La domanda che si pone il politologo Davide Grassi è: “esistono esempi contemporanei di istituzioni politiche/pratiche democratiche, o di forme di autogoverno almeno in apparenza democratico, di natura e origine non occidentale?”

Siamo strettamente affezionati all’idea che la democrazia, intesa come forma di governo, sia una caratteristica dei sistemi statali occidentali, dando per scontato che esista una divisione netta tra Occidente e non Occidente, e che l’Occidente sia uno solo. Davide Grassi, nel saggio “Democrazia e Occidente”, scardina queste convinzioni, filtrate da una cultura che possiamo definire “occidentalocentrica”. Prendiamo per appurato che la democrazia, come oggi la intendiamo, nasca negli Stati Uniti, come ci insegna la letteratura e la storia moderna. Siamo abituati a considerare gli Stati Uniti come occidentalissimi, mentre attribuire tale aggettivo ai vicini di casa latinoamericani ci fa storcere il naso. Quindi il concetto di Occidente e non Occidente è un concetto culturale che va oltre la geografia, ma che si impregna di tradizione, storia, religione, usanze. Ma la democrazia è concetto unico o si sfuma di fronte alle culture con cui si interfaccia? E’ dunque possibile di parlare di democrazia in quelle sfere culturali lontane dalla nostre idee di di tradizione, storia, religione e usanze?
La domanda, riformulata, che si pone Grassi è: “esistono esempi contemporanei di istituzioni politiche/pratiche democratiche, o di forme di autogoverno almeno in apparenza democratico, di natura e origine non occidentale?”

Prendiamo in esempio il Guatemala. Gli indigeni, a forte maggioranza Maya, sono stati emarginati per secoli ed esclusi dalla vita sociale e politica del Paese. Dall’inizio del decennio scorso, in Guatemala, è avvenuto un fatto socialmente innovativo: sono stati introdotti i Consejos asesores indìgenas, organi consultivi che operano localmente, composti dai rappresentanti delle comunità indigene eletti secondo le procedure e i valori tipici della popolazione Maya. I leader vengono scelti secondo valori comunitari quali il “rispetto”, e il rispetto si ottiene nel momento in cui si svolgono una serie di lavori riconosciuti dai capi-comunità, escludendo di fatto dai diritti politici chi un lavoro non lo possiede.

Elementi che a noi, figli di una cultura occidentale, non sembrano democratici. Ma se aggiungiamo alla descrizione di questa istituzione politica riconducibile a un autogoverno elementi come la votazione segreta e il dibattito pubblico aperto a tutti i votanti, per mettere una votazione trasparente, allora questa realtà ci suona più vicina e familiare. Soprattutto se facciamo riferimento anche alle faenas, contributi monetari che rientrano negli obblighi della comunità e che saranno destinati a opere collettive e sociali: non sono mica simili, anche lontanamente, alla nostra idea di redistribuzione e un lontano modello di welfare?

Ma l’obiezione più forte si può fare parlando di valori e di diritti: queste comunità rispettano le libertà personali, riconoscono l’uguaglianza tra gli individui, pongono tutti allo stesso livello di fronte alla giurisdizione? La risposta, come si può supporre, è: dipende con quale intento ci poniamo la domanda. I tribunali tradizionali operano diversamente dai nostri, applicando i verdetti emessi anche all’intera famiglia dell’individuo che ha commesso un reato. La struttura patriarcale e gerarchica della società si manifesta in tutti i contesti della vita comunitaria: dall’eredità familiare, che vede escluse dal patrimonio mogli e figlie, ai diritti politici, che solo di recente stanno vedendo un lento, lungo, iniziale, mutamento nel voto concesso alle donne, ai disoccupati, ai poveri.

Davide Grassi, in questo caso, afferma che la democrazia sia sempre stata, nella storia, una conquista. Una conquista operata proprio da chi, socialmente e politicamente, è stato escluso. Forse è soltanto questione di tempo, prima che certi valori vengano assimilati dalla società indigena. Ma se i valori democratici sono valori universali, conquistabili, universale non è il modello democratico dell’Occidente, che non deve necessariamente essere uno, essere unico, essere privo di sfumature culturali e di costumi locali.

La democrazia, d’altronde, è in continuo mutamento. Pensavamo di essere democratici già 70 anni fa, quando le donne non votavano e non venivano rappresentate politicamente. Oggi, dunque, ci definiamo democraticissimi, o la nostra idea di democrazia è solamente mutata nel tempo?

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