Ha fatto molto discutere in questi giorni il “grande rifiuto” di Germania e Olanda di assecondare le richieste dei paesi del Sud Europa per garantire la le emissioni degli Eurobond, strumenti necessari per trovare fresca liquidità per far fronte alla crisi economica causata dal Coronavirus, immettendo nel sistema comunitario nuova moneta circolante per stimolare il sistema

Il virus come sappiamo sta pesantemente danneggiando le economie mondiali e una risposta univoca dei governi è attesa in tempi brevi per scongiurare peggiori conseguenze economiche nel lungo periodo. In Europa il quadro delineato è abbastanza delicato. Spagna e Italia sono gli Stati più fortemente colpiti dal Coronavirus. Ogni giorno vediamo come il nostro governo si stia sforzando di reperire le giuste misure economiche necessarie per far fronte all’emergenza sanitaria. Come se non bastasse, la regione più fortemente colpita è stata la Lombardia, motore economico del paese. La prima mossa del Governo Conte è stata quella di immettere nell’economia una prima liquidità di 25 miliardi. A Madrid le cose non vanno meglio: il numero di morti è grosso modo simile all’emergenza italiana, il sistema sanitario al collasso e il governo socialista spagnolo sta addirittura pensando di istituire un reddito di base universale per tutti i cittadini iberici.

Gli Stati del nord sono quelli meno colpiti dalla pandemia; ciò quindi permette loro di fronteggiare la crisi con una “apparente serenità” rispetto agli Stati del sud. Il nodo da sciogliere in seno all’emissione di maggiore liquidità nel sistema comunitario riguarda, ovviamente, le situazioni delle varie economie. Gli stati del nord non accettano che il peso degli errori altrui ricada sui proprio contribuenti, quelli del sud ovviamente non si sentono responsabili di una situazione che nessuno poteva prevedere.

Come siamo soliti sentire da molti anni a questa parte,  il grave problema della nostra economia è costituito dal corposo debito pubblico (come gli altri stati del sud) che ci permette di non eccedere nella spesa pubblica e non sforare i parametri debito pubblico/PIL imposti da Bruxelles. Gli Stati del nord sono fortemente contrari ad un’immissione ingiustificata di cosi tanta liquidità, perché temono che questo possa avere ricadute nelle proprie economie nazionali, da sempre “virtuose” e rispettose dei principi comunitari. Il fatto che poi il virus abbia colpito in maniera preponderante gli Stati del sud costituisce causa di scarso rilievo, in quanto considerino il Mes già un efficace salvagente al rischio di collasso delle economie in difficoltà.

Nel corso del 2020, infatti, è stato già lanciato il famoso Quantitative Easing, un capitale di 750 miliardi, ai fini di abbassare i tassi di interesse di ciascun Stato membro dell’Eurozona. Il Mes a sua volta è fortemente rifiutato dai paesi del sud, i quali temono di ricevere un trattamento simile a quello usato per la Grecia nel 2011 con la Troika, temendo di dover accettare condizioni di austerity durissime. Sul tavolo dei ministri delle finanze e dell’Economia ora si tratta anche sulle modalità di restituzione del prestito: i paesi del sud spingono per un pagamento posticipato a 35-40 anni, quelli del nord vorrebbero una restituzione in 10 anni. La soluzione più plausibile per avvicinare le posizioni per adesso fortemente opposte è quella di adottare un Mes rivisitato, con condizioni più morbide per i paesi più ad alto rischio.

Fa specie pensare che nel più delicato momento della storia del secondo Dopoguerra, gli Stati litighino tra di loro per questioni economiche, in una situazione peraltro che dovrebbe vederci coinvolti tutti allo stesso modo. Il mercato unico difatti rende tutte le nostre economie strettamente correlate, e pensare di agire per posizioni unilaterali non comporterebbe altro che danneggiarci ulteriormente. Tuttavia, senza scadere nella solita retorica post Nazista che accusa i tedeschi ad esempio di scarsa empatia e chiusura morale verso i partner europei, memori di aver dimenticato gli aiuti forniti per la ristrutturazione economica, dalla cancellazione parziale e totale dei vecchi debiti di guerra, è opportuno fare delle precisazioni. La lotta politica per un’Europa più solidale passa anche dall’identificazione di quei problemi che danno vigore alle forze euroscettiche, provando a modificarle laddove serva. La tassazione, ad esempio, è uno dei principali ambiti che necessitano una rivisitazione urgente, e in tal caso il caso olandese è piuttosto emblematico.

I Paesi Bassi sono la quinta economia dell’Unione economica e monetaria (dopo Germania, Francia, Italia e Spagna) e vantano il quinto Pil pro-capite più alto dell’Eurozona, dopo Lussemburgo, Irlanda, Danimarca e Svezia (dati Eurostat). Inoltre, sono diventati la sesta economia mondiale per livello di competitività, dopo Stati Uniti d’America, Singapore, Germania, Svizzera e Giappone. Ciò è dovuto in gran parte alla montagna di finanziamenti diretti esteri che l’Olanda recepisce, pari al 50% di tutto il mondo. Migliaia di imprese da tutto il mondo stabiliscono nei Paesi Bassi le proprie governance (e non la produzione) per pagare ovviamente meno tasse, sfruttando il diritto societario favorevole e delle imposte più basse. Emblematici sono i casi italiani di Mediaset, Fca ed Exor, che vi hanno spostato qui la propria sede operativa, tra il silenzio generale degli addetti lavori e dei governi.

Nonostante il Parlamento europeo abbia approvato strumenti di controllo sugli investimenti esteri, le posizioni degli stati per la il controllo degli IDE sono ancor piuttosto contrastanti per controllare e tutelare i propri settori strategici. Attualmente solo 14 Paesi dell’UE dispongono di meccanismi di controllo degli IDE, con notevoli differenze per portata e concezione (Austria, Danimarca, Germania, Finlandia, Francia, Lettonia, Lituania, Ungheria, Italia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Portogallo, Spagna e Regno Unito). [1] Gli investimenti diretti esteri nell’economia olandese superano addirittura di ben 5 volte il PIL del paese, il che rende la situazione fortemente dannosa per gli altri stati membri. Ad esempio l’Italia si vede privata di aziende come Fiat, Exor e Mediaset che non pagando tasse nel proprio paese d’origine, causano miliardi di danni alla nostra economia. Non pagando tasse, lo Stato ovviamente non riesce a garantire servizi adeguati.

Gli investimenti internazionali e la costituzione o partecipazione di aziende o imprese dovrebbe essere un obiettivo di priorità assoluta per l’UE. Forse oggi, quanto mai prima, abbiamo la necessità di sviluppare un ambiente fiscale favorevole per tutte le nostre economie, provando ad eliminare queste distorsioni che favoriscono l’uno e l’altro paese. Senza adeguate riforme lungimiranti, senza un’accurata visione politica, la crisi economia causata dal virus potrebbe acuire ulteriormente il divario tra le nostre economie, portando un’implosione da dentro dell’Europa. I padri fondatori sognavano uno spazio comune senza barriere, un mercato di libero scambio in cui la circolazione libera di merci, servizi e capitali avvenisse senza distorsioni. Gli Eurobond sono strumenti finanziari necessari adesso, con buona pace dei Paesi del nord. Ecco perché oggi quanto mai i governi dovranno cercare di fare della solidarietà e del bene comune il trait d’union per superare questa crisi ed uscirne più forti, insieme.

Fonti

[1] https://www.europarl.europa.eu/news/it/press-room/20190207IPR25209/nuovo-sistema-ue-per-il-controllo-sugli-investimenti-esteri

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