“È ora di smettere di fingere che gli europei e gli americani condividano una visione comune del mondo, o addirittura che occupino lo stesso mondo. (…) Gli americani vengono da Marte e gli europei da Venere: Sono d’accordo su poco e si capiscono sempre meno.



Sebbene datate al 2002, le parole dello storico americano Robert Kagan non potrebbero essere più attuali. Ad avvicinare però questi due ‘pianeti’ così distanti è stata la nomina di Donald Trump alla Casa Bianca nel novembre 2016.L’elezione di Trump come quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti ha infatti offerto un’opportunità senza precedenti per una maggiore cooperazione europea in materia di sicurezza e difesa, destando i leader Europei dall’utopia di pace Kantiana in cui si sono cullati negli ultimi decenni.

Gli incontri con i leader della NATO e del G-7 in Europa lo scorso maggio, l’annuncio di cessare la partecipazione all’accordo di Parigi ad ottobre e la più recente minaccia di ritirare i finanziamenti americani dall’OMS dimostrano come il Presidente Trump abbia deciso di ‘abdicare’ la leadership americana dell’Occidente, lasciando l’Europa sola di fronte alle sfide del ventunesimo secolo. Lo stesso Donald Trump ha poi in molte occasioni messo in discussione gli obblighi di difesa americani nei confronti dei suoi Alleati, definendo la NATO antiquata e minacciando di abbandonare l’Alleanzaqualora gli altri Paesi non avessero raggiunto le soglie di spesa prestabilite. 

Alla luce di quanto sopra, è lecito affermare che i risultati delle elezioni americane nel 2016 hanno sollevato perplessità sul futuro delle relazioni militari tra Stati Uniti e Unione Europea, spingendo la seconda ad investire in una difesa collettiva per prepararsi ai possibili contraccolpi della politica ‘America first’.

Di conseguenza, il 28 giugno 2016, pochi giorni dopo la decisione del Regno Unito di lasciare l’UE, i governi europei hanno adottato la ‘Strategia globale europea per la politica estera e di sicurezza’ (EUGS), al fine di raggiungere il livello di autonomia strategica necessario a consentire all’Unione di garantire la sicurezza all’interno e all’esterno dei propri confini.

Le reiterate accuse della Casa Bianca sul limitato impegno europeo in termini sia di spesa sia di contributi alle operazioni militari hanno infatti indotto l’UE ad inaugurare un pacchetto di iniziative di difesa europea che include: la capacità di pianificazione e condotta militare (MPCC), il fondo europeo per la difesa (EDF), la cooperazione strutturata permanente (PESCO) e la revisione annuale coordinata sulla difesa (CARD). I venticinque Stati europei hanno dunque accettato di sviluppare e dispiegare forze armate congiunte e di affrontare in modo costruttivo le loro carenze operative attraverso l’inaugurazione di tre serie di diciassette progetti sviluppati nel contesto della PESCO. In particolare, i governi membri hanno concordato di aumentare le loro spese per la difesa e di investire il 20 per cento di questi budget in progetti di sicurezza collettiva e il 2 per cento in ricerca e tecnologia comuni.

Nonostante questo, l’improvvisa accelerazione dell’unilateralismo USA, registratosi dall’inizio del 2020, sembra ridimensionare la rilevanza dei traguardi raggiunti in materia di difesa dall’EU.

A sostegno di quanto sopra affermato, basti menzionare che lo scorso 21 Maggio Washington ha annunciato il suo futuro ritiro dal trattato Open Skies.



Questo accordo, stipulato nel 1992 e in vigore dal 2002, consente voli di sorveglianza disarmati con breve preavviso su tutti i trentacinque Stati firmatari per raccogliere informazioni sulle rispettive forze militari al fine di limitare il rischio di conflitti.

Non si tratta di un evento isolato ma dell’ennesimo recesso americano da un importante trattato sul controllo degli armamenti globali. L’Open Skies è infatti il quarto grande accordo di sicurezza che l’Amministrazione di Trump ha deciso di disdire negli scorsi anni, dopo il Trattato sul commercio di armi (ATT) dell’ONU, l’Intermediate-range Nuclear Forces Treaty (INF) e l’accordo nucleare con l’Iran.

Accolto con profonda disapprovazione da esperti di sicurezza e difesa di entrambe le sponde dell’Atlantico, il ritiro degli Stati Uniti dal trattato Open Skies rappresenta un duro colpo per le fondamenta della sicurezza europea. Non solo l’uscita da questo accordo rischia di aggravare la spaccatura già esistente tra Washington e i suoi Alleati europei, ma è anche in grado di compromettere definitivamente i valori di trasparenza nei dialoghi di natura politico-militare tra USA ed Europa.

Le reazioni dei governi europei alla decisione americana sono state ovviamente negative, considerando la possibile perdita di uno degli strumenti di controllo più efficaci del quale si sono avvalsi in questi anni vis à vis con la Russia. In una dichiarazione congiunta, infatti, i Ministri degli Esteri di Belgio, Finlandia, Lussemburgo, Francia, Italia, Svezia, Germania, Spagna, Repubblica Ceca e Paesi Bassi hanno tentato di far rivedere agli Stati Uniti la loro posizione in merito.

Il recesso dal trattato Open Skies è dunque l’ultimo di una serie di atti politici con cui il Governo Trump ha compromesso l’architettura globale di controllo degli armamenti negli scorsi quattro anni.

Di fronte a questo, ai leader europei non resta che arrendersi alla ‘terribile’ idea di perdere la sovranità in alcune materie di difesa a favore di autorità sovranazionali, accettando de facto il concetto di ‘sovranità europea’ di Macron. Solo in questo modo, tutti i venticinque Stati partecipanti alle iniziative di difesa riconoscerebbero che l’obiettivo delle stesse non sia quello di colmare le lacune operative per poter padroneggiare missioni a bassa intensità, ma quello di fornire un pacchetto di forze coerenti per soddisfare la richiesta di autonomia strategica.

Consapevole del parziale disimpegno americano nei confronti della sicurezza europea, l’Unione si troverà costretta nei prossimi anni ad affrontare diversi problemi domestici: dall’essenziale processo di razionalizzazione del sistema industriale di difesa all’elaborazione di una sovranità europea per andare oltre la natura intergovernativa della CFSP. Attualmente, però, la priorità dei Paesi europei è quella di mantenere e potenziare le risorse destinate agli strumenti di difesa esistenti.

La più recente proposta di bilancio della Commissione Europea, datata 27 Maggio 2020, ha stabilito di  stanziare  8 miliardi al fondo di difesa europeo (EDF), 1.5 miliardi alla mobilità militare e 13,4 miliardi di euro per il programma spaziale. Seppur siano evidenti dei miglioramenti rispetto alla precedente negoziazione, la proposta della Commissione è ancora lontana dalle ambizioni iniziali in quanto frenata delle conseguenze economiche del COVID-19.Non viene menzionato infatti nel documento il Fondo europeo per la pace.

Occorrerebbe, a questo punto, che i leader europei cominciassero a riflettere a quanto detto nel 2019 da Wolfgang Ischinger, il Presidente della Conferenza sulla sicurezza di Monaco:

“Anche se la maggior parte dei pensatori strategici in Europa concorda sul fatto che un forte partenariato transatlantico rimarrà la migliore garanzia di sicurezza per l’Europa, questa preferibile opzione potrebbe non essere praticabile in futuro, allo stesso tempo non esiste ancora un’opzione B realistica. A un anno di distanza, si può osservare come l’Europa abbia gettato le basi di ‘un’opzione B’ .

Nonostante questo, la concretizzazione del pacchetto di difesa europeo rimane strettamente vincolato all’ammontare del budget poliennale sopraccitato che sarà concordato dal Consiglio europeo e dal Parlamento Europeo.

In conclusione, sembra esserci un collegamento stretto tra le politiche in materia di difesa adottate dall’Amministrazione Trump e le iniziative europee che stanno portando all’elaborazione e allo sviluppo di una propria autonomia strategica. Le recenti politiche militari americane allarmano l’Unione e le ricordano che la sua sicurezza non può diventare vittima della ripresa economica dalla pandemia in corso.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Costanza Pestarino

Costanza Pestarino

Costanza Pestarino. Studentessa del Master di Sicurezza Internazionale presso l’Università SciencesPo (Parigi) con concentrazioni in Europa e Rischi Globali.Nata a Genova nel 1997, ha conseguito la laurea triennale in Politics, Philosophy and Economicspresso la Luiss Guido Carli (Roma). Nel 2018, ha trascorso il programma di scambiobilateralea Mosca presso National Research University Higher School of Economics (Высшая Школа Экономики). Questo periodo le ha permesso di migliorare la conoscenza della lingua russa e di frequentare corsi mirati nel campo della sicurezza internazionale e delle relazioni UE-Russia.
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