente non si sono fermati: il 23 marzo in un tweet ha espresso vicinanza al senatore repubblicano Paul Rand per aver aver contratto il “Chinese virus” e ha retweettato un servizio dell’emittente filo-presidenziale Fox News riguardo il fact-check sul “virus cinese”. Da quel giorno la retorica offensiva su Twitter si è fermata per lasciare posto ad un discorso di cooperazione internazionale. Dalla controparte cinese le risposte agli attacchi americani non si sono fatte attendere: Geng Shuang, vice direttore del dipartimento di Informazione del Ministero degli Affari Esteri cinese ha ricordato, durante una conferenza stampa, che l’origine esatta del virus non è ancora stata determinata e pertanto chiamarlo Chinese o Wuhan virus rappresenta un atto di irresponsabilità. L’agenzia di stampa cinese Xinhua ha riportato le parole di Geng e sottolineato come l’appellativo “Chinese virus” sia stato criticato negli Stati Uniti dalla senatrice Elizabeth Warren e dal filantropo Bill Gates. Facendo leva su divisioni politiche interne, Xinhua ha rotto lo schema di rivalità Stati Uniti-Cina, trasformandolo in amministrazione Trump contro Cina.I due portavoce del Ministero degli Esteri, Hua Chunying e Zhao Lijian, hanno proseguito l’offensiva su Twitter. La prima ha ripreso le parole del direttore del Centre for Disease Control (CDC), Robert Redfield, che il 12 marzo aveva ipotizzato la presenza di casi di coronavirus scambiati per influenza stagionale negli Stati Uniti nel corso dei mesi precedenti, per esprimere il disappunto del governo cinese al termine “Chinese virus”.

Il collega Zhao, ex- vice capo delegazione in Pakistan, è già stato indicato come l’utente più attivo e con un linguaggio meno discreto tra i diplomatici cinesi. Nel condividere le parole dello stesso Redfield, Zhao ha appoggiato in maniera diretta la teoria cospirazionista, secondo la quale sarebbero stati alcuni soldati americani a portare il COVID-19 a Wuhan. Nei giorni successivi, ancora dal suo account con 500.000 followers, Zhao ha invitato il governo USA a non stigmatizzare Pechino attraverso il termine “Chinese virus” e a “girarsi ed esaminare se stessi nei momenti di difficoltà”, citando Confucio. La nuova diplomazia pubblica, espressa su social media e in particolare Twitter, punta a comunicare con l’apparato governativo di un altro paese, passando prima attraverso i suoi cittadini. Il fine ultimo è di diffondere ad un pubblico numeroso un’immagine positiva del proprio paese, proiettando il soft power verso un nuovo bacino di utenti. La “trappola” di questo tipo di comunicazione è quella della cattiva informazione, e il rischio è quello che la diplomazia pubblica amplifichi crisi esistenti attraverso reazioni online e offline. Da qui il richiamo al presidente Trump, per evitare discriminazioni nei confronti di cittadini americani di origine asiatica.

 

La presenza di account Twitter di ambasciate e diplomatici cinesi si inserisce nel contesto della missione della diffusione globale del “Sogno cinese”, lo slogan caratteristico del Presidente Xi Jinping. Al fine di raggiungere un pubblico internazionale, il messaggio è veicolato attraverso Twitter, censurato in Cina. Secondo lo studio degli accademici Zhao e Rui, gli account diplomatici cinesi hanno puntato ad interagire con altri utenti attraverso mention @ e retweet e ad inserirsi in network di argomenti già esistenti attraverso l’uso di hashtag #. Lo studio rivela che le attività principali di questi account sono la diffusione di notizie pubblicate da media di proprietà statale, in particolare in tema di cooperazione internazionale e di informazioni di servizio. La maggior parte dei contenuti condivisi da Hua e Zhao prima dell’emergenza coronavirus risultano in linea con queste caratteristiche.   Dal lato americano l’uso frequente di Twitter da parte di Donald Trump come mezzo per raggiungere l’elettorato è apparso evidente durante la campagna presidenziale 2016. Il suo linguaggio semplice, individualistico, chiaro, negativo ed impulsivo profondamente diverso dal codice diplomatico, non è cambiato anche dopo l’elezione. Il suo sistema comunicativo che ha visto Twitter sostituirsi a conferenze stampa e dialoghi bilaterali con controparti internazionali era stato giudicato come poco consono da un editoriale pubblicato da Xinhua nel 2017. Tuttavia, nel contesto dell’emergenza coronavirus sembra che la controparte cinese si sia adeguata a questo stile comunicativo inusuale. Zhao Lijian in particolare ha adottato uno stile simile a quello dei provocatori americani nel tweet del 12 marzo, con domande dirette, due frasi esclamative e linguaggio non equivoco.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
   

In conclusione, i portavoce Hua e Zhao si sono espressi in maniera diretta, pungente e decisamente poco diplomatica, insomma alla Donald Trump. È possibile che i due funzionari si siano espressi a livello personale o è più probabile che Pechino abbia incoraggiato un cambio di rotta nella sua comunicazione? L’ipotesi più credibile sembra la seconda. Un disegno in cui Pechino rigetta le proprie responsabilità nel ritardo delle comunicazioni sul virus e attacca deciso coloro che muovono le accuse, per poi promuovere una nuova “friendly diplomacy” rigorosamente a colpi di tweet.

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Annalisa Mariani

Annalisa Mariani

Carilettori,Mi chiamo Annalisa,classe 96,analista IARI per la sezione Cina.Dopo la laurea triennale in Mediazione Linguistica a Milano,sono partita per la mia amata Cina per un anno di studio avanzato della lingua.Lìho capito che l’aspetto più affascinante del mondo cinese è la politica. Quel Partito unico che si incontra, esplicitamente o non,in ogni discorso, articolo, conferenza e conversazione con gli amici cinesi. Così ho deciso di studiare quel Partito, iscrivendomi al Master in China andGlobalisation al King’s College a Londra. Negli ultimi tempi ho capito che la mia grande curiosità mi porta sempre a parlare di tutto ciò che è controverso/proibito in Cina; da qui la mia indagine sulla condizione della popolazione uiguranello Xinjiang. Dedico moltissimo tempo, a detta dei miei amici quasi tutto, ad informarmi su ciò che succede in Cina.Sono decisamente appassionata e affascinatada un paese sulla bocca di tutti,ma conosciuto da pochi.Nel tempo rimanente tento di fare attività sportiva e mi cimento in esperimenti culinari dai risultati incerti.Sono estremamente curiosa, amo viaggiare, assaggiare cibiparticolarie parlare con le persone del luogo. Sono fermamente convinta che il viaggio completi le persone sotto ogni punto di vista echesia l’unico vero modo di interfacciarmi con il meraviglioso mondo in cui viviamo.
Annalisa Mariani

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