Giappone e Cina: due paesi geograficamente vicini ma, allo stesso tempo, perennemente lontani. Le relazioni tra Tokyo e Pechino sono sempre state contraddistinte da instabilità e sfiducia legate a problemi radicati sia nel passato che nel presente, che nel corso degli anni hanno reso particolarmente difficile la costruzione di stabili relazioni bilaterali tra i due colossi asiatici.

 

Nel corso dell’ultimo anno i due paesi erano giunti al comune accordo di dirigersi verso una svolta nelle loro relazioni bilaterali, consci della vitale importanza di una maggiore cooperazione per raggiungere stabilità e prosperità nell’intera regione asiatica e nel mondo. Tuttavia, con i recenti avvenimenti nel panorama internazionale e l’aggravamento dei rapporti della Cina con gli Stati Uniti (i quali sono il più stretto alleato del Giappone) derivato dallo scoppio della pandemia da Covid-19 e la delicata situazione di Hong Kong, questa promessa sembra essere diventata più difficile da mantenere. Un cambio di rotta nelle relazioni tra i due paesi sembra essere all’orizzonte.

Le origini delle profonde divergenze tra Tokyo e Pechino risalgono a più di un secolo fa, con lo scoppio prima guerra sino-giapponese nel 1894, vinta dal Giappone, e la seconda nel 1937, la quale portò all’invasione e colonizzazione della Cina fino al 1945. A causa delle conseguenze derivate dalla gravità dei crimini di guerra commessi dall’esercito nipponico, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e la caduta dell’Impero giapponese le relazioni tra Tokyo e Pechino non hanno mai raggiunto una piena stabilità. La riluttanza del Giappone nell’affrontare le responsabilità delle proprie azioni passate e i vaghi e impacciati tentativi di scuse a riguardo hanno più volte indispettito la Cina. Inoltre, oltre ai problemi legati alla storia, le dispute territoriali riguardanti le isole Diaoyu/Senkaku[1] nel Mar Cinese Orientale sono un altro spinoso fattore che continua a influenzare in maniera negativa le relazioni, impedendone l’espansione da fini prettamente economici.

Nel 2019, anno che ha segnato il settantesimo anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese e l’entrata del Giappone nella nuova era “Reiwa”, i due paesi avevano deciso di dirigersi verso una “nuova era” di cambiamenti nelle relazioni bilaterali. Durante un incontro a Osaka a giugno 2019 (antecedente al G20), il Presidente cinese Xi Jinping e il Primo Ministro giapponese Shinzō Abe avevano concordato sulla necessità di una svolta e l’importanza del rafforzare la comunicazione, il coordinamento e la cooperazione negli affari regionali e internazionali. Confermando la comune volontà di promuovere scambi e dialoghi “costanti” e “di alto livello”, entrambi i capi di stato avevano espresso la speranza che il consenso raggiunto venisse rispettato e che ambo le parti si impegnassero sia a gestire adeguatamente le tensioni riguardanti le questioni storiche tra i due paesi, sia a salvaguardare la pace e la stabilità nel Mar Cinese Orientale. Due mesi dopo, i due paesi avevano ripreso il dialogo strategico a Nagano dopo sette anni di pausa, con l’incontro tra Le Yucheng, Viceministro degli Esteri cinese, e la sua controparte giapponese Takeo Akiba.

Durante il suo discorso davanti alla Dieta nazionale lo scorso gennaio, Abe aveva definito il 2020 “un anno cruciale per la diplomazia giapponese”, sottolineando il ruolo determinante che la Cina potrebbe avere nello sviluppo della diplomazia del Paese. Rimarcando come le due potenze asiatiche condividano grandi responsabilità in Asia e come la loro cooperazione sia importante nel raggiungere maggiore pace e ricchezza regionale, aveva ribadito la sua volontà di mantenere la promessa di dirigersi verso una “nuova era”. Lo scoppio della pandemia da Covid-19 in Cina a febbraio aveva portato a un ulteriore avvicinamento tra i due paesi, con una dimostrazione di estremo supporto da parte del Giappone. Infatti, per aiutare nella prevenzione della diffusione del virus, sono state fatte sostanziose donazioni monetarie da parte del governo e diverse aziende giapponesi—insieme a milioni di mascherine e centinaia di migliaia di altre attrezzature come tute protettive, occhiali protettivi, guanti e termometri. Negli ultimi mesi, tuttavia, tutti i progressi compiuti nell’ultimo anno sembrano stare andando in fumo.

Tensioni e il fattore USA

Nonostante le premesse positive, diversi eventi del 2020 stanno mettendo duramente alla prova il tentativo di un cauto riavvicinamento tra Pechino e Tokyo. Fra tutti, il deterioramento dei rapporti tra la Cina e gli Stati Uniti (i quali giocano un ruolo essenziale nella politica estera del Paese del Sol Levante) è il fattore in assoluto più preoccupante che non fa sperare in un futuro roseo. L’attuale emergenza sanitaria è stata il primo fattore a portare al gelo tra Pechino e Washington, che da una situazione di già esistente tensione si stanno ora dirigendo sempre più verso un’aperta ostilità. Negli ultimi mesi, dopo lo scoppio dei casi di Covid-19 negli States (ad oggi il paese più colpito dal virus nel mondo) il Presidente Donald Trump si è più volte espresso in modo critico nei confronti della Cina e ha accusato in molteplici occasioni Xi Jinping di aver nascosto informazioni riguardanti il virus, incolpandolo della diffusione della malattia a livello globale. Lo scorso maggio Trump ha affermato durante il discorso al Rose Garden in cui annunciava l’abbandono dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) che “il mondo ora sta soffrendo a causa della disfatta del governo cinese”, definendo l’Organizzazione “Cina-centrica”.

Le tensioni di Hong Kong sono state un altro fattore contribuente all’inasprimento delle relazioni tra le due superpotenze mondiali: il governo americano ha infatti recentemente annunciato l’inizio delle pratiche per procedere all’eliminazione delle esenzioni che riservavano ad Hong Kong un trattamento speciale e l’avvio di sanzioni nei confronti di Pechino per aver causato la perdita di autonomia dell’ex colonia britannica. La Cina, in risposta, ha espresso “forte indignazione” per le azioni di Washington e ha invitato Trump a smettere di muovere accuse e non interferire nelle questioni interne. In vista di questi recenti avvenimenti, gli occhi dei due fronti sono ora puntati sui prossimi passi del Giappone. Tenendo conto dell’importanza degli Stati Uniti per il Giappone in quanto suo alleato più stretto, soprattutto da un punto di vista di sicurezza nazionale, e della svolta che una potenziale stabilità con la Cina potrebbe portare a livello regionale e internazionale, Tokyo si ritrova in una situazione scomoda. Per questo la posizione del Paese del Sol Levante sarà fondamentale nel delineare il futuro delle relazioni con entrambe le superpotenze.

L’approccio iniziale di Tokyo riguardo la vicenda è stato cauto. Alle domande riguardanti la tensione Cina-USA lo scorso 25 maggio, Abe ha risposto evidenziando l’importanza dell’alleanza con gli States e della sua preservazione, ma ha anche ribadito la necessità di “integrare ulteriormente la Cina nel processo decisionale globale”. Per proteggere questa necessità, infatti, il Giappone ha inizialmente tentennato nello schierarsi per evitare di rovinare i progressi che era riuscito a raggiungere, e non si è unito alla presa di posizione degli Stati Uniti (e gran parte dell’Occidente) in merito alla violazione del principio “una Cina, due sistemi”[2] di Hong Kong. Nonostante ciò, è abbastanza chiaro che un’alleanza stretta come quella con gli USA avrà sempre la precedenza. Infatti Tokyo pochi giorni dopo ha fatto la sua mossa: Abe ha affermato di voler guidare il G7 nella stesura del discorso riguardante la nuova legge sulla sicurezza. In aggiunta a questo, l’approvazione della legislazione che modifica lo status amministrativo delle isole Diaoyu/Senkaku da parte del consiglio comunale di Ishigaki (nella prefettura giapponese di Okinawa) ha provocato il ritorno di tensioni riguardanti le dispute territoriali. Tale legislazione ha l’obiettivo di rinominare le isole da “Tonoshiro” a “Tonoshiro Senkaku”, mossa vista da Pechino come un tentativo da parte di Tokyo di affermare la sua sovranità nel territorio.

 

In tutto questo, Xi Jinping sarebbe dovuto andare in Giappone questa primavera in visita di stato per la prima volta dopo anni per procedere con i dialoghi riguardo la svolta nelle relazioni bilaterali. Se prima la visita del Presidente cinese in terra nipponica era stata posticipata a causa della pandemia, dopo gli ultimi sviluppi e le tensioni che stanno risalendo pare che entrambe le parti ne stiano addirittura ponderando la cancellazione. Al momento, dunque, la situazione non sembra stare andando verso il tanto desiderato cambiamento. Per quanto per il Giappone la prospettiva di un rapporto più stabile con la Repubblica Popolare Cinese potesse essere allettante per una diplomazia più efficace, il futuro prossimo difficilmente riserverà qualcosa del genere. Arrivare a una “nuova era”, dunque, richiederà indubbiamente più tempo.

Fonti e approfondimenti

  1. Dudden, A. (2017). “Thinking about Japan’s Territorial Disputes”. Sungkyun Journal of East Asian Studies 17(2), 149-162.
  2. Kawashima, S. (2017). “Japan–US–China Relations during the Trump Administration and the Outlook for East Asia”, Asia-Pacific Review, 24:1, 23-36.
  3. Min Gyo, K. (2009). “The Senkaku/Diaoyu dispute and Sino-Japanese political-economic relations: cold politics and hot economics?”, The Pacific Review, 22:2, 205-232.
  4. Qiu, J. (2006). “The politics of history and historical memory in China-Japan relations”. J OF CHIN POLIT SCI 11, 25–53.
  5. Rose, C. & Sýkora, J. (2017). “The trust deficit in Sino-Japanese relations”, Japan Forum, 29:1, 100-124.

Note

[1] Le isole Diaoyu (in cinese) o Senkaku (in giapponese) sono un piccolo gruppo di isole disabitate situate nel Mar Cinese Orientale. Sono circa equidistanti (meno di 200 km) da Taiwan e dalle isole sud-occidentali del Giappone. Attualmente amministrate da quest’ultimo, queste isole sono da decenni oggetto di dispute territoriali con sia la Cina che Taiwan, che ne rivendicano la proprietà.

[2] Originariamente “one country, two systems” è un principio adottato dalla Cina nel 1997 (quando Hong Kong cessò di essere una colonia britannica) per regolare i rapporti con Hong Kong, il quale consente di avere sistemi economici e politici diversi da quelli della Cina continentale, pur facendo parte della Repubblica Popolare Cinese.

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