Nel paese a maggioranza cattolico è partito il conto alla rovescia, il Presidente Duterte ha autorizzato l’esercito ad avanzare una caccia serrata al leader dell’organizzazione terroristica ad ispirazione islamista, un elemento di disturbo e di pericolo per lo Stato che Duterte, conosciuto per i suoi metodi poco ortodossi, intende risolvere col ferro e col fuoco.



Già noto per il rapimento di ostaggi e le decapitazioni sommarie, il gruppo islamista è ben radicato nell’isola di Mindanao, la più a sud del paese popolata da etnie musulmane. Dalle giungle ancora incontaminate il gruppo lancia attacchi su larga scala nell’ottica di costruire un giorno un emirato autonomo sul modello dell’ormai ex Califfato dell’ISIS.

Guidati da Hatib Hajan Sawadjaan, i terroristi si sono resi protagonisti di imprese pericolosamente di successo come la presa della città di Marawi nel 2017, liberata dopo mesi di assedio, e più recentemente di un attentato dinamitardo nella chiesa cattolica di Jolo, causando 20 morti. Con la fine del Califfato in Siria, Sawadjaan è conscio di essere ad oggi uno dei principali esponenti  dell’integralismo islamico mondiale, una delle poche cellule con fini ideologici, religiosi e separatisti che sfida direttamente l’autorità del Presidente.

A sua volta, Duterte è a conoscenza del potere di Abu Sayyaf, dell’influenza che detiene e del supporto di cui gode tra la popolazione civile della Regione a Statuto Speciale ad ampi gradi di autonomia. Con quest’ultima operazione Duterte mette sicuramente in gioco la sua carriera politica ma non è l’unico elemento che valga la pena analizzare. Già sotto legge marziale dall’Assedio di Marawi, la regione a maggioranza musulmana rischia di essere vista sia come direttamente collusa al terrorismo, sia come affiliata a forza di disturbo Indonesiane, che l’intelligence delle Filippine ha denunciato essere in contatto con i terroristi di Mindanao.

Il paese vive dunque un momento di criticità massima. La recessione economica dovuta alla sfida del covid rischia di radicalizzare alcune tensioni sopite dalla popolazione quale l’ingerenza delle autorità cinesi ed indonesiane. Il paese è etnicamente diviso e poco coeso e le azioni di Duterte, seppur in apparenza mirate, rappresentano sicuramente un sussulto di uno stato a forte rischio balcanizzazione, una riedizione della tragedia di Timor Est che già ha dato inquietanti segni di instabilità.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: