Negli ultimi anni l’indefessa strategia africana nei confronti dei paesi africani sta conseguendo inevitabili successi. Un mix di approcci diplomatici, aiuti allo sviluppo economico, cooperazione militare e securitaria sta tessendo un filo sempre più robusto che lega il piccolo stato mediorientale al continente. Apertura di nuove ambasciate e consolati, implementazione di progetti di cooperazione bilaterale, vertici partecipati, dichiarazioni conciliatore e continue visite di stato sono gli ultimi sviluppi di una strategia decennale di “engagement” che dalla Guerra Fredda ad oggi ha permesso ad Israele di infrangere l’isolamento diplomatico arabo e conseguire risultati ambiziosi e promettenti paradigmi futuri.

Il primo ministro israeliano con il presidente del Ciad, Idris Deby

La visita di stato in Ciad del primo ministro di Israele, Benjamin Netanyahu del gennaio scorso ha avuto un forte impatto nella cancellerie globali in quanto fortemente indicativa dello status delle relazioni tra Israele e Africa. Il tour dell’uomo più potente d’Israele in Africa è la risposta alla visita in terra d’Israele del presidente ciadiano Idris Deby che ha aperto la strada a rinnovate relazioni diplomatiche tra i due stati in seguito a oltre cinquanta anni di isolamento. Approfondire le relazioni commerciali, diplomatiche, militari e la cooperazione con l’Africa è divenuta una strategia priorità nei driver che guidano la politica estera dello stato ebraico scuotendo gli equilibri precari del continente nero, infrangendo consuetudini cristallizzatesi nei decenni di Guerra Fredda oltre che sottolineare la portata dell’assertività israeliana lungo lo scacchiere globale. L’ambivalenza dei partner europei, i cambiamenti demografici e sociali all’interno della diaspora americana in cui è possibile notare un drastico calo del supporto Israele, l’ostilità tradizionale dei confinanti arabi sta costringendo Israele a un impegno costante verso la ricerca di nuove alleanze, convergenze o affinità in America Latina, Asia e principalmente Africa.

Cenni storici

Golda Meir, quarto premier di Israele e una forte voce nel panorama internazionale a favore della lotta contro il colonialismo per la liberazione dei paesi africani

C’è ancora un’altra questione che sorge dal disastro delle nazioni che rimane irrisolto fino ad oggi e la cui profonda tragedia, solo un ebreo può comprendere. Questa è la questione africana. Basta richiamare alla mente tutti quei terribili episodi della tratta degli schiavi, di esseri umani che, solo perché erano neri, sono stati rubati come bestiame, fatti prigionieri, catturati e venduti. I loro figli sono cresciuti in terre straniere, oggetti di disprezzo e ostilità perché le loro carnagioni erano diverse. Non mi vergogno di dire, anche se potrei espormi al ridicolo per averlo detto, che una volta che ho assistito alla redenzione degli ebrei, il mio popolo, vorrei anche assistere alla redenzione degli africani. Theodor Herzl

Le relazioni tra lo stato ebraico e il continente africano precedono il 1948, anno dell’indipendenza della nazione dal mandato britannico. Theodor Herzl, giornalista austriaco e padre fondatore del sionismo politico, nei suoi scritti delineò un paragone tra l’esperienza catartica di liberazione dalla condizione di sudditanza morale e politica della diaspora ebraica alla necessità di emancipare gli africani dal giogo coloniale. I dibattiti intorno alla realizzazione del sionismo, la ricerca di una patria per un popolo sradicato inclusero anche il continente africano con la possibilità di un focolare ebraico nel protettorato britannico dell’Uganda prima della più naturale convergenza con la Palestina. Gli anni 50, l’inizio dei percorsi di decolonizzazione e la conseguente creazione di nuovi stati africani autoctoni costituì un irrinunciabile opportunità per la leadership israeliana alla spasmodica ricerca di vie di fuga dall’embargo diplomatico arabo. La comune esperienza sotto il giogo coloniale europeo ispirò un moto di simpatia in tutto il continente di fronte alle travagliate vicissitudini del giovane stato mediorientale. Più di 30 le ambasciate aperte, svariati i programmi di cooperazione economica e politica inaugurati con un necessario focus lungo tre aree direttive: il Sudafrica, l’Etiopia imperiale e l’Africa occidentale francese. La presenza di una numerosa ed economicamente dinamica comunità ebraica, le similitudini tra l’isolamento internazionale del regime bianco sudafricano e il relativo sviluppo e potenziale economico di Pretoria strinsero i due paesi in un legame controverso che tra alti e bassi procedette incontrastato attraverso i decenni di perpetuazione dell’apartheid. Il gigantismo, la posizione strategica, le affinità personali tra il monarca etiope e i padri della stato ebraico oltre che la comune volontà di Etiopia e Israele di infrangere il fronte arabo musulmano nel Corno d’Africa caratterizzò [1]le relazioni tra Addis Abeba e Tel Aviv fino al colpo di stato socialista del 1974, mentre in ultimo Israele si impegnò a patrocinare l’implementazione di piano di sviluppo economico, aiuti umanitari e cooperazione nel panorama frammentato dell’Africa occidentale stringendo rapporti d’interesse con Ghana e Togo. Lo scoppio della guerra dello Yom Kippur, la pressione delle compagini nazionali arabe in seno all’Unione Africana, l’attivismo diplomatico ed economico delle monarchie del Golfo oltre che l’efficacia della propaganda pan africanista e anticoloniale che si nutriva del pernicioso legame tra Israele e il Sudafrica segregazionista furono i motivi che spinsero gli stati africani verso una netta inversione di rotta finalizzata nell’ottobre 1973. La maggior parte dei Paesi sub-sahariani ruppe i rapporti diplomatici in conformità con la risoluzione dell’OUA (Organizzazione dell’unità africana), sostenuta dall’Egitto, che chiedeva la formale interruzione delle relazioni con lo Stato ebraico. Dal 1970 ad oggi Israele la diplomazia israeliana ha lavorato, e continua a farlo, per ricostruire le ferite di quell’anno, riportando successi, ristabilendo relazioni diplomatiche e commerciali o formalizzando ufficialmente legami in realtà mai completamente interrotti. La visita dell’ex ministro degli esteri Avigdor Lieberman in Ruanda, Costa d’Avorio, Ghana, Etiopia e Kenya nel giugno 2014, per una visita di dieci giorni ha preparato il terreno per il primo storico viaggio ufficiale di un capo di governo israeliano in Africa dopo 22 anni: un tour che nel luglio 2016 ha condotto Netanyahu in Uganda, Kenya, Etiopia e Ruanda. L’avventurismo israeliano nel continente pone radici lungo diverse motivazioni diplomatiche, economiche e militari sottolineando l’importanza della multilateralità nei processi di governance in politica estera.

Necessità diplomatiche

In verde i paesi che riconoscono Israele, in rosso chi ha sospeso il riconoscimento, in grigio chi non ha mai riconosciuto Israele e in nero (Iran) chi ha ritirato permanentemente il riconoscimento

Ad oggi Israele ha relazioni diplomatiche con 41 dei 44 stati dell’Africa subsahariana che non fanno parte della Lega araba, compreso un certo numero di stati a maggioranza musulmana, 11 ambasciate puntando a trascinare anche Mali, Somalia, Niger e Gibuti al di fuori del blocco dei paesi che non ne riconoscono l’esistenza. L’insieme dei 56 stati africani costituisce conseguentemente una “maggioranza relativa” imprescindibile. Nel 2016, Netanyahu è diventato il primo premier israeliano a visitare l’Africa in quasi tre decenni. Da quell’anno diversi sono stati i viaggi del primo ministro israeliano nel continente; una “shuttle diplomacy” tesa a costruire legami diplomatici e migliorare le relazioni con gli stati africani. Come risultato di queste visite, quattro nuove ambasciate africane sono state inaugurate in Israele. Nel settembre 2018, Netanyahu e il presidente ruandese Paul Kagame hanno deciso di inaugurare voli diretti tra Tel Aviv e Kigali e aprire missioni diplomatiche in entrambi i paesi. Netanyahu ha esplicitamente fatto riferimento alla necessità “sciogliere questa maggioranza, questo gigantesco blocco di 54 paesi africani che è la base della maggioranza automatica contro Israele nelle Nazioni Unite e negli organismi internazionali”. Il raggiungimento di questo obiettivo paziente e ambizioso porterebbe ad Israele un sostegno più che decisivo specialmente in seno al Consiglio di Sicurezza, dove i palestinesi tentano invano da tempo di ottenere i consensi necessari per far approvare a una votazione dei 15 membri per il riconoscimento dell’indipendenza del loro Stato. L’Africa attualmente costituisce il perno della strategia di “engagement” delle periferia in grado di rompere l’assedio diplomatico del blocco ostile arabo oltre che far leva su una possibile convergenza da contrapporre all’ascesa dell’islamismo. Nei prossimi anni Israele tenterà di evolvere la strategia bilaterale implementando un focus multilaterale diplomatico e politico. Il fallimento del vertice Israele – Africa dell’ottobre 2017 da tenere in Togo (paese dell’Africa Occidentale che ad oggi è uno dei pochissimi a riconoscere lo spostamento dell’ambasciata a Gerusalemme) di fronte alle proteste e alla freddezza dell’Unione Africana ha costituito una battuta d’arresto solo temporanea per le ambizioni continentali di Israele e non è escluso che nel cilindro del poliedrico primo ministro dello stato ebraico ci sia già un piano di riproporre un vertice che formalizzi ulteriormente la vicinanza di Israele ai destini africani.

Cooperazione allo sviluppo economico

Alla fine degli anni ’50 e ’60, Israele ha contribuito [2] alla costituzione di cooperative agricole, programmi di formazione per i giovani, infrastrutture mediche e joint venture industriali in Ghana, Sierra Leone, Costa d’Avorio, Nigeria e altri paesi sub-sahariani. La spinta di Israele in Africa – descritta come una ” priorità ” di Netanyahu durante una conferenza sulla sicurezza del 2017 in Liberia – attinge alle aspettative di crescita regionale e al simultaneo aumento della dipendenza dagli investimenti esteri diretti. Entro il 2025, quasi un quinto della popolazione mondiale vivrà in Africa, e l’Africa è dimora di sei delle dieci economie in più rapida crescita del mondo nel 2018. Dalla metà degli anni 2000, Israele ha firmato diversi accordi commerciali e programmi di investimento in Occidente Africa, che mira a migliorare le infrastrutture e la tecnologia africana, in particolare nei settori agricolo ed energetico. Nel 2017, i funzionari israeliani hanno firmato un memorandum d’intesa per investire $ 1 miliardo entro il 2021 per avanzare progetti di energia e di energia verde tra i 15 membri della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS). Gli impegni del settore privato hanno incluso progetti agricoli e partnership di aiuto. Aziende tecnologiche come IA e NUFiltration hanno utilizzato la tecnologia israeliana per produrre sistemi di pompaggio dell’acqua e di purificazione dell’acqua per ampliare l’accesso all’acqua pulita nelle aree a rischio. Durante un’epidemia di colera in Camerun nell’estate 2018, NUFiltration ha implementato un dispositivo che trasforma l’acqua del fiume contaminata in acqua potabile purificata. La Camera di commercio Africa-Israele (AICC) è stata lanciata in occasione del vertice di leadership Africa (ALS) 2017 a Gerusalemme in agosto, per rafforzare i legami commerciali tra le due nazioni. Il fiore all’occhiello della cooperazione israeliana in Africa è sicuramente rappresentato da MASHAV, un agenzia israeliana per la cooperazione internazionale allo sviluppo nel ministero degli affari esteri. L’agenzia collabora con associazioni, organizzazioni multilaterali e governi nazionali per implementare piani di sviluppo agricolo, industriale e associazionismo partendo da piccole realtà specifiche massimizzando il risultato in base alle differenti prerogative locali. Dal 1955 l’agenzia opera formando studenti, organizzando seminari in loco nei settori dell’istruzione, della salute, della scienza e dell’agricoltura. La strategia recente ha acquistato un identità maggiormente improntata sullo sviluppo sostenibile, sicurezza alimentare, lotta al cambiamento climatico e alla desertificazione. Ciò che rende MASHAV una strategia di successo è la precisa volontà di cercare il coordinamento con le piccole realtà locali e i microcosmi economici evitando le spesso corrotte e inefficienti leadership governative.

Antiterrorismo e sicurezza

Fonte: Statista 2018

L’Africa, come diverse altre aree geografiche nel mondo, ha conosciuto negli ultimi anni un impennata [3]dell’insorgenza jihadista radicata (e in relativa crescita) nei contesti di scarsa presenza statale, rivalità etniche e sociali nonché la presenza di un economia informale che incrementa il radicamento e l’ “appeal” delle differenti sigle islamiste lungo tutto il frangente continentale. Dal Mali, al Kenya all’Africa Occidentale è un proliferare di attori non statali che mettono continuamente in gioco la stabilità, la sicurezza delle fragili costituzioni statali post-coloniali. L’ascesa del jihadismo (da Boko Haram in Nigeria ai gruppi armati affiliati ad al-Qaeda come al-Shabab in Somalia) ha saldato un terreno comune tra Israele e i diversi paesi come il Kenya, l’Uganda e la Nigeria. “Ogni vittoria dell’islamismo in qualunque parte dell’Africa ha un impatto immediato su di noi ha spiegato Avi Granot, ex capo del dipartimento Africa nel Ministero degli esteri israeliano – Ogni sconfitta che subiscono gli estremisti, che sia in Nigeria, in Camerun, in Somalia o nel Ciad, è una vittoria anche per noi in Medio Oriente”. La minaccia ha fornito un’opportunità conveniente per etichettare i movimenti di resistenza palestinese come “terroristi” e per dipingerli in una luce simile ai violenti movimenti dell’Africa subsahariana. I funzionari israeliani che hanno visitato l’Africa negli ultimi anni si sono concentrati sull’equazione tra resistenza e “terrorismo”. Fornire supporto, know how e assistenza militare aprendo allo stesso tempo il mercato africano alle esportazioni militari e cementando legame tra le agenzie di sicurezza, le forze armate e i governi tra il continente e Israele. Le vendite di armi israeliane ai paesi africani sono in costante aumento, con le esportazioni della difesa che sono aumentate del 70% tra il 2017 e il 2018 fino a raggiungere $ 275 milioni. Nell’ultimo decennio, le esportazioni israeliane in Africa hanno incluso cannoni semoventi e mortai, UAV, lanciarazzi multipli, veicoli corazzati, motovedette oltre che armi leggere e dispositivi di sorveglianza. Le forze armate israeliane forniscono un servizio di assistenza e formazione tramite le diverse agenzie di sicurezza nazionali o cooptando enti e aziende private nel settore della sicurezza. Secondo lo Stockholm International Peace Research Institute (istituto svedese specializzato in “peace studies” e attento supervisore del commercio di armi nel mondo) “Israele è uno dei fornitori minori di armi importanti e altre attrezzature militari nell’Africa sub-sahariana. Da tempo ha venduto o dato armi a una serie di paesi in via di sviluppo vincolando gli accordi all’assistenza fornita da militari israeliani in servizio o in pensione e da appaltatori civili israeliani come istruttori. Sebbene le esportazioni di armi israeliane, in particolare di armi importanti, nell’Africa subsahariana siano limitate, è probabile che le armi, i mediatori e gli istruttori israeliani abbiano a volte un impatto più significativo di quanto non implichi il semplice numero di armi fornite “. Fornire armamenti, tecnologia e formazione è un altro tassello del legame a lungo termine che si vuole costruire lungo un asse che collega lo stato ebraico alle fragilità (e potenzialità) del continente.

Criticità e sviluppi futuri

La strategia africana di Israele nonostante gli indubbi successi non è priva di criticità e problematiche. L’attivismo israeliano starà sicuramente conquistando adepti nelle opinioni pubbliche e governi del continente ma il legame ideologico tra la causa palestinese continua a svolgere un ruolo importante in diverse nazioni africane. Il Ciad in primis ha rassicurato che la normalizzazione dei rapporti con lo stato ebraico non prescinde da un attento scrutinio e supporto della causa palestinese cosi come la normalizzazione delle relazioni non preclude future rottura come il caso della Mauritania del 2010, in seguito all’offensiva di Gaza, esemplifica perfettamente. Importante battuta d’arresto per gli ambiziosi piani di Netanyahu è inoltre la decisione del Congresso Nazionale Africano, partito al governo sudafricano ed erede delle lotte anti apartheid di declassare l’ambasciata a mero ufficio di collegamento. La decisione di Pretoria è una chiara manifestazione di supporto nei confronti della Palestina in seguito alla contestata decisione del presidente americano Trump di spostare l’ambasciata a stelle e strisce a Gerusalemme. E ancora molto forte tra l’opinione pubblica sudafricana la simpatia verso la questione palestinese nonché il doloroso ricordo del legame ferreo tra il regime di Apartheid e lo stato ebraico. Il provvedimento sudafricano ha motivazioni meramente propagandistiche ma è sicuramente un segnale delle fragilità insite all’interno della strategia a lungo raggio portata avanti da Israele. Un ultimo fattore che in futuro potrebbe creare ulteriore acrimonia tra il continente e Israele è la cattiva gestione dell’emigrazione africana da parte dell’amministrazione Netanyahu. Il piccolo fazzoletto di terra mediorientale è diventato negli ultimi anni un obiettivo appetibile nonché un punto di transito per l’inarrestabile flusso migratorio che dal sud si spinge verso l’Occidente. Blocchi, discriminazioni, espulsioni coatte a scapito del diritto internazionale o del cattivo status dei diritti umani dei paesi di provenienza (Sudan ed Eritrea ad esempio) cosi come l’assertività delle forze nazionaliste e religiose fortemente contrarie alla presenza di straniere non ebrei sta creando malumori, condanne a livello locale e internazionale. Una criticità che impatta fortemente sul soft power che Israele cerca di rilanciare nei suoi piani di espansione proattiva nel continente.

[1] https://www.jstor.org/stable/43661168

[2] Israel and Africa: The Problematic Friendship -Joel Peters

[3] The Causes and Consequences of Terrorism in Africa – Juliet Elu and Gregory Price

#Israele #Africa #Ciad

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Marco Limburgo

Marco Limburgo

Marco Limburgo nasce a Mesagne (BR), attualmente vive e studia a Forlì. Dopo aver conseguito la laurea in Storia Contemporanea presso l’Università di Bologna, è attualmente specializzando in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso il campus forlivese della medesima università. È consigliere d’amministrazione di Geopolis. Inoltre, contribuisce in qualità di articolista al progetto editoriale Russia 2018. È appassionato di storia, letteratura e politica internazionale (in particolar modo della regione medio-orientale).
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