Il ruolo della Cina nel contesto globale è preponderante. La paralisi causata del nuovo coronavirus si ripercuote sulle economie di tutto il mondo.

Il nuovo Coronavirus, responsabile della malattia respiratoria denominata COVID-19 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che conta 63.949 contagi, ha portato alla morte di 1.382 persone (aggiornamento al 14 febbraio, ore 17.00) (1), alla più grande quarantena della storia (56 milioni di persone in isolamento), un’enorme diffusione di fake news e a tristi episodi di xenofobia e razzismo nei confronti delle comunità cinesi residenti all’estero. Tuttavia, non si esauriscono qui i nefasti effetti del nuovo ceppo virale proveniente dalla città di Wuhan (capoluogo della provincia dello Hubei, in Cina), le cui ripercussioni si sono estese all’economia, andando ad impattare non solo i mercati finanziari, ma anche le catene di produzione e di distribuzione, nonché il settore turistico: un’eventualità prevedibile in un ordine mondiale globalizzato, basato su relazioni di stretta interdipendenza fra Paesi, in cui la Cina ricopre un ruolo predominante. Le fabbriche cinesi sono infatti diventate un ingranaggio ineludibile delle filiere produttive e i turisti cinesi rappresentano una delle percentuali più alte dei flussi globali. Ma non solo.

Il 3 febbraio 2020, primo giorno di scambi dopo la pausa del Capodanno cinese che ha inaugurato l’Anno del Topo, il clima di incertezza ha fatto registrare alla Borsa di Shanghai una perdita del 7,72%, mentre a quella di Shenzhen dell’8,41%: circa 420 miliardi di dollari in termini di capitalizzazione.

In centri manifatturieri come la provincia del Jiangsu, la municipalità di Chongqing e la provincia meridionale del Guangdong, le attività economiche giudicate “non essenziali” sono rimaste chiuse e le vacanze per il Capodanno sono state prolungate di un’ulteriore settimana. Ad abbassare la saracinesca dei propri impianti sono state anche Toyota, Tesla e Honda. Tra i brand cinesi che hanno annunciato ritardi nella produzione Oppo, Lenovo, Huawei e Xiaomi.  Le ripercussioni della paralisi del settore manifatturiero si sono inoltre manifestate nel calo dei prezzi delle materie prime. Di fatto, con lo shut down di quella che una volta era conosciuta come la “fabbrica del mondo”, la domanda di materie prime è crollata. Il valore del rame è sceso dell’11% da metà gennaio e, sulla stessa scia, anche il valore del petrolio. La Cina è il primo importatore di greggio a livello mondiale e ne consuma circa 14 milioni di barili al giorno. Dallo scoppio dell’epidemia, la diminuzione della domanda cinese ne ha causato un calo del prezzo del 16%.

Il settore dei servizi non è rimasto illeso: Apple, Starbucks e Ikea hanno chiuso temporaneamente alcuni dei propri punti vendita in Cina. Nei grandi e deserti centri commerciali che dominando le metropoli cinesi, le vendite dei grandi marchi hanno registrato valori minimi. Alcune compagnie aeree, come American Airlines, Lufthansa e British Airways hanno sospeso i voli per la Cina. Banche come Goldman Sachs e JPMorgan Chase hanno invitato i propri dipendenti di ritorno dalla Cina a rimanere a casa per due settimane.

In una situazione del genere, tutte le attività che sono in qualche maniera dipendenti dalla Cina, sia per componenti che per operazioni di assemblaggio, dovranno fare i conti con una situazione di stallo. Inoltre, come fa notare Ben May di Oxford Economics: “se mancano elementi essenziali che sono fabbricati solo in Cina, la produzione rischia di bloccarsi del tutto”.(2) A loro volta, anche i produttori di macchinari, in particolare tedeschi ed italiani, di componenti (come i semiconduttori) e di beni che generalmente ritrovano nella Cina un famelico mercato, dovranno interfacciarsi con una situazione difficile di domanda in calo.

L’epidemia è arrivata in un momento estremamente delicato per la Cina, con un rallentamento della crescita economica, un debito in continuo aumento, una domanda interna in calo e la guerra dei dazi con gli Stati Uniti di Donald Trump. Quest’ultima, in particolare, aveva favorito la delocalizzazione della filiera produttiva dalla Cina ai Paesi del Sudest Asiatico (tra cui il Vietnam), una tendenza che gli effetti prolungati del coronavirus sull’economia potrebbero intensificare.

Intanto la Banca centrale cinese (PBOC) ha dispiegato le misure a sostegno della liquidità dei mercati e di supporto all’economia per fronteggiare le ricadute dell’epidemia di coronavirus. Nel sistema sono stati immessi 150 miliardi di yuan, pari a 19,3 miliardi di euro.

Non si sa quanto durerà l’epidemia, quanti saranno i morti ed è praticamente impossibile, scrive il Wall Street Journal, misurare il danno all’economia cinese. Tuttavia, ciò che è certo è che avendo la Cina raddoppiato la propria quota del commercio mondiale, arrivando al 12,8% odierno rispetto 5,3% del 2003, anno dello scoppio dell’epidemia di SARS, anche le conseguenze e i danni economici saranno ben più gravi di quanto non lo furono 17 anni fa(3). Secondo le stime della Oxford Economics, la crescita cinese nel 2020 si assesterà al 5,6% (6,1% nel 2019), provocando una contrazione dello 0,2% della crescita mondiale che si assesterebbe a sua volta al 2,3%, minimo storico dai tempi della crisi finanziaria del 2008 (4).

Fonti

(1) Funzione “Health” dell’app cinese WeChat.

(2) Internazionale 1344, p.19.

(3) Internazionale 1344, p.18

(4) Internazionale 1344, p. 16

 
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