Il collasso della domanda di risorse energetiche, la guerra dei prezzi tra Russia e Arabia Saudita, il successivo crollo in negativo del prezzo del petrolio sui mercati e infine l’accordo sui tagli alla produzione hanno sconvolto il panorama energetico globale. Malgrado la ripresa dei prezzi di gas e petrolio, registrata nelle ultime settimane, gli effetti che il Coronavirus lascia in dote si ripercuoteranno diversamente tra i principali attori energetici statali. Tra chi intravede l’opportunità di indebolire la concorrenza e gli importatori che fanno incetta di risorse a basso costo, i veri sconfitti sono i Paesi esportatori ad economie fragili e poco diversificate, in quanto largamente dipendenti dai proventi petroliferi.



La crisi dei prezzi del petrolio è destinata a perdurare i suoi effetti nei prossimi anni. Sebbene la quotazione dell’oro nero nei listini abbia ripreso corpo dopo la storica discesa in negativo, la domanda stenta a decollare e la produzione petrolifera, in virtù degli accordi raggiunti, rimane limitata almeno fino a giugno. Per una ripresa significativa e una stabilizzazione del prezzo bisognerà attendere un paio di mesi, quando, a livelli di produzione invariata, la domanda dovrebbe aumentare. È lo scenario di breve termine tracciato dagli analisti energetici di Goldman Sachs, secondo cui la commodity petrolio dovrebbe assestarsi a 30-35 dollari al barile. Gli stessi analisti, però, avvertono sul pericolo di una nuova pressione sui prezzi, qualora l’offerta, e quindi la produzione, dovesse aumentare in modo sproporzionato rispetto alla domanda.

Il collasso dei prezzi e della produzione ha sicuramente impattato sulle casse degli Stati in termini di mancati introiti e perdita di posti di lavoro nel settore petrolifero; tuttavia c’è chi, grazie ad alcune specificità nazionali, riuscirà a far fronte alla crisi a lungo termine, ma anche chi sta vedendo le proprie economie crollare sotto i colpi della crisi del settore. Ad ogni modo, come insegna la storia della geopolitica, dietro ogni crisi si nascondono delle opportunità.

È questo il caso della Cina, che nell’ultima settimana di aprile ha colto al balzo l’opportunità del ribasso dei prezzi per arricchire le proprie scorte commerciali ed aumentare le proprie riserve petrolifere strategiche. Pechino ha usufruito dell’offerta sconto dell’Arabia Saudita nei mercati asiatici, siglando contratti per la fornitura di greggio per un ammontare di 300.000 barili in più al giorno.  Già lo scorso marzo, per via della ripresa della produzione, la Cina aveva aumentato del 5% le proprie importazioni di greggio, in particolare rivolgendosi ai sauditi, da cui Pechino acquista il 16% del volume totale di greggio (dati dell’Agenzia Internazionale dell’Energia). In questo quadro energetico, l’Arabia Saudita rappresenta un caso di specie, in quanto da un lato ha contributo al collasso dei prezzi, dall’altro si è privata di risorse finanziarie necessarie ad attuare il programma Vision 2030, che, nelle intenzioni del principe ereditario Mohammed Bin Salman, si pone l’obiettivo di diversificare l’economia saudita, riducendo la dipendenza dai proventi petroliferi e investendo nei settori del turismo e dell’intrattenimento. Permangono nutriti dubbi sul fatto che la produzione saudita riesca a sostenere i prezzi correnti, anche se, come fa notare Steffen Hertog, professore di politica comparata alla London School of Economics, il Regno può contare su 500 miliardi di dollari in riserve di valuta estera per coprire il deficit di bilancio derivante dai mancati incassi petroliferi.

Discorso diverso vale per la Russia e gli Stati Uniti, gli altri due player mondiali dell’energia. Se i primi sarebbero in grado di sostenere un prezzo di 35 dollari al barile per almeno sei anni[1], Washington può contare su un modello di export altamente diversificato e sulle progredite tecnologie d’estrazione, grazie alle quali può rapidamente adeguare la produzione alla domanda di petrolio. Nonostante ciò, il brusco ribasso degli ultimi tempi ha danneggiato alcune aziende strategiche petrolifere del Sud del Paese, le quali hanno visto sfumare importanti contratti di fornitura. La crisi del settore ha travolto migliaia di lavoratori, contribuendo a causare una vera e propria emergenza occupazionale negli Stati Uniti. Così come nelle stagioni precedenti, l’amministrazione Trump ha mostrato grande vulnerabilità strategica nelle questioni energetico-finanziarie. Come ben sintetizza Jason Bordoff, direttore del Center on Global Energy Policy: “Quando i prezzi del petrolio crollano, dobbiamo chiamare Mosca e Riyad per fare qualcosa al riguardo”.

 

I GRANDI SCONFITTI

A fronte di tale situazione, alcuni Stati devono fare i conti con un grave collasso economico, poiché non possono sostenere la produzione a prezzi di mercato così bassi. E, oltretutto, pagano il conto di un’economia interna largamente dipendente dalle esportazioni di petrolio. Il caso dell’Iraq, il cui budget nazionale è composto al 90% dai proventi delle esportazioni petrolifere, è parecchio preoccupante. Si rischia un disastro nazionale economico e sociale. Non ne ha fatto mistero il direttore esecutivo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, Fatih Birol: “I ricavi del Governo non sono abbastanza per pagare i salari degli impiegati statali e dei pensionati”, ha osservato. Per l’Iraq, il prezzo corrente è virtualmente insostenibile: la produzione petrolifera iraqena necessita di un prezzo minimo di 61 dollari al barile. Tra gli esportatori più fragili figurano anche l’Iran e il Venezuela, entrambi duramente colpiti dal combinato disposto sanzioni petrolifere americane e crisi della domanda. La difficoltà a trovare acquirenti e una crisi economica perdurante causeranno, secondo il Fondo Monetario Internazionale, una contrazione del 15% del PIL venezuelano. La crisi è in atto anche in Ecuador, dove il Governo di Lenin Moreno ha tagliato gli stipendi dei funzionari pubblici. Il Presidente ecuadoregno ha definito tale momento come “il più critico della storia” di un Paese il cui reddito nazionale dipende largamente dalle esportazioni di greggio. Infine la Nigeria, maggior esportatore di petrolio del continente africano, ha chiesto un prestito di emergenza di quasi 7 miliardi $ alla Banca Mondiale per ovviare al deficit nella bilancia dei pagamenti provocato dalle mancate esportazioni. Oby Ezekwesili, nigeriano ed ex Vicepresidente della Banca Mondiale, ha rilasciato una dichiarazione in cui ha descritto i sentimenti della politica e della società nigeriana: “I prezzi del petrolio aumentano e le nostre aspettative esplodono, quindi cadono e le nostre aspettative crollano”.

 

The following two tabs change content below.
Emanuele Gibilaro

Emanuele Gibilaro

Emanuele Gibilaro laureato in Storia, Politica e Relazioni Internazionali presso l'Università di Catania. Iscritto al corso di Diplomazia e Organizzazioni Internazionali presso l'Università di Milano è appassionato di politica internazionale, analizza la politica estera statunitense, le questioni della sicurezza nazionale, marittima, energetica e gli interscambi della diplomazia americana con organizzazioni internazionali, Cina, Arabia Saudita e Iran.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: