Il Mediterraneo Orientale continua ad essere scenario di tensioni fra le nazioni interessate alle sue preziosissime risorse strategiche. Tra gas, egemonia regionale e sovranità territoriale, la Turchia sembra essere accerchiata e nell’occhio di un nuovo ciclone, alimentato anche dalla crisi della lira.



Una teleconferenza. Una nota congiunta. Cinque Ministri degli Esteri. Quattro interessi particolari.

Francia, Grecia, Cipro, Egitto ed Emirati Arabi Uniti, dopo i ripetuti movimenti provocatori di Ankara nel Mediterraneo Orientale, hanno fatto pervenire il loro dissenso in ragione del Diritto internazionale attraverso una dichiarazione ufficiale dei Ministri degli Esteri. Dopo l’appuntamento dell’8 gennaio di quest’anno al Cairo, cui ha partecipato anche l’Italia senza però firmare la dichiarazione congiunta, la voce dei Cinque si fa risentire con maggiore veemenza. Ma perché proprio ora?

Le ragioni sono riconducibili a quattro grandi questioni: la sovranità territoriale, l’energia, la Libia, l’egemonia.

Per il primo punto si stanno battendo con ardore Grecia e Cipro. Dopo i viaggi diplomatici negli Emirati dello scorso anno, le relazioni si sono intensificate in funzione anti-turca, essendo Ankara strettamente legata al Qatar. Senza dimenticare che, nei giorni scorsi, Atene ha fatto sapere di essere pronta a ripristinare i rapporti diplomatici con Damasco, con la nomina dell’inviato speciale del Ministero degli Esteri, Tasia Athanassiou. Anche questa mossa in funzione anti-turca, tanto per le questioni umanitarie del conflitto quanto per quelle energetiche. E qui sarebbe interessante monitorare le prossime mosse di Mosca, essendosi allentati i rapporti fra lo Zar e il Sultano, dopo l’interventismo turco in Siria e Libia.



Per il secondo punto, pare ovvio che il primo ad esser stato toccato dagli accordi turco-libici sia stato proprio l’Egitto, non disposto affatto ad essere bypassato dopo le difficili intese energetico-strategiche con Israele e più in generale per il suo coinvolgimento nel progetto EastMed.

La Libia e l’egemonia nel Mediterraneo e, più nel dettaglio, nella regione MENA (Medio-Oriente e Nord Africa) è affare francese, in Europa, e, per la penisola arabica, è affare emiratino. Entrambi, Francia ed EAU, sono alleati (gli ultimi anche finanziatori) di Haftar, non disposti a perdere il primato che la Francia detiene da decenni e che gli Emirati hanno faticosamente costruito attraverso tutta una sottile rete di alleanza, talvolta anche macchiate di sangue innocente.

Difficile credere che la Turchia resterà a guardare; ancora più difficile credere che ne rimarrà illesa. Per Ankara il gioco di fa sempre più duro: la crisi della lira e del Medio oriente, sia sul versante siriano che più all’interno verso l’Iran, sta lentamente sgretolando le uniche alleanze su cui poteva contare. Forse è arrivato il momento per Erdoğan di comprendere che un impero non può (ri)costruirsi in pochi anni e senza più assi nella manica: sembra quasi li abbia finiti tutti e troppo in fretta.

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Maria Nicola Buonocore

Maria Nicola Buonocore

Sono Maria Nicola Buonocore, classe 1996. Ho conseguito il titolo triennale in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali nel 2018 all’Università di Napoli “l’Orientale”, con tesi in Storia Sociale, cercando i collegamenti e le divergenze fra la “rivoluzione intellettuale” di Don Lorenzo Milani e i moti sessantottini. Ora frequento l’ultimo anno di Corso in Specialistica in Relazioni Internazionali ed Analisi di Scenario alla Federico II, con indirizzo in Geopolitica economica. Dato il grande interesse umanistico e per sensibilità religiosa, ho seguito diversi corsi presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, oltre che ad aver approfondito da autodidatta altre due importanti religioni: ebraismo ed Islam.
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