Il Comitato europeo dei diritti sociali ha riscontrato violazioni in 14 Paesi europei su 15, Italia compresa

Il Comitato europeo dei diritti sociali (Ceds) ha riscontrato violazioni del diritto alla parità di retribuzione e del diritto alle pari opportunità sul luogo di lavoro tra uomini e donne in ben 14 Paesi sui 15 aderenti alla Carta sociale europea, Italia inclusa. I reclami presentati al Ceds, organismo con il compito di verificare l’applicazione delle disposizioni della Carta, sono stati introdotti dalla Ong internazionale University Women of Europe (Uwe) che contestava a 15 dei 47 Stati membri dell’organizzazione paneuropea di non rispettare il diritto delle donne alla parità di retribuzione e alle pari opportunità professionali. Secondo i dati emersi dalla procedura dei reclami collettivi, infatti, pur essendo la legislazione dei Paesi coinvolti soddisfacente per garantire il riconoscimento del diritto alla parità di retribuzione per uno stesso lavoro, solo la Svezia risulta avere una situazione conforme alle disposizioni della Carta.

Negli altri Stati il Ceds ha riscontrato un certo numero di violazioni dovute principalmente agli scarsi progressi nella riduzione del divario retributivo di genere, ma talvolta motivate dalla mancata trasparenza salariale nel mercato del lavoro, dall’assenza di efficaci strumenti di ricorso e dall’insufficienza dei poteri di cui godono gli organismi nazionali per la promozione della parità di genere. Il Ceds ha poi reso noto che i 14 Paesi interessati (Belgio, Bulgaria, Cipro, Croazia, Finlandia, Francia, Grecia, Irlanda, Italia, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Repubblica ceca e Slovenia )hanno accettato di applicare la procedura dei reclami collettivi della Carta sociale europea; Marija Pejčinović Burić, Segretaria generaledel Consiglio d’Europa, ha dichiarato: “Il divario retributivo di genere è inaccettabile, eppure continua a rappresentare uno dei principali ostacoli al conseguimento di una reale uguaglianza nelle società moderne. I governi europei devono intensificare urgentemente gli sforzi per garantire le pari opportunità sul posto di lavoro. E un numero maggiore di paesi dovrebbe utilizzare la Carta sociale europea del Consiglio d’Europa in quanto mezzo per raggiungere tale obiettivo”.

Come è evidenziato dal report, il divario retributivo di genere non è più unicamente né principalmente il risultato di una vera e propria discriminazione, ma deriva essenzialmente dalle differenze nelle cosiddette “caratteristiche medie” delle donne e degli uomini nel mercato del lavoro. Intervengono dunque numerosi fattori, quali la segregazione orizzontale, quando cioè un sesso si trova concentrato in determinate attività economiche (segregazione settoriale di genere) o in determinate occupazioni (segregazione professionale di genere), o quella verticale, allorquando sono poche le donne che occupano le posizioni dirigenziali e decisionali meglio retribuite all’interno delle aziende.

Sul piano orizzontale, è doveroso ricordare che le disparità di trattamento retributivo motivate da ragioni di genere sono illecite, a patto però che le stesse risultino discriminatorie ed irragionevoli: facendo salvi merito ed uguaglianza nel calcolo delle retribuzioni, infatti, non è comunque auspicabile adottare criteri comuni assoluti che non tengano conto, ad esempio, delle differenze biologiche tra il corpo maschile e quello femminile o di particolari condizioni, come la gravidanza, in quei settori dove tali differenze vengono in rilievo. La mancata considerazione di queste differenze e l’adozione di criteri solo formalmente comuni costituiscono misure che potrebbero  rivelarsi a loro volta discriminatorie ed è dunque necessaria l’introduzione di correttivi ragionevoli e giustificati da applicare volta per volta. Sulla base di precisi parametri normativi, spetterà poi al datore di lavoro effettuare una ragionevole valutazione sulle situazioni concrete, con l’obbligo di motivare ogni scelta: assume così centrale importanza il ragionamento logico che porterà ad una determinata decisione, la quale dovrà essere motivata da ragioni fondate su dati obiettivi, verificabili e valutabili ex post, con la conseguente inammissibilità di ogni decisione che sia rimessa alla totale discrezionalità di chi la compie.

Per quel che concerne il divario di genere sul piano verticale, il Ceds sottolinea il dovere dello Stato di far fronte a tale fenomeno, promuovendo ad esempio una maggiore presenza femminile negli incarichi decisionali nelle imprese private. Si sottolinea poi la necessità di norme vincolanti che garantiscano la parità di accesso ai consigli di amministrazione delle imprese, mediante sistemi di quote o individuando specifici obiettivi volti a promuovere la parità nel settore pubblico e nel privato. Le azioni a sostegno delle pari opportunità per donne e uomini nel mercato del lavoro devono essere orientate al perseguimento di un’effettiva equa rappresentanza di entrambi i sessi a livello decisionale, sia nel privato che nel pubblico. In base a quanto raccomandato dalla Risoluzione dell’Apce 1715 del 2010, le donne nei consigli di amministrazione delle società dovrebbero essere pari ad almeno il 40% del totale; i dati rilevati dal Ceds mostrano che la percentuale di donne nei consigli di amministrazione delle maggiori società quotate in borsa nei Paesi con disposizioni legislative vincolanti in materia è salita da una media del 9,8% (2010) al 37,5% (2018).

Nelle nazioni che si sono attivate per promuovere l’equilibrio di genere, senza però adottare misure vincolanti, le percentuali sono state del 12,8% nel 2010 e 25,6% nel 2018, mentre quei Paesi che non hanno predisposto alcun particolare intervento non hanno riportato apprezzabili variazioni, registrando una media del 12,8% nel 2010 e del 14,3% nel 2018. Il Ruanda, con il suo 61,5%, è il paese con la maggiore rappresentanza parlamentare femminile al mondo, mentre quello con la minore presenza femminile è la Papua Nuova Guinea, in Oceania, con lo 0% e nessuna legislatrice. Tra i 188 Paesi oggetto di censimento, l’Italia si colloca al 32° posto con il 35,7%, subito dopo la Tunisia 35,9%.

Il Comitato europeo dei diritti sociali ha evidenziato in Italia la carenza di misure idonee a favorire la promozione del diritto delle donne a pari opportunità sul mercato del lavoro. “Il governo stesso ha riconosciuto che mancano misure positive per riconciliare la vita personale e professionale”, si legge nel rapporto del Comitato, dove si cita come esempio l’insufficienza delle sovvenzioni per servizi come gli asili nido. La University Women of Europe accusa inoltre il governo italiano di pubblicare dati poco affidabili, decidendo in modo arbitrario quali parametri includere nelle rilevazioni e quali omettere (es. il lavoro irregolare, nel quale rientra spesso lavoro domestico come quello svolto da badanti o addetti alle pulizie), così da impedire l’emergere di una notevole disparità salariale.

“Per capire realmente la differenza tra i salari è necessario modificare e definire gli indicatori e i dati utilizzati. Il governo non indica la metodologia seguita per calcolare il gap”, fa notare la Uwe nel rapporto rilasciato dall’Ecsr. Il Comitato pone invece l’accennto sulla mancata di parità di trattamento, evidenziata dall’elevata percentuale di disoccupate, soprattutto al sud, o dalla persistenza di stereotipi di genere che relegano le donne al ruolo di casalinghe e madri. Il ruolo dell’Unione Europea non dovrà però limitarsi ad evidenziare una condizione di ingiustizia e diseguaglianza: anche in considerazione dell’attuale crisi economica scaturita dalla pandemia di Covid-19, è indispensabile assicurare tramite la BCE tutto il sostegno economico necessario e tra le priorità del governo (italiano e non solo) e dell’UE deve aggiungersi quella di impegnarsi con azioni concrete e adeguati stanziamenti finalizzati ad assicurare alle donne un lavoro ed un salario dignitoso nonché una effettiva condizione di parità sociale ed economica.

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