Nel contesto multipolare mediorientale la Giordania costituisce ad un oggi un affascinante anomalia. Paese disegnato a tavolino dai desiderata occidentali, quadrante di terra prevalentemente desertica inserita a cuneo all’interno di una realtà costantemente in agitazione è reduce da decenni di travagliata costruzione storica e identitaria che ha formato un identità particolare. La Giordania, ad oggi, rappresenta pienamente l’esempio delle peculiarità e delle particolarità instabili di un Medio Oriente dove gli equilibri di potenza coesistono con la pervasività di leadership monarchiche desuete. Schiacciata tra la costante conflittualità israelo – palestinese, il gigantismo della petromonarchia saudita, i prodromi dei disastri delle guerre civili in Iraq e Siria e i tentativi di rilancio dell’Egitto dei generali la monarchia hashemita (che regna sui territori dell’ex protettorato britannico transgiordano dal 1921) si è resa protagonista negli ultimi anni di un raffinato equilibrismo all’interno delle diverse crisi che hanno insanguinato un Medio Oriente in costante ebollizione. L’attuale monarca, Abdullah II, seppur in crisi di legittimità, ha mantenuto il suo paese in una condizione di “instabile stabilità ben conscio delle sfide ma anche delle potenzialità offerta dalla geopolitica. La posizione geografica della Giordania, infatti, ha reso Amman una pedina fondamentale nello scacchiere della contrapposizione per il predominio iraniano saudita, nelle necessità di sicurezza dello stato di Israele e nella cintura di contenimento americano dell’imperialismo persiano di matrice sciita.

Il fronte interno della Giordania rimane ad oggi ad altissimo tasso di precarietà colpita com’è da una costante resistenziale di una popolazione anagraficamente giovane e dinamica, etnicamente variegata (più della metà dei cittadini giordani sono di discendenza palestinese) ma afflitta da alti tassi di disoccupazione, esclusione sociale e profonda sfiducia. Dalle proteste contro l’austerità del maggio 2018, scatenate dal tentativo del governo guidato da Hani Mulki di introdurre un decreto volto ad allargare il bacino di soggetti sottoposti alla tassa sul reddito, prosegue l’insoddisfazione per le critiche condizioni economiche e sociali in cui l’opinione pubblica, radunatasi dietro gli “stendardi” dei sindacati, dei partiti politici ma anche trainata da un islamismo sempre più radicato, ha imposto al monarca repentini cambiamenti e rimpasti di governo. L’attuale primo ministro, Omar Razzaz è infatti la manifestazione dell’ennesimo cambio al vertice operato dall’autorità monarchica con il pretesto di offrire un utile capro espiatorio a una situazione sistematicamente immobile. La già fragile situazione economica e sociale del paese (uno tra i pochi del Medio Oriente sostanzialmente privo di risorse fossili potenzialmente sfruttabili) è stata recentemente aggravata dall’arrivo di oltre un milione e mezzo di sfollati dal conflitto civile siriano. Il governo giordano assieme al vicino Libano si è dovuto far carico, anche grazie al sostegno incostante della comunità internazionale, del sostentamento di questa enorme mole di sfollati sistemati in enormi campi profughi nel nord del paese. I siriani costituiscono solo l’ultima delle fasi migratorie a cui ha dovuto assistere un paese che ha accolto, dotandoli della cittadinanza, gli esuli palestinesi dall’esilio post indipendenza israeliana oltre che gli esuli dalla guerra in Iraq.

Il tasso di disoccupazione in Giordania si aggira intorno al 20% ma è ancora più alto il numero di chi svolge lavori precari o marginali. Fonte – Middle East Eye 2018

La pressione demografica, la chiusura dei valici commerciali con la Siria, l’Iraq e l’instabilità nella vicina Cisgiordania sono solo alcune delle cause che paralizzano lo sviluppo economico della nazione costringendo Amman a dipendere dalle costanti “elemosine” del Fondo Monetario Internazionale (e dai suoi impopolari diktat) e dalle donazioni degli attori del Golfo. Donazioni ingenti che hanno il doveroso costo di deviare le necessità strategiche e le decisioni di politica estera del paese come il recente impegno (poi revocato) nel pantano yemenita ha sottolineato. L’economia giordana, fortemente improntata sui servizi, necessità di ambiziose riforme in gradi di rilanciare settori in grado di creare occupazione e diversificare un sistema sclerotizzato. Il turismo, in primis, rappresenta ad oggi una delle priorità delle amministrazioni di Amman che ben conscia della sue potenzialità storiche, archeologiche e culturali mira a trasformare il paese in un hub turistico di cui potrebbe beneficiare il Medio Oriente per intero. Per attirare investimenti e turisti stranieri la monarchia deve però garantire sicurezza e stabilità; due parole che nel quadrante geopolitico in cui la nazione è inserita appaiono come miraggi. Se rispetto ai vicini la nazione è rimasta sostanzialmente quasi immune dalle ripercussioni del terrorismo jihadista risuonano incessanti i campanelli d’allarme degli analisti che da anni avvertono il governo, spronandolo a contrastare il reclutamento e la formazione di cellule jihadiste islamiste nei settori demografici e urbani maggiormente dimenticati dal flebilissimo contratto sociale. Tre le necessarie direttive da intraprendere per superare un impasse sistemica: facilitare il rimpatrio (secondo dinamiche concordate con le autorità internazionali e il governo di Damasco) dei centinaia di migliaia di profughi siriani che gravano sulle già flebili risorse dello stato, intraprendere ambiziose riforme che introducono alternative e sicurezze non solo per il 19% dei cittadini che risultano disoccupati ma per l’altrettanta componente percentuale che svolge lavori incostanti e marginali e infine partecipare agli ancora embrionali progetti di ricostruzione della Siria post guerra civile inaugurando, al contempo, nuovi collegamenti infrastrutturali lungo le direttive che dal Golfo Persico portano al fondamentale sbocco sul Mar Rosso.

Sul fronte esterno Amman sta cercando di migliorare le sue relazioni con altri attori regionali (Qatar, Turchia, Iraq ed Egitto) per assicurarsi supporto politico, sostegno economico e accesso continuo alle fonti energetiche. L’attivismo giordano è pienamente inserito all’interno  di un ambizioso tentativo di riposizionamento da parte dei diversi attori arabi regionali pronti a reagire a un escalation nella crisi che nel Golfo Persico contrappone gli Stati Uniti all’Iran e ai suoi proxies. L’incontro dei ministri degli Esteri di Egitto, Iraq e Giordania a Baghdad il 4 agosto 2019, rappresenta pienamente questa tendenza. I tre ministri hanno sottolineato l’impegno dei loro leader nella cooperazione e nel coordinamento trilaterali, a uno stato palestinese con Gerusalemme come capitale, alla riduzione e al dialogo politico nel Golfo e ad un “ruolo arabo” nel porre fine alla crisi siriana. Il fronte esterno vede per la Giordania una serie di potenzialità e fragilità che rappresentano una sincera incognita per la monarchia hashemita.

Profughi siriani in un campo di accoglienza in Giordania. La questione dei sfollati dal conflitto civile resta una delle piu spinose nel futuro di Amman.

In primis l’impasse siriano, con la presenza nella regione del governatorato di Homs prospiciente al territorio giordano) di installazioni americane, il perdurare dell’esperimento di autogoverno curdo del Rojava, il controllo della cosiddetta Siria utile da parte del dittatore Assad, ha permesso ad Amman di proiettare una flebile sfera di influenza nel desertico sud della nazione ma non ha impedito ai già citati milioni di profughi bellici di tracimare nel territorio di competenza della monarchia. La fragile congiuntura strategica russo iraniana non durerà molto in quanto agli interessi strategici e secolari di Mosca si contrappone un tentativo di modifica dell’equilibrio settario perpetuata nell’alveo della mezzaluna pan sciita e ad oggi un accordo, diplomatico o mediato attraverso l’uso della forza, resta un miraggio. In caso di ulteriore rafforzamento ad est del governo di Damasco, di un accordo autonomista con i curdo – arabi al di la dell’Eufrate e di un accomodamento tra Putin e gli ayatollah ritornerà in auge un attore statale con cui instaurare un dialogo interrotto in anni di contrasti diplomatici e posizionamenti delle potenze arabe nello scacchiere siriano. Giordania e Siria condividono un confine di 375 km frutto dell’oramai centenario accordo Paulet-Newcombe che dai confini del conteso Golan si spinge fino all’Iraq. La scomparsa della costruzione statuale dello Stato islamico, la riapertura dei valichi di frontiera, il tiepido riprendere di un commercio transfrontaliero ha aperto la strada a un processo di dialogo economico e politico imprescindibile per ambo i lati. Da segnalare, inoltre, la partecipazione del paese ai round di pace tenuti ad Astana come manifestazione dell’impegno del paese nella risoluzione del conflitto oltre che accettazione di un futuro ruolo della Russia nelle dinamiche mediorientali.

Gli interessi giordani si intersecano con l’attivismo del governo iracheno recentemente nato dalla convergenza tra gli interessi delle forze secolari e religiose. Baghdad si guarda intorno alla ricerca di partner arabi e non che investano nel tesoro energetico della Mesopotamia contribuendo alla necessaria ricostruzione posteriore al conflitto con il califfato. Il 18 luglio il primo ministro giordano Omar al-Razzaz, si è incontrato ad Amman con il ministro degli interni iracheno Yasin al-Yasiri esprimendo la rinnovata vicinanza strategica tra le due nazioni frutto di legami storici e culturali condivisi. Pressato dall’influenza e dal gigantismo iraniano, Baghdad guarda ad Ovest e principalmente al Mar Rosso per diversificare l’esportazione degli idrocarburi da Bassora fino al porto di Aqaba e da lì ai mercati asiatici ed europei. Come nel caso siriano la riapertura delle vie infrastrutturali deve andare di pari passo con un impegno mutuale dei due attori coinvolti nel rafforzare la sicurezza nelle aree desertiche di confine, eliminare il residuo radicamento delle cellule indomite dello stato islamico sopravvissute alla disfatta sul campo e di conseguenza collaborare al processo di inclusione  dei sunniti iracheni superando l’emarginazione che ha rappresentato la prima causa dell’emersione e dell’attivismo del Califfato guidato da Al Baghdadi.

Il monarca di Giordania, Abdallah II con il principe saudita e deus ex machina della politica estera della monarchia wahabbita, Mohammed bin Salman

Se i progetti di investimento comune dichiarati in collaborazione con l’Egitto fanno ben sperare per un maggiore ruolo futuro del Mar Rosso nell’economia di Amman, questa non può prescindere dall’intrattenere una relazione privilegiata con l’Arabia Saudita. Non solo i due paesi condividono un frastagliato confine desertico ma la dinastia Saud resta il maggiore finanziatore dell’economia giordana garantendosi, conseguentemente, l’impegno negli ambiziosi (e controversi) progetti di politica estera della casa reale di Riyadh. Un alleanza imposta alle autorità hashemite che l ha viste partecipare con riluttanza prima al boicottaggio del Qatar e poi al conflitto yemenita, da cui si è ritirato solo recentemente. Una relazione niente affatto scontata messa recentemente in crisi dai tentativi di diversificazione da Amman che non ha esitato a cercare un accomodamento diplomatico nel campo di battaglia per la supremazia nella penisola arabica. Il 16 luglio la Giordania, sorprendendo gli analisti politici, ha annunciato la ripresa delle relazioni diplomatiche con il Qatar ponendo termine a un embargo mai realmente esercitato appieno da ambo i governi; di conseguenza ha fatto molto discutere il corposo pacchetto di aiuti da 500 milioni di dollari versato da Doha nelle casse del regno che va a sommarsi ai più di 3 miliardi promessi dagli altri contendenti nell’area. Un gioco al rialzo che sottolinea l’importanza strategica della nazione. Importanza compresa dai dialoghi serrati con la Turchia che porteranno a breve tempo alla stesura di un accordo di cooperazione economica e investimenti turchi per la boccheggiante economia del paese. A frenare gli entusiasmi lo status delle relazioni personali tra il re di Giordania e il presidente Erdogan, con il primo conscio della pericolosa crescita dell influenza della Turchia nel panorama sunnita.

Il re di Giordania, Abdullah II (sulla sinistra) con il primo ministro dello stato di Israele, Benjamin Netanyahu

Archiviata l’analisi dei partner arabo musulmani l’incognita vera e propria sul futuro delle relazioni internazionali di Amman rimane il futuro evolversi della partnership con lo stato ebraico. Il cosiddetto “accordo del Secolo”, il piano di pace per il conflitto israelo palestinese patrocinato dall’amministrazione Trump, ha costretto la monarchia hashemita a prendere una posizione di netta cesura opponendosi radicalmente alle volontà di ricomposizione geografica evocate dal tycoon newyorchese. Il piano prevede, infatti, un ulteriore coinvolgimento della monarchia hashemita nelle questioni palestinesi con il concedere della cittadinanza e l’unione di lembi di territorio palestinese allo stato giordano (se non una vera e propria confederazione) che si troverebbe a dover accogliere al proprio interno una nuova ondata di popolazione di ceppo palestinese rompendo il già fragile equilibrio demografico, seppellendo la già minoranza degli arabo giordani di discendenza beduina (il frangente demografico maggiormente allineato e fedele alla monarchia) e aprendo la strada a uno scontato periodo di instabilità e riposizionamento dei rapporti di forza che potrebbe costare caro alla già fragile monarchia. Il piano di pace evocato da Trump espleta la convinzione, molto diffusa tra gli analisti vicini all’attuale amministrazione a stelle e strisce, che la Giordania sia e dovrà essere l’unico possibile “stato palestinese” e unica alternativa di legittimazione delle richieste di questo popolo. L’iniziativa fa il paio con la paio con il contestato riconoscimento di Washington di Gerusalemme come capitale indefinita dello stato israeliano e lo spostamento in luogo dell’ambasciata minando l’autorità simbolica che la monarchia nutre all’interno del mondo arabo in quanto protettrice dei luoghi santi musulmani siti nella città santa. Un piano di pace indigesto per le autorità di Amman che non abboccherà al sostanzioso regalo (più di 50 miliardi di dollari in investimenti) offerto da Arabia Saudita, Emirati e Stati Uniti d’America, i principali sponsor regionali della proposta dell’amministrazione repubblicana.  

L’ulteriore spostamento a destra dell’opinione pubblica israeliana, l’assertività territoriale espletata da Netanyahu recentemente sottolineata con la volontà di annettere unilateralmente le regioni della Giudea e della Samaria (la Cisgiordania), l’avvicinamento alla Turchia, al Qatar e alla Siria operato dalle autorità centrali di Amman oltre che i contrasti di confine mai sanati lungo il fiume Giordano assieme oltre alla crisi diplomatica innescata dai goffi provvedimenti trumpiani rischia di allontanare e minare il dialogo e la cooperazione finora stabile tra Giordania e Israele; due stati che coesistono in pace e in mutuo riconoscimento a differenza dell’oceano arabo che rifiuta ogni contatto con le autorità di Tel Aviv. Le prese di posizione vigorose di Amman nei confronti delle recenti crisi e dinamiche mediorientali sottolinea una rinnovata e sorprendente assertività della nazione nel contesto geopolitico. Una volontà di protagonismo nell’area che deve accompagnare un ambizioso piano di riforme che sgravino il paese dalla nefasta dipendenza dai finanziamenti esterni e da un costante stato di instabilità potenzialmente distruttivo. Il prestigio della monarchia, gli esempi sanguinosi oltre confine, la capacità resiliente del popolo giordano hanno finora mantenuto il paese in uno stato di congelata (e apparente) tranquillità ma Amman deve cavalcare l’ondata delle potenzialità offerte dal riequilibrio costante delle forze nell’arena geopolitica e divenire finalmente un attore indipendente.

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Marco Limburgo

Marco Limburgo

Marco Limburgo nasce a Mesagne (BR), attualmente vive e studia a Forlì. Dopo aver conseguito la laurea in Storia Contemporanea presso l’Università di Bologna, è attualmente specializzando in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso il campus forlivese della medesima università. È consigliere d’amministrazione di Geopolis. Inoltre, contribuisce in qualità di articolista al progetto editoriale Russia 2018. È appassionato di storia, letteratura e politica internazionale (in particolar modo della regione medio-orientale).
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