Mentre L’epidemia di virus covid-19, meglio noto come coronavirus, continua a mietere vittime ormai in tutto il mondo, la situazione in terra natia sembra essere ancora grave ma stabilizzata.

Ciò che invece adesso le autorità temono è per così dire l’ondata di riverbero di proteste.

L’improvvisa diffusione del virus ha colto le autorità cinesi impreparate. Lo stesso tentativo di mostrarsi in pieno controllo con grottesche dimostrazioni di forza (vedi la costruzione di interi ospedali in pochi giorni) può essere considerata l’ammissione delle lacune in campo sanitario per cui la Cina è ancora fortemente arretrata.

Ma il fatto che più sta sollevando proteste tra la popolazione cinese riguarda proprio la gestione della propaganda e della repressione della libertà di informazione.

In particolare Pechino sembra aver preso di mira chiunque tenti di denunciare, o anche solo mettere in guardia, circa la reale diffusione e pericolosità del virus.

Primo caso eclatante è stato quello di Li Wenliang, giovane medico che per primo aveva tentato di avvertire le autorità riguardo il virus appena entrato in circolo. La tenera e purtroppo tragica fiducia del ragazzo nella propria classe dirigente si è dimostrata malriposta. Richiamato prima all’ordine dalla polizia, Li è morto poco tempo dopo proprio di quel male che aveva cercato di combattere: la macchina della repressione.

Eppure Li è stato solo la prima vittima di Pechino. Nelle fasi più concitate della pandemia infatti sono iniziate ad arrivare inquietanti voci di giornalisti scomparsi nel nulla e avvocati per i diritti umani rapiti nelle loro case. E’ il caso di Chen Qiushi, avvocato 34enne diventato vlogger per vocazione, il quale poco prima di sparire dichiarava “Ho paura. Davanti a me c’è il virus; dietro, il potere legale ed amministrativo della Cina”.

Queste morti eccellenti, inaspettatamente, stanno risvegliando nell’opinione pubblica un insolito malcontento verso la nomenclatura del partito, Xi Jinping in primis, che fino ad allora, in un clima di perenne crescita e benessere, ricevevano dal popolo anche delle deroghe informali sugli abusi e sulle infrazioni dei diritti umani.

Pechino ha gestito la crisi alla solita maniera. Stavolta però il bastone della repressione rischia di essere un boomerang e forse il popolo cinese ha capito, o quanto meno ha iniziato a considerare l’ipotesi, che la libertà sia un bene primario non solo quando si sta male.

Parrebbe assurdo che la massima “ci si rende conto di quanto sia importante l’aria solo quando viene a mancare” non fosse già stata assimilata dalla popolazione. Quel che possiamo tutti sperare è che, una volta rientrata l’emergenza, parta nel paese di mezzo una profonda discussione sulla sostenibilità del sistema politico e sociale cinese, senza più bisogno di ulteriori martiri.

 
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