I cinesi sono la rappresentazione della corsa all’Artico: investimenti, infrastrutture e sfruttamento minerario. Il tutto avviene a nord dell’UE, la quale non crede esista un problema diverso dal cambiamento climatico. Nel frattempo le tensioni tra Cina, USA e Russia, sono ben note. In prospettiva l’Ue, che ruolo assumerà nell’Artico?

La Cina è ormai da tempo un attore molto presente sullo scenario geopolitico artico. Di Pechino, nell’Artico si parla soprattutto in termini di investimenti economici nel campo delle attività estrattive: petrolio e minerali utilizzati nel campo della componentistica per le nuove tecnologie. Ma i cinesi sono molto presenti anche in termini infrastrutturali, con opere massicce e progetti di collegamento per ottimizzare i trasporti di merci. Ad ogni modo, la calda situazione delle tensioni nell’Artico sembra non riguardare la Cina e le sue ambizioni economiche. Essa infatti prosegue indisturbata, mentre altre realtà non ne percepiscono ancora l’importanza e continuano a sottovalutare il rischio che la presenza orientale comporta. L’Unione Europea è una di quelle realtà non consapevoli della minaccia cinese. Il nuovo rappresentante per la politica europea nell’Artico Michael Mann, infatti, ha di recente dichiarato che la più grande minaccia che viene da quella regione è il cambiamento climatico. Dichiarazione che sembra sminuire il rischio di una tensione nell’area, anche in barba a quanto ampiamente previsto dagli analisti che prevedono un futuro conflittuale per l’Artico.

Prima di considerare le dichiarazioni di Mann occorre però fare qualche riflessione. In primo luogo, Washington, Mosca e Pechino, potrebbero non essere d’accordo con la linea che l’Europa ha espresso mediante il suo portavoce. Lo dimostrano gli interessi delle tre potenze che di frequente si scontrano e danno vita a momenti di tensione. D’altronde, come potrebbe essere d’accordo Donald Trump con questa prospettiva? Tutti sanno come si sono svolte le vicende artiche degli Stati Uniti, a partire dalla provocatoria richiesta del Presidente di acquistare la Groenlandia. Una proposta che apparve folle ma che celava in sé aspetti geopolitici tutt’altro che strampalati. Con l’acquisto della Groenlandia, Trump otterrebbe un posto centrale nell’Artico, su un’isola in cui per risorse naturali e posizione strategica si gioca una battaglia fondamentale per il predominio nell’area; una sfida a colpi di soft power e multinazionali.

La Groenlandia potrebbe essere il terreno di gioco per questo particolare aspetto. Gli americani vi puntano per ottenere un controllo sulle rotte aeree e marittime che solo la parte Nord dell’isola può avere. I cinesi si occupano della parte sud, dove sono presenti in termini di investimenti economici e nello sfruttamento delle risorse. Un approccio pesante dal punto di vista economico, quello cinese, ma che sembra ottenere risultati mediocri in termini strategici. La Cina ha rappresentato, ed in parte rappresenta ancora, l’appiglio per il governo autonomo groenlandese, nella prospettiva che vede gli investimenti cinesi come svincolo per l’indipendenza da Copenaghen. Tuttavia va considerato che, mentre Nuuk strizza l’occhio a Pechino,la popolazione sembra mantenere una linea filoccidentale, elemento che sicuramente giova alla causa americana.

A seguito di queste riflessioni è chiaro che bisogna interrogarsi su quelle che saranno le azioni dell’Unione Europea nell’Artico. Attribuire alla regione l’unica problematica del cambiamento climatico significa non considerare il vorticoso susseguirsi di controversie, tensioni, discussioni che interessano l’area. Occorre capire se l’Unione Europea sta prospettando per sé un ruolo da interlocutore oppure vuole limitarsi a fare da spettatore. Se invece l’UE, intendesse far sentire la propria voce nell’Artico, sarebbe ipotizzabile una crescita nel medio-lungo termine della sua ingerenza, cambiando le carte in tavola e dando filo da torcere, quantomeno alla Cina che agisce indisturbata.

 

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Domenico Modola

Domenico Modola

Vivo a Brusciano (NA) laureato in Scienze Politiche, Studi Internazionali presso L’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” , con una tesi in Geografia Politica delle Relazioni Internazionali. La macroarea di cui mioccupo è l’Artico. Scrivo di tutti gli aspetti relativi alla geopolitica di quei territori. Lo IARI Mi sta dando una grande opportunità di crescita, con annessa la possibilità di fare ciò che veramente mi piace. Essere analista IARI vuol dire confronto con una realtà seria e professionale, ma formata da giovani. Far parte di una redazione come quella di IARI è un grandissimo slancio. Il think tank offerto grazie alle analisi di redattori e collaboratori è un utilissimo mezzo per comprendere al meglio le dinamiche mondiali. Le analisi pubblicate sono di continuo stimolo e approfondimento.
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