Negli ultimi mesi il mondo si è ritrovato a fronteggiare criticità impensabili, ineguagliate nel passato recente. L’emergenza sanitaria, nell’assenza di vaccini e cure mediche efficaci, a messo in luce l’impreparazione mondiale di fronte agli shock esogeni di natura non economica, e la fragilità del tessuto sociale, segno preoccupante della sottostante debolezza di alcune istituzioni democratiche che abbiamo sempre considerato cardini della nostra società moderna.

Una delle fasce più colpita globalmente, sebbene non a livello di mortalità, è stata senza alcun dubbio quella dei bambini, ragazzi e giovani adulti in età scolare: l’epidemia di Covid-19, infatti, ha portato alla chiusura delle scuole in 184 paesi – il 95% dei facenti parte l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite- andando ad impattare 1.53 miliardi di persone, lasciando fuori dalle aule e dai banchi scolastici, l’87,6% degli studenti mondiali. Questo perché le scuole sono viste come potenziali focolai di infezione. È stato stimato che, solo negli Stati Uniti, la chiusura delle scuole e delle Università ha comportato una diminuzione del 15% dei casi totali. Al contrario di quanto accade per altri diritti che riguardano da vicino una delle parti più vulnerabili della popolazione, come ad esempio il diritto al cibo o ad un ambiente familiare sereno, che sono spesso oggetto di policies ben strutturate per assicurarne adeguata tutela, il diritto all’istruzione è però sovente negletto o quantomeno sottovalutato dalle classi politiche mondiali. Questo, nonostante il diritto all’istruzione goda di ampia base giuridica sia a livello internazionale che europeo.

Prima di tutto, è infatti citato all’articolo 26 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, che la definisce “un diritto di tutti”, attribuendole il carattere dell’obbligatorietà- perlomeno al livello elementare- e dichiarando che l’istruzione superiore dovrebbe essere ugualmente accessibile a tutti. Parimenti, il diritto all’istruzione è stato ribadito nel Covenant per i Diritti Sociali ed Economici e in molti altri documenti. Non solo: a livello europeo esso è incardinato nell’art.14 della Carta Europea dei Diritti Fondamentali. Ciò fa si che il cittadino europeo che consideri leso il suo diritto all’educazione o quello di suo figlio potrebbe personalmente eseguire actio in jus a tutela, dinanzi le corte nazionali o Tribunali specializzati.  Nonostante vi sia, quindi, ampio riscontro sull’importanza della educazione, si tende a dimenticare quanto questa sia essenziali, guardando al di là della posizione privilegiata degli studenti occidentali o dei Paesi sviluppati. In molti ambienti, l’istruzione è la chiave per spezzare il cerchio del degrado sociale, ed è particolarmente essenziale quando osservata insieme alla condizione femminile: in Africa o nei Paesi del Vicino e Medio Oriente, infatti, sono proprio le bambine e le ragazze a restare primariamente escluse dal sistema scolastico già in assenza di concause: si pensi, ad esempio, all’esclusione delle giovani donne dalle attività sociali- scuola compresa- durante il periodo del ciclo mestruale, o alla necessità delle fanciulle di occuparsi anche del carico familiare. L’epidemia, per le giovani scolare, ha avuto ripercussioni senz’altro più pesanti. Altro caso emblematico riguarda l’istruzione in contesti già connotati da peculiarità non trascurabili, ad esempio, i campi profughi.

Le Nazioni Unite, stimano che circa 65 milioni di persone (1 su 113) siano attualmente rifugiati. Di questi, circa la metà sono minori di 18 anni e pertanto ancora soggetti nella maggior parte dei casi all’obbligo scolastico. Garantire il diritto all’istruzione a questi bambini e ragazzi durante l’epidemia è stato pressoché infattibile, per l’impossibilità di reperire strutture e mezzi adeguati al rispetto del distanziamento sociale imposto dalle autorità competenti. Ma anche guardando alla parte privilegiata del mondo, milioni di studenti europei ed americani si sono ritrovati di colpo a dover cambiare le loro abitudini. Il mezzo di certo più utilizzato per garantire una qualche continuità all’istruzione è stato quello della didattica a distanza. Due domande sorgono a questo punto spontanee:

  1. Può il diritto alla salute cancellare il diritto all’istruzione
  2. La didattica a distanza con l’ampio ausilio di strumenti tecnologici è effettivamente utile?

La risposta alla prima domanda è, purtroppo, sì. Benché entrambi i diritti siano costituzionalmente tutelati, e benché l’istruzione sia imposta come dovere, in quanto soggetta ad obbligatorietà almeno entro certi termini, essa è anche un diritto individuale. Pertanto, soccombe dinanzi ai diritti della collettività, in questo caso il diritto alla salute della popolazione. Ne deriva che lo stesso paradigma non potrebbe applicarsi in altre e diverse situazioni diverse, si pensi ad esempio alle catastrofi naturali, in cui il diritto all’istruzione sarebbe comunque interesse primario della comunità.

Per quanto invece attiene il secondo profilo, chi scrive si sente di dare una opinione negativa: innanzitutto, la didattica a distanza impatta sulla socialità, specialmente negli allievi più piccini che guardano all’istituto scolastico non solo come luogo di apprendimento ma anche come momento di aggregazione necessario allo sviluppo di un sereno rapporto con gli altri. In secondo luogo, la didattica a distanza non garantisce a tutti l’eguaglianza dell’accesso agli strumenti formativi.  Prendendo ad esempio l’Italia, l’Istat stima infatti che il 6,3% delle famiglie italiane si trovino in condizioni di povertà assoluta, e di certo non possiedono un personal computer o una connessione ad internet stabile. Per le fasce più vulnerabili della popolazione, quindi, la didattica a distanza ha aumentato la diseguaglianza sociale, facendo si che una parte consistente della popolazione scolastica restasse, inevitabilmente, indietro.

È logico concludere che non esiste una ricetta perfetta per tutelare il diritto all’istruzione in condizioni di emergenza. E, d’altronde, non è neanche corretto demonizzare gli strumenti informatici che hanno consentito una qualche continuità scolastica. È opportuno però che il legislatore, sia nazionale che sovranazionale, si ponga come priorità la formazione di un pacchetto giuridico a tutela dell’esigenza dei bambini e dei ragazzi di ricevere una educazione ottimale, e provveda affinché vi siano regole certa, chiare e di pronta applicazione di fronte alle emergenze.

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Giulia Raciti

Giulia Raciti

Ciao a tutti, sono Giulia Raciti Longo, e collaboro con IARI da Giugno del 2019.Dopo la laurea in Giurisprudenza, conseguita a Catania, ho proseguito i miei studi a Milano, dove ho ottenutoil Master in Diplomacy presso l' ISPI-Istituto per gli Studi di Politica Internazionale. Sono fluente in tre lingue, e ho avuto la possibilità di studiare in tutta Europa, e di lavorare con l' ONG ruandese “ African Education Network" per un anno, occupandomi di analisi delle policies e mappatura legislativa. È in questi contesto che è nata la mia passione per l' Africa, territorio complesso e spesso sottovalutato nelle relazioni internazionali. Con IARI mi occupo proprio di Africa, focalizzandomisui processi elettorali e sui fenomeni migratori, temi che mi propongo di affrontare con un approccio trasversale tra geopolitica e diritto internazionale. Sono appassionata di storia contemporanea, in particolare delle decadi tra il ’20 e il ’40 del 900.Lavorareper la redazione dello IARI, mi ha dato la possibilità di mettere le mie competenze al servizio degli altri: credo infatti fermamente che la geopolitica sia uno strumento indispensabile per capire il mondo che ci circonda ed essere cittadini globali più attenti e consapevoli.Per questo cerco sempre di creare contenuti che siano fruibili anche dai non addetti ai lavori, ma rigorosi dal punto di vista scientificoed informativo.
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