Africa è sinonimo di grandezza. La vastità del continente caratterizza tutto quello che in esso è contenuto. Grandi catene montuose, grandi fiumi, grandi laghi, grandi metropoli, grandi numeri in termini di popolazione, grande crescita demografica. Tutto in Africa è accomunato dall’aggettivo “grande”, sia in positivo che in negativo. Ne sono riprova le opere faraoniche che in queste terre hanno trovato posto. Come scordare il Canale di Suez, la Grande Diga della Rinascita (GERD) o ancora il Great ManMade River, il progetto di irrigazione delle terre libiche tanto desiderato dal Colonnello Gheddafi? Nell’olimpo delle grandi opere Africane, almeno in termini di obiettivi prefissati e ambizione del progetto, è destinato a trovare una sua collocazione il Great Green Wall, un enorme “muro verde” che nelle intenzioni dei suoi ideatori avrebbe dovuto frenare l’avanzata del deserto del Sahara. Le finalità sono condivisibili e l’opera è ambiziosa, ma come spesso accade in Africa, anche i migliori propositi si scontrano con i numerosi limiti che caratterizzano questa terra.

Great Green Wall (GGW) è il nome di un colossale progetto che ha attirato sul continente gli occhi del mondo. Consiste essenzialmente nella piantumazione di milioni di alberi tale da formare un vero e proprio “muro verde” in una fascia larga circa 8 mila chilometri (dal Senegal a Gibuti) e profonda 15 chilometri, pensata per frenare la rapida avanzata del deserto sahariano, che nell’ultimo secolo ha fatto registrare un aumento del 10% della sua superficie totale. L’opera si promette di risolvere un problema che parte da molto lontano. Già nei primi decenni del 1900 infatti, in piena epoca coloniale, gli esperti soprattutto inglesi e francesi, avevano messo in evidenza gli effetti dell’influenza umana in aree sensibili del pianeta. Disboscamento, eccessivo sfruttamento del territorio, infrastrutturazione incontrollata, produzione di sostanze tossiche, erano tutti aspetti di uno stesso quadro morboso che negli anni avrebbe presentato a più riprese il conto della sua degenerazione. Gli stessi studi sulla desertificazione, seppur in uno stadio embrionale, permisero dunque, già un secolo fa, di attribuire parte delle responsabilità del problema all’ingerenza umana nel territorio. Il caso africano del Sahara è a tal riguardo un caso emblematico.

Negli anni 50, Richard Baker, considerato uno dei pionieri dell’attivismo ambientale, a seguito di alcuni studi sull’avanzamento del deserto sahariano sugli ecosistemi più fragili, tratteggiò un progetto tanto ambizioso da esser percepito dai più come utopico. Il biologo inglese, anticipando i tempi di circa mezzo secolo, avanzò la proposta di un enorme barriera verde che attraversasse da ovest ad est il continente africano e che avesse uno spessore di 50 chilometri. Nelle intenzioni di costui, la piantumazione di una cintura alberata di tali dimensioni avrebbe rallentato se non bloccato l’espansione del deserto, rendendo il terreno fertile ed estendendo dunque le superfici coltivabili, andando dunque a produrre esternalità positive su numerosi altri problemi che caratterizzano questa terra, come la fame, la povertà, la mancanza di lavoro ecc.

Come spesso accade però, le intenzioni rimangono latenti fino a quando non sono riportate in primo piano da eventi che ne impongono la trattazione. E così circa cinquant’anni dopo le prime teorizzazioni di Richard Baker, il progetto del Great Green Wall venne rilanciato in Ciad durante una manifestazione particolarmente emblematica, la “giornata mondiale contro la desertificazione e la siccità” (2002). L’evento, esplicativo della tragica degenerazione del problema negli ultimi anni, riscosse particolare successo e diede inizio a un periodo di studi che culminarono cinque anni dopo nell’approvazione del progetto da parte della comunità degli Stati del Sahel e del Sahara. Si trattava sostanzialmente di una riproposizione dell’idea di Baker con qualche levigatura. La larghezza della fascia alberata sarebbe infatti stata di quindici chilometri e non più di cinquanta.

Nell’epoca dell’ambientalismo propagandistico, furono numerose le manifestazioni di plauso al progetto africano. Si impegnarono al finanziamento dell’opera dapprima la Banca Mondiale e le Nazioni Unite, seguite dall’Unione Africana e dalla Cop21, che dall’incontro di Parigi del 2015 vi partecipò formalmente. Il GGW coinvolge 11 nazioni subsahariane e altri 9 Paesi africani. Divenuto nel tempo un simbolo della lotta ai cambiamenti climatici, il progetto ha attratto non solo l’attenzione di diversi investitori, ma ha promosso un fenomeno emulativo, che dall’Europa all’Asia si è concretizzato in una grande varietà di progetti affini. In Cina ad esempio, un’opera analoga è stata implementata per frenare l’avanzata del deserto del Gobi, a cavallo fra la terra del dragone e la Mongolia.

Una tale varietà di progetti e idee ha ispirato anche il celebre architetto italiano Stefano Boeri, che nel suo discorso all’ONU del 2019, ha incoraggiato la creazione di una grande muraglia verde che dalla Spagna, passando per l’Italia, abbracciasse l’intero pianeta. Nell’idea dell’architetto, la grande onda verde dovrebbe attraversare non solo gli ecosistemi più fragili, ma soprattutto le città, garantendo ad esse gli elementi necessari per una maggiore resilienza. Se da tempo infatti città e natura sono stati considerati gli estremi opposti di un continuum, in questo modo, data l’imprescindibilità di ambedue gli elementi, sarebbe possibile farli convivere in un processo virtuoso e sostenibile.

Nello scenario africano, come spesso accade, all’entusiasmo iniziale per il progetto spesso subentra una sensazione di sconforto dovuta alle molteplici criticità che nel tempo si rendono evidenti. Nel caso in esame si presentarono problemi di ordine pratico e politico. Se da una parte infatti si dimostrò difficile piantare e far sopravvivere alberi nel deserto, soprattutto a causa dell’aridità del terreno e della scarsità di tecnologie per l’irrigazione, d’altra parte si presentarono difficoltà di tipo politico organizzativo. Il differente posizionamento geografico dei vari Stati, il grado di sviluppo economico dei Paesi coinvolti e una governance piuttosto frammentata che agiva su livelli diversi a seconda del sistema politico di riferimento non potevano che frenare, se non bloccare, le aspirazioni dei promotori del progetto.

In un contesto frammentato come quello africano, uno dei problemi maggiori per la gestione del progetto è la mancanza di un sistema di monitoraggio e valutazione. Sebbene il coordinamento dell’intero programma sia stato posto fin dall’inizio sotto l’egida dell’Unione Africana, le stime sul raggiungimento dei risultati e sull’allocazione delle risorse sono rimaste di pertinenza dei singoli Stati. L’enorme differenza che dunque si sostanzia fra Paesi contigui rende impossibile un controllo efficace sull’effettivo raggiungimento degli obiettivi prestabiliti. Per lo stesso motivo, diventa inoltre impossibile tracciare il denaro e il suo effettivo utilizzo, permettendo di fatto il dirottamento dei finanziamenti internazionali verso pratiche poco trasparenti.

Dal punto di vista naturalistico invece, il secondo decennio del nuovo millennio ha fatto segnare un punto di svolta. Nel 2012 infatti c’è stato un ripensamento generale del progetto a cui ha fatto seguito un rimodellamento in termini di applicazione pratica dello stesso. Come sostenuto da alcuni ricercatori si è passati infatti da una concezione del deserto come “problema” da contenere e limitare ove possibile ad “ambiente da tutelare e proteggere nelle sue peculiarità”, decidendo a tal proposito di piantare varietà vegetali più resistenti e adatte all’ambiente circostante. Si è cercato inoltre di portare al centro del progetto le comunità locali, affidandogli direttamente gli aspetti operativi, favorendo l’occupazione di migliaia di persone e migliorandone al contempo la qualità della vita. Questo ha permesso da una parte il recupero dei saperi tradizionali, fondamentali per la tutela ambientale, ma dall’altra ha aggravato il problema del monitoraggio, rendendo ancora più indeterminabile la catena delle responsabilità e dunque il tracciamento del denaro.

Le stime riportate nel sito del GGW riferiscono una media di 5 milioni di ettari piantumati per ogni Stato. Il dato ovviamente nasconde una disparità piuttosto elevata fra singoli Paesi. Se infatti in Etiopia si registrano circa 4 miliardi di nuovi alberi piantati, in Ciad se ne contano appena un milione. A tal riguardo, il programma, che nelle intenzioni iniziali si sarebbe dovuto concludere nel 2030, realisticamente parlando non vedrà completamento prima del 2065 e richiederà un investimento non di 8 miliardi totali ma bensì di 4 miliardi l’anno. Davanti a questo stato di cose viene da pensare che il rallentamento della realizzazione del progetto non sia disinteressato. Lo stesso infatti giustificherebbe (sotto il cappello della sostenibilità ambientale) un afflusso di finanziamenti costante per un periodo di tempo decisamente più lungo, senza nulla offrire in termini di trasparenza della gestione dei fondi e delle responsabilità. Oltretutto negli ultimi anni anche in virtù dei problemi pratici che si sono manifestati nell’implementazione dell’opera, il focus si è spostato dalla sostenibilità ambientale all’occupazione e alla sicurezza sociale, snaturando in parte la base primigenia su cui tutto il progetto è stato edificato.

La sensazione è che l’Unione Africana non sia il soggetto adatto a cui affidare il coordinamento dei lavori. Sarebbe necessario ripensare l’intero sistema di governance del progetto, costituendo un ente sovranazionale nuovo deputato alla sua gestione. Quest’ultimo dovrebbe integrare su più livelli diversi attori a vario titolo coinvolti nel GGW, dalla popolazione locale ai vertici statali. D’altra parte, a tutela degli investimenti internazionale, sarebbe auspicabile la presenza all’interno del nuovo organismo di rappresentanti degli enti finanziatori, capaci di tracciare i flussi di denaro all’interno dei vari ambiti dell’opera. Lavorare in maniera sinergica sarebbe possibile tramite la suddivisione del progetto in obiettivi specifici divisi per settore (o su base nazionale). Per il perseguimento degli stessi, dovrebbe essere assegnato a questi ultimi un budget di cui rendere conto alla fine di ogni anno davanti agli enti di controllo, capaci di verificare i risultati e di imporre sanzioni qualora gli obiettivi non dovessero essere perseguiti.

Quello che servirebbe per la realizzazione di un’opera così importante per il continente è un sistema di regole e obiettivi vincolanti e stringenti, nonché di un’autorità che sappia coordinare i vari attori che agiscono sul campo. Solo in questo modo, un progetto come quello del GGW pensato a beneficio dell’ambiente e delle popolazioni più deboli e drammaticamente soggette alla degenerazione di un sistema naturale così fragile non verrebbe vanificato, andando a riempire le casse di potentati tradizionali, che continuano ancora oggi a imporre il loro controllo in questi territori.

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