A gennaio 2020, Grecia, Cipro ed Israele hanno sottoscritto l’accordo per la realizzazione del Gasdotto EastMed. Il progetto, che prevede il trasporto in Europa delle risorse dei giacimenti del Leviatano e di Afrodite, si colloca nell’ambito di un’ambiziosa strategia di diversificazione degli approvvigionamenti energetici. Definito dall’UE come “Project of common interest”, il Gasdotto EastMed permetterebbe all’Europa di acquisire maggiore autonomia dalle risorse energetiche della Russia, del Caucaso e del Nord Africa. Tuttavia, i fattori che incidono sull’avanzamento dei lavori non sono pochi e non sono solo di natura tecnica, ma anche geopolitica. L’influenza esercitata da attori quali la Turchia, la Libia, l’Egitto, gli USA e la Francia, infatti, rischia di alterare gli equilibri nel Mediterraneo orientale, mettendo in discussione la riuscita del progetto. È opportuno, dunque, analizzare costi e benefici legati alla realizzazione del gasdotto, al fine di comprenderne la sostenibilità in termini economici, ambientali e geopolitici.



Lungo 1.900 chilometri, il Gasdotto EastMed, o Gasdotto del Mediterraneo orientale, frutto di un accordo tra Grecia, Cipro ed Israele, è progettato per trasportare in Europa le risorse energetiche del giacimento israeliano del Leviatano e del giacimento cipriota di Afrodite. La sua capacità è stimata in 10 miliardi di metri cubi di gas all’anno, ma può essere elevata a 20 miliardi di metri cubi all’anno. Il costo complessivo per la sua realizzazione si aggira attorno ai 6 miliardi di euro. Si tratta, dunque, di un progetto impegnativo ma ambizioso e di grande interesse per l’Europa. L’Ue, infatti, l’ha definito come “project of common interest”, in quanto permetterebbe ai Paesi europei di diversificare le fonti di approvvigionamento energetico e di ridurre la propria dipendenza dalle risorse provenienti dalla Russia, dal Caucaso e dal Nord Africa. Ciò garantirebbe non solo una maggiore autonomia nella scelta delle fonti energetiche, ma anche una maggiore sicurezza dei rifornimenti. 

Le recenti scoperte delle risorse del Mediterraneo orientale, dunque, hanno portato a rivalutare la strategicità geopolitica della zona. L’attenzione è rivolta soprattutto ai giacimenti di Afrodite, Leviatano, Tamar, Zohr, Noor e Glaucus-1 e, sebbene ci siano zone di mare ancora largamente inesplorate, non stupisce che molteplici attori si siano fatti avanti, nel tentativo di ritagliarsi un ruolo di rilievo nel panorama energetico e cogliere le opportunità connesse alla presenza dei giacimenti. Da questo punto di vista, infatti, l’accordo sul gasdotto EastMed potrebbe essere determinante per i Paesi del Mediterraneo orientale per consolidare la propria posizione sul piano internazionale. L’Italia, dal canto suo, trovandosi geograficamente in una posizione strategica per il trasporto del gas dalla Grecia all’Europa attraverso il gasdotto Poseidon (che, al momento, è solo un progetto in fase di sviluppo), potrebbe svolgere un ruolo fondamentale nella riuscita del progetto e trarre beneficio da quest’ultimo. Del resto, secondo le stime dell’International Energy Agency, entro il 2040 il gas naturale potrebbe diventare la seconda fonte energetica per consumo mondiale. Dunque, pur avendo mostrato alcune perplessità sulla costruzione del tratto finale de gasdotto, legate soprattutto alla sostenibilità ambientale dell’Interconnettore IGI Poseidon, l’Italia, in ultima battuta, ha confermato il suo sostegno al progetto EastMed.

Il 2 gennaio 2020 i leader politici di Grecia, Cipro e Israele, riunitisi ad Atene, hanno siglato l’accordo per la realizzazione del gasdotto, recentemente ratificato dal Parlamento greco e in procinto di essere ratificato da quello cipriota. Sempre a gennaio, è stato firmato anche l’accordo quadro per la trasformazione dell’East Mediterranean Gas Forum (EMGF) in una vera e propria organizzazione internazionale, il cui scopo primario è la creazione di un mercato regionale del gas nel Mediterraneo orientale. Attualmente, gli Stati membri del Forum sono Egitto, Israele, Grecia, Cipro, Italia, Giordania e Autorità Nazionale Palestinese. Usa e Francia hanno successivamente chiesto di aderirvi, mentre restano fuori dai giochi Turchia e Libano, la prima a causa delle continue tensioni con Grecia e Cipro, il secondo a causa dell’adesione di Israele all’accordo. Si comprenderà, dunque, che il Gasdotto EastMed non è solo un progetto industriale, ma il prodotto di una strategia di sviluppo incentrata sul dialogo e sulla convergenza di interessi economici, politici e strategici. Pertanto, l’avanzamento del progetto è strettamente connesso a specifiche questioni diplomatiche e geopolitiche che interessano il Mediterraneo orientale.



Gli attori che influenzano lo scenario

La Turchia, avvantaggiata dalla propria posizione geografica, che la rende di fatto un “ponte” tra l’Asia e l’Europa, ospita già il passaggio di importanti infrastrutture per il trasporto del gas, quali Blue Stream, South Caucasus Pipeline, TANAP e TurkStream. L’esclusione dall’accordo per la costruzione del Gasdotto EastMed impedisce ad Ankara di creare un vero e proprio corridoio per il trasporto delle risorse energetiche verso il vecchio continente, ostacolando la sua ambizione a svolgere un ruolo da protagonista nell’hub regionale del gas. Tuttavia, all’origine della sua estromissione dall’accordo c’è l’impossibilità oggettiva di negoziare con uno Stato che, più volte, si è reso responsabile di azioni aggressive e provocatorie nel Mediterraneo orientale, dapprima con il blocco della nave da perforazione italiana Saipem, nel febbraio 2018, in seguito con la grande esercitazione navale militare di maggio 2019, poi con le perforazioni nella ZEE di Cipro e, infine, con le numerose violazioni dello spazio aereo greco nell’Egeo orientale.

L’unica eccezione all’isolamento della Turchia nel Mediterraneo orientale è rappresentata dalla Libia di Fayez Al-Sarraj, con cui il governo di Ankara nel novembre 2019 ha sottoscritto un accordo che, tra l’altro, prevede la ridefinizione dei confini marittimi tra i due Paesi e l’avvio di attività di esplorazione e perforazione nelle zone in questione. Si tratta di una strategia che non solo danneggia gli interessi degli altri attori del Mediterraneo orientale, ma che si scontra fortemente con le attività dell’Egitto di Al Sisi. Il presidente egiziano, infatti, è rivale di Erdogan sia nello scacchiere libico, dove sostiene il generale Haftar, sia nella partita energetica, nell’ambito della quale ha stipulato un accordo della durata di 15 anni con Israele per l’importazione di gas naturale.

E’ proprio in quest’ottica di alleanze, scontri fra interessi contrapposti e strategie in continua evoluzione che gli USA, ancor più dell’Unione europea, appaiono come potenziali garanti degli equilibri della regione. Favorevoli alla diversificazione degli approvvigionamenti energetici europei in chiave antirussa, gli USA si sono mostrati interessati all’East Mediterranean Gas Forum e intenzionati a supportare il progetto EastMed. Nel dicembre 2019, infatti, il Congresso americano ha approvato l’Eastern Mediterranean Security and Energy Partnership Act, con cui Washington si impegna a rafforzare la cooperazione con Grecia, Israele e Cipro nel Mediterraneo orientale. Tuttavia, la possibile distensione dei rapporti tra Stati Uniti e Turchia, giustificata da interessi comuni in suolo siriano, intimorisce non poco Grecia e Cipro, che hanno trovato un nuovo partner nella Francia, certamente interessata a limitare l’intervento turco in Libia e, al contempo, a perseguire l’obiettivo della sicurezza energetica.



Sfide e opportunità: quali prospettive per il progetto EastMed?

Prevedere quali saranno le sorti del progetto EastMed e come evolverà lo scenario non è semplice. Sfide ed opportunità non mancano, ma gli elementi da tenere in conto sono davvero tanti. Il progetto, sebbene sia sostenuto dall’Unione europea e riscuota l’interesse dei Paesi che aderiscono all’accordo o che, per altre ragioni, mostrano attenzione per la questione energetica, si scontra con molti ostacoli sul piano internazionale. Se, da una parte, la creazione di un hub regionale del gas potrebbe contribuire ad allenate le tensioni tra i Paesi del Mediterraneo orientale e a costruire un partenariato strategico, dall’altra, non è detto che si riesca a trovare un equilibrio. Anzi, è possibile che accada il contrario, ovvero che dinamiche economiche e diplomatiche alterino gli equilibri geopolitici dell’area, compromettendo la riuscita del progetto. A queste, si aggiungono anche considerazioni di carattere tecnico. Non ci sono dubbi, infatti, sull’importanza della diversificazione delle fonti, che garantirebbe la sicurezza degli approvvigionamenti energetici e, al contempo, permetterebbe di raggiungere una maggiore indipendenza dalle forniture di Russia e Nord Africa. Quello che non è chiaro, però, è il rapporto tra benefici e costi del progetto. Costruire un gasdotto della lunghezza di 1.900 chilometri, ovviamente, è un’impresa da non sottovalutare, che richiede tempi piuttosto lunghi e specifiche competenze tecniche. Tuttavia, il punto su cui fanno leva i più scettici è un altro ancora: le risorse energetiche del Mediterraneo orientale potrebbero non essere sufficienti per soddisfare la domanda dei Paesi dell’area e questo, inevitabilmente, inciderebbe negativamente sul costo del servizio, che diventerebbe meno competitivo. Inoltre, è possibile che in futuro l’Unione europea, nell’ambito della strategia di contrasto al cambiamento climatico, decida di puntare su fonti energetiche rinnovabili e di investire su tipologie di progetti differenti, che abbiano, tra l’altro, un impatto meno aggressivo sull’ambiente. Qualora queste ipotesi venissero confermate, sarebbe opportuno accettare l’idea che il gasdotto EastMed potrebbe non essere l’opzione migliore per la politica energetica europea ed iniziare a ragionare su progetti alternativi, alcuni dei quali già in cantiere, che siano più vantaggiosi e sostenibili sotto il profilo economico, ambientale e geopolitico.

 

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