In Gran Bretagna la determinazione e la spregiudicatezza di Boris Johnson erano note a tutti, sin da quando ha ricoperto la carica di Sindaco di Londra Boris ha sempre fatto parlare di sé e del suo carattere, ma nessuno avrebbe mai pensato che avrebbe osato tanto, chiedere la sospensione del Parlamento inglese per ben 23 giorni.

La decisione del primo ministro britannico Boris Johnson di chiedere alla Regina Elisabetta II di sospendere il parlamento è senza dubbio una mossa spregiudicata, ma a ben vedere non incostituzionale. Per capirci di più, bisogna ricordare che la legislatura britannica dura 5 anni ed è divisa in 5 sessions, in genere della durata di un anno ciascuna da maggio a maggio. Se una proposta di legge non è stata approvata entro la fine della session, questa semplicemente viene cancellata, a meno che non si decida di riportarla alla successiva carry-over. È prerogativa del primo ministro decidere quando inizia e quanto dura la sospensione, e i parlamentari non hanno al riguardo alcuna voce in capitolo. La mossa di Johnson non è quindi incostituzionale, anche se la tempistica appare davvero fuori misura.

Dopo aver detto per tre volte no all’accordo già negoziato da Theresa May a Bruxelles, la camera dei Comuni si è proposta di scongiurare un divorzio da Bruxelles senza intese. Può farlo attraverso una legge e Johnson può contare solo su un voto di maggioranza a Westminster, il rischio è altissimo. Oltretutto il tempo è poco e Johnson, a cui l’idea di un’uscita senza accordo dall’Ue è sempre piaciuta, ha pensato di ovviare a modo suo, utilizzando un istituto che in altri momenti storici sarebbe stato considerato del tutto ordinario, oltre che legittimo: la “prorogation” del Parlamento. il presidente John Bercow, l’ultimo arbitro delle regole della House of Commons, Ha definito la decisione di Johnson “un oltraggio costituzionale” e ha affermato che è “vitale che il nostro Parlamento eletto abbia voce in capitolo” sulla Brexit.

La decisione del premier ha suscitato le reazioni indignate dell’opposizione e di moltissimi cittadini. Sono più di un milione in poche ore, ma crescono di minuto in minuto, le firme a sostegno della petizione indirizzata al Parlamento per bloccarne la sospensione. Il leader dell’opposizione, Jeremy Corbyn, si è detto “inorridito dalla sconsideratezza del governo di Johnson” e ha chiesto un incontro alla Regina, invocando poi nuove elezioni. Rabbia è stata espressa anche dai primi ministri di Galles e Scozia, oltre che da molti parlamentari dell’opposizione e da un gruppo di 25 vescovi della chiesta d’Inghilterra, che hanno scritto una lettera aperta in cui si esprime “particolare preoccupazione” per la prospettiva di una Brexit no-deal.

La questione quindi è prettamente politica e la sospensione rappresenta il tentativo spericolato di un Johnson in difficoltà che sa che la sua irremovibile decisione di uscire dall’Ue entro fine ottobre con o senza accordo non trova una maggioranza a Westminster, visto che anche diversi Conservatori sono contrari. Inoltre Johnson non si è nemmeno curato di tirare dentro lo scontro sulla Brexit la stessa regina. In teoria infatti la regina avrebbe potuto non concedere a Johnson la sospensione richiesta. Ma la sovrana ha agito come da tradizione, preferendo non affossare la decisione di un primo ministro in carica.

La mossa del premier britannico è un azzardo politico senza precedenti di un leader che ha fatto della promessa di traghettare a ogni costo il proprio paese fuori dall’Ue la sua stessa ragion d’essere. Spetta adesso a Westminster, anche con meno giorni a disposizione, dimostrare di saper lottare per impedire una Brexit senza accordo sempre più vicina.

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Gabriele La Spina

Gabriele La Spina

Laureato in Politica e relazioni internazionali, specializzato in Internazionalizzazione delle relazioni commerciali all’Università di Catania, ha poi conseguito presso l'ISPI un diploma in affari europei. Attualmente Si occupa di Unione Europea e della politica estera degli stati membri per l’istituto analisi relazioni internazionali (IARI)
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