Con l’amministrazione Trump, l’Artico è risalito nella lista degli obiettivi strategici da perseguire. Oggi le iniziative interessano due punti fondamentali della geopolitica artica, in funzione di un ritorno degli Stati Uniti a potenza mondiale.

I territori artici sono stati per lungo tempo lontani dalle principali aree di interesse della geopolitica statunitense; questo aspetto è risaputo. Altrettanto noto è il fatto che sotto l’amministrazione  di Trump si è resa manifesta la necessità di recuperare terreno nello scacchiere artico, ormai notoriamente foriero di opportunità e risorse. Per questo motivo, da qualche anno, gli americani stanno portando avanti numerose iniziative volte a recuperare l’immagine di potenza mondiale, anche nel Mar Glaciale Artico, dove dominano russi e cinesi. Sicuramente tra i primi obiettivi nella lista delle cose da fare, vi è la definizione di una strategia militare, che potrà essere utile nel lungo termine, in funzione di una Russia già ampiamente presente con il suo esercito e le sue attrezzature, lungamente temprate ai freddi polari.

Qualche tempo fa gli Usa avevano pensato di sfruttare i rapporti diplomatici con la Norvegia, la quale si trovava a doversi sobbarcare un peso geopolitico forse troppo gravoso. Solo a febbraio, infatti, Oslo aveva avviato la procedura per concedere all’aviazione americana l’utilizzo dell’aeroporto militare situato sull’isola norvegese di Jan Mayen, in una zona strategica per il passaggio di navi e sottomarini russi. Oggi però la politica militare di Trump individua altre due opzioni: Alaska e Groenlandia. Nella base americana di Eielson, Alaska, si prevede lo spiegamento di 54 caccia F-35A Lightning II. La zona non è scelta a caso, essendo l’Alaska il territorio più vicino alla Russia; ciò ad avvalorare maggiormente il rischio di tensioni militari in questa regione.

Da questa prospettiva, l’aviazione americana può controllare il passaggio di aerei e navi russe, ed in caso di confronto armato, può farsi trovare pronta.  L’altra possibilità cara a Trump è quella di convergere verso la Groenlandia. L’isola è sempre stata un pallino per gli americani, ed ora ci sono nuovi sviluppi. Trump infatti, ha annunciato pochi giorni fa, un pacchetto di aiuti economici per la Groenlandia, di circa 12 milioni di dollari, con l’intento di ingraziarsi le autorità indipendenti di Nuuk. Appena un anno fa d’altronde, Trump manifestò la volontà di “acquistare” l’isola dal Regno di Danimarca, proposta che suscitò uno sdegnato rifiuto dai reali danesi. Oggi, la nuova ipotesi di investimento americano suscita a Copenaghen reazioni altrettanto ostili.

Entrambe le strade, intraprese dagli Stati Uniti sono, sul piano strategico, iniziative che smuovono le acque e alimentano la partita artica. Gli americani sembra le stiano provando tutte per mettersi a confronto con Pechino e Mosca. Lo schieramento in Alaska dell’aviazione americana, in funzione di monitoraggio, è un qualcosa dal sapore di Guerra Fredda, laddove in presenza del rischio di un conflitto, presunto o reale, si reagisce con l’incremento delle forze armate nel territorio. Al monitoraggio statunitense, sicuramente i russi non staranno a guardare. 

Per quanto riguarda la Groenlandia, è una fascinosa ipotesi quella di una presenza militare americana sull’isola. Va tenuto conto che la Groenlandia si trova proprio al centro del Mar Glaciale Artico ed attualmente, ha un governo autonomo, la cui sovranità però, appartiene alla Danimarca. Per questo motivo, se gli Stati Uniti riuscissero ad avere l’influenza cui ambiscono a Nuuk, otterrebbero una posizione strategicamente centrale nello scenario artico. Al momento la strategia americana mira a creare divisioni in Danimarca. Il governo autonomo di Nuuk, ha accolto con favore il pacchetto di aiuti discusso a Washington, mentre Copenaghen, ritiene tale iniziativa, un limite che non andava superato. Tra le possibilità del governo americano, anche l’istituzione di consolato americano nella città di Nuuk, atto a favorire l’interlocuzione diretta tra Groenlandia e Stati Uniti. Qualora queste azioni dovessero essere applicate in blocco, per gli Stati Uniti sarebbe finita la corsa, e si potrebbero quindi ritenere definitivamente “potenza artica”.

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Domenico Modola

Domenico Modola

Vivo a Brusciano (NA) laureato in Scienze Politiche, Studi Internazionali presso L’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” , con una tesi in Geografia Politica delle Relazioni Internazionali. La macroarea di cui mioccupo è l’Artico. Scrivo di tutti gli aspetti relativi alla geopolitica di quei territori. Lo IARI Mi sta dando una grande opportunità di crescita, con annessa la possibilità di fare ciò che veramente mi piace. Essere analista IARI vuol dire confronto con una realtà seria e professionale, ma formata da giovani. Far parte di una redazione come quella di IARI è un grandissimo slancio. Il think tank offerto grazie alle analisi di redattori e collaboratori è un utilissimo mezzo per comprendere al meglio le dinamiche mondiali. Le analisi pubblicate sono di continuo stimolo e approfondimento.
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