Il 18 dicembre ricorre la Giornata Internazionale per i diritti dei migranti, diritti che non sempre vengono riconosciuti e garantiti. In un mondo liquido di globalizzazione, fluidità e spostamenti veloci, c’è ancora chi erige muri per contrastare il problema della migrazione. La maggior parte delle volte, in nome della demagogia della sicurezza, si mettono in pericolo le vite di migliaia di persone. Analizziamo la crisi migratoria americana.

“Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese.”, sancisce l’articolo 13 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Partiamo dal presupposto che quando parliamo di diritti, il significato stesso del termine ci obbliga a non escludere nessuno dal discorso. Migrare è un diritto di tutti sancito dall’articolo 13 della Dichiarazione dei diritti umani del 1948, attualmente firmata da tutti gli stati aderenti alle Nazioni Unite. Per intenderci, da tutti gli stati reciprocamente riconosciuti nella sfera internazionale. Come tutte le dichiarazioni, anche questa non è formalmente vincolante, ma delinea i principi generali su cui si fonda il diritto internazionale. Questo spiega le politiche dei singoli Stati spesso in contrasto con tale articolo, politiche che restringono il campo del diritto al movimento a pochi intimi, spesso privilegiati per il semplice fatto di esser nati nella parte “giusta” del mondo: quella che viaggia per lavoro, per turismo, per svago, per studio. Raramente in questa fascia sono inclusi coloro che viaggiano per sopravvivenza, per dignità, per richiedere asilo – come vuole la Convenzione di Ginevra del ‘51 – in uno Stato in cui è possibile costruire il proprio futuro lontano da guerre, da crisi ecologiche, da indigenza.

Non solo il diritto di movimento sembra non appartenere a tutti gli esseri umani, ma viene anche contrastato e scoraggiato dai governi, sempre più ostili al fenomeno contemporaneo dei flussi migratori. Così la gestione politica delle migrazioni viene gestita con il pugno di ferro, con l’erezione di muri e di barriere fisiche e culturali. Ma queste politiche non comprendono o scelgono di non comprendere la causa delle tante partenze a cui ogni giorno assistiamo: attaccano la conseguenza, il mettersi in viaggio verso un’altra destinazione, senza capirne le motivazioni e le radici delle scelte.

In questa analisi ripercorreremo il fenomeno migratorio sudamericano, che vede nel Messico o in altre regioni un’uscita d’emergenza per accedere a una vita migliore.

 

La crisi migratoria sudamericana

Trenta milioni di sudamericani, oggi, vivono fuori dal proprio Paese d’origine: quasi il 5% degli abitanti, che sono circa 650 mila. Sono i dati lanciati da Cepal, la Comisión económica para América Latina y el Caribe. Comparando i numeri di un altro continente, l’Africa, vediamo quanto sia importante la migrazione latina: gli africani emigrati sono 33 milioni, su un totale però di un miliardo. La causa principale degli spostamenti è la crisi del 2009 e la recessione che ha toccato l’intero mercato internazionale.

La seconda causa, sempre economica, è l’aumento dei prezzi internazionali delle materie prime. Fattore uno più fattore due hanno portato a un progressivo incremento di esodi interni al continente: Cile, Brasile e Argentina sono le mete favorite poiché, a differenza di USA e Europa, provano a gestire il fenomeno migratorio senza bloccarlo e contrastarlo.

 

La rotta centroamericana

La rotta centroamericana, anche chiamata Triangolo Nord, ovvero El Salvador, Honduras e Guatemala, riguarda principalmente coloro che tentano la traversata verso gli Stati Uniti attraverso il Messico. Fuggono dalla violenza del narcotraffico, dal terrore, dal reclutamento forzato da parte delle bande, non dall’economia. Quasi un terzo dei migranti messicani e centroamericani sono minori, adolescenti e ragazzi sotto i vent’anni. L’erezione del muro di Trump non ha fatto altro che ampliare la clandestinità e consegnare maggior potere nelle mani dei narcotrafficanti, che in questo modo detengono con la violenza il monopolio delle migrazioni e del passaggio extra-regionale.  

Il Muro della Vergogna, così chiamato in Messico, è una barriera di sicurezza alta dieci metri perfettamente valicabile in termini di architettura. Secondo la Casa Bianca, una struttura con sbarre di acciaio permette agli agenti un maggior controllo, potendo guardare al di là del confine. Ma sono sempre di più i trafficanti che, di notte, scavalcano il muro conducendo le carovane oltre il confine, o segano i pali di cemento per passare attraverso.

Diritti immagine “EL HERALDO” realizzata da: Manuel Rodriguez

Ma quanto è costata questa barriera fallimentare? Al costo del materiale vanno sommate le spese per l’acquisto dei terreni, per la costruzione di strade e infrastrutture fondamentali. Secondo un rapporto stilato da Barnstein Research, paiono irrealistiche le stime di Trump, che si aggirano intorno ai 10 miliardi di dollari. Si potrebbe toccare addirittura quota 25 miliardi.

Un muro economicamente dispendioso che tuttavia paga il suo prezzo più caro in dignità umana: sfruttando la demagogia della sicurezza si mettono quotidianamente in pericolo le vite di migliaia di persone, costrette a scegliere tra il convivere con la violenza delle bande o scegliere un’emigrazione faticosa controllata dalle bande stesse.

La scelta, inimmaginabile per chi non la vive, spesso ricade sulla speranza di un cambiamento, e quindi sul sopportare i narcotrafficanti e metter nelle loro mani la propria vita fino al raggiungimento del confine messicano-statunitense. Nel migliore dei casi, paghi con tutti i tuoi risparmi il transito, viaggi in condizioni igienico-sanitarie disastrose, ma arrivi vivo negli Stati Uniti. Spesso, purtroppo, per cause svariate, oltre il confine non si arriva. E i sudamericani e i centroamericani lo mettono in conto, ma è meglio provarci che rimanere a casa propria. Nel 2018, 283 persone sono morte attraversando il confine.

La gestione del fenomeno migratorio va affrontata con serietà e, soprattutto, con responsabilità. Chiudere i confini, in America come in Europa, non risolve le cause delle partenze e, tantomeno, le scoraggia: incentiva solamente ad affidarsi al pericolo e al bivio vita-morte. Servono politiche da una parte e dall’altra della linea territoriale, serve vedere il migrante come una possibile risorsa economica e non come un fattore sociale pericoloso, servono piani d’aiuti e di sviluppo laddove l’economia è carente.

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