La settimana scorsa ci eravamo lasciati con le forti dichiarazioni del Presidente armeno Pashinyan rispetto al Nagorno – Karabakh. Lo stesso aveva pubblicamente inneggiato all’unità dell’Armenia con la regione montuosa, infliggendo così un colpo pesante ai progressi compiuti fin ora nel contesto dei negoziati di Minsk. Gli effetti collaterali di tale dichiarazione raggiungono la regione di Samtskhe-Javakheti, nel sud della Georgia, luogo che ospita una maggioranza demografica armena. La regione verte in difficili condizioni economiche e di sviluppo ed è tra le più povere della Georgia. Gli armeni che popolano l’area attribuiscono la responsabilità di tale sottosviluppo alle politiche discriminatorie di Tbilisi, che destina pochi fondi alla minoranza armena – la quale si regge principalmente sulle rimesse delle comunità armene all’estero – e che subordina molti lavori alla conoscenza della lingua georgiana.

Una cartina che illustra le divisioni amministrative della Georgia e importanza strategica della regione di Samtskhe-Javakheti

In passato, la regione non è stata esente da tensioni tra armeni e georgiani: nel 1988, la comunità armena del posto si è schierata contro l’esercito georgiano poiché riteneva che le truppe volessero deportare gli armeni dalle loro case. La tensione si è velocemente placata e l’equilibrio è stato ripristinato, ma rimane un alone di diffidenza reciproco. Da quell’anno esiste infatti il movimento di Javakheti, a cui aderiscono gli armeni che vogliono maggiore autonomia dal governo centrale di Tbilisi. A supporto di tale politica, vi è anche un’organizzazione non governativa, “l’Alleanza Democratica di Javakheti Unita”, che costituisce quasi un esercito non regolare degli armeni in Javakheti. Le recenti dichiarazioni di Pashinyan, la sua rinata retorica nazionalista, sono benzina per realtà di precario equilibrio come questa in Javakheti. Gli abitanti della regione potrebbero avanzare facilmente pretese secessioniste e aspettarsi un altrettanto supporto dal leader armeno per la loro causa.

Lo status della Javakhezia sta sollevando parecchi interrogativi sul futuro delle relazioni tra Georgia e Armenia. Mentre diversi analisti hanno evocato la possibilità di tentativi secessionisti autoctoni sponsorizzati o rivendicati da Yerevan è difficile che le autorità centrali armene appoggino, nonostante la retorica irredentista di unità dei territori armeni, questa possibilità in quanto niente affatto intenzionati a guastare le già fragili (e vitali) relazioni con la Georgia. Il confine tra le due nazioni è ad oggi l’unica possibilità assieme all’Iran grazie a cui l’isolata Armenia può comunicare e commerciare con il mondo essendo chiusi e militarizzati i valichi di frontiera con la Turchia e l’arcinemico Azerbaijian. Un annessione di un legittimo territorio georgiano rappresenterebbe un suicidio geopolitico ed economico in un periodo di forte incertezza della leadership di Pashinyan. Il gioco non vale quindi la candela ma non bisogna sottovalutare lo stato profondo, le forze di sicurezza e l’ascesa del nazionalismo etnico in Armenia in grado di sovvertire il già fragile status quo.

Quale futuro per la regione? Ad oggi, nonostante le potenzialità turistiche (ospita la comunità monasteriale rupestre di Vardzia, il castello di Rabati e la fortezza di Khertvisi) sta vivendo una fase profonda di depressione economica, irreversibile calo demografico, emigrazione e sottosviluppo che sta impattando sulla composizione demografica. Gli Armeni, prima preponderanti si sono ridotti a rappresentare intorno al 50% della popolazione di oltre cento 162.000 abitanti alla pari con i georgiani con cui prosegue un equilibrio settario molto precario. La presenza del gasdotto Baku – Tbilisi – Ceyhan, di quello del Caucaso meridionale e della tracciato della ferrovia Kars – Tbilisi – Baku sottolinea, infine, il potenziale strategico sprecato di una regione schiacciata dall’incuria del governo centrale georgiano e il riluttante e insufficiente interesse dell’Armenia.

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