Appena una settimana fa, il Ministro degli Esteri francese aveva richiamato l’intervento moderato della NATO, a seguito di un incidente avvenuto a largo delle acque libiche. La nave francese Courbet, in missione per conto della NATO, con l’obiettivo di verificare l’effettivo rispetto dell’embargo di armi, stava monitorando il comportamento di una nave turca non identificata e senza alcuna destinazione dichiarata (la possibilità che stessero contrabbandando armi poteva dunque essere elevata). Durante le manovre, i marinai turchi avrebbero imbracciato armi leggere e si sarebbe muniti di giubbotti antiproiettile.

Il Ministro della Difesa francese ha definito il comportamento della nave turca come irresponsabile, pericoloso e soprattutto estremamente aggressivo nei confronti di un alleato NATO. La Turchia, ovviamente, ha smentito e negato le accuse, affermando che la nave francese non aveva in alcun modo stabilito comunicazione con quella turca e che addirittura ad aver tenuto un comportamento pericoloso sia stata proprio la Courbet.

Al di là del botta e risposta da parte dei due Stati su questa specifica questione ed anche della decisione, da parte del Segretario generale della NATO di investigare sull’accaduto, la tensione crescente fra le due Nazioni ci segnala l’inizio di un lento logoramento dei rapporti regionali, quasi sull’orlo di una scissione.  

I reali interessi sottesi sono di natura meramente strategica ed energetica, per entrambe le Repubbliche. Nessuna delle due è disposta a cedere il passo all’altra. Ad essere interessanti sono però i giochi di alleanze.

La Francia sta a poco a poco ricucendo i rapporti con Grecia e Cipro, senza mai dimenticare lo stretto legame che v’è fra Parigi e Mosca (di convenienza, ovviamente). La Turchia, dal canto suo, può contare su pochi compagni leali in questo viaggio alla ricerca dell’egemonia: la Russia sembra esercitare su Ankara un potere quasi ipnotico, mentre il Qatar sembra troppo lontano. L’altro alleato, Al-Sarraj, non è nelle condizioni più favorevoli in termini di potere. Sotto tale profilo, dunque, la Turchia sembra avere molti meno spazi di manovra, non essendo spalleggiata, al momento, da nessuno, a pieno regime.

Dal versante europeo, lo Stato che potrebbe, più di tutti, in forza anche di una certa tradizione, creare un terreno favorevole ad un interscambio pacifico è certamente l’Italia. Qualche giorno fa, Di Maio ha fatto visita al suo omologo turco, Çavaşoglu, ribadendo la linea italiana di una soluzione alla crisi libica mediata a livello internazionale e toccando numerosi altri punti, come la questione energetica.

L’Italia sa bene che la Turchia è preziosa per se stessa e per tutta l’Unione, per quanto concerne la sicurezza regionale ed interna. Ed in tale prospettiva, nutrendo Ankara una certa simpatia per Roma, l’Italia dovrebbe sfruttare tale posizione per favorire un dialogo più approfondito fra le parti e divenire il concertatore principale.

Ne avrà il coraggio e l’audacia?

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Maria Nicola Buonocore

Maria Nicola Buonocore

Sono Maria Nicola Buonocore, classe 1996. Ho conseguito il titolo triennale in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali nel 2018 all’Università di Napoli “l’Orientale”, con tesi in Storia Sociale, cercando i collegamenti e le divergenze fra la “rivoluzione intellettuale” di Don Lorenzo Milani e i moti sessantottini. Ora frequento l’ultimo anno di Corso in Specialistica in Relazioni Internazionali ed Analisi di Scenario alla Federico II, con indirizzo in Geopolitica economica. Dato il grande interesse umanistico e per sensibilità religiosa, ho seguito diversi corsi presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, oltre che ad aver approfondito da autodidatta altre due importanti religioni: ebraismo ed Islam.
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