È possibile che l’Agenda 2030 degli obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite e che gli obiettivi dell’Unione Africana da realizzarsi entro il 2063 diventino più difficili da raggiungere. Soprattutto perché tutto il mondo sta affrontando questa crisi e, di conseguenza, anche quei governi e stakeholders finora decisi ad investire nel continente africano. Ma cosa ci si può aspettare che cambi dopo questa pandemia? Quali sono i settori più a rischio?

<< […] e sembra ragionevole aspettarsi che quando questa pandemia sarà sotto controllo, questi sistemi verranno rivisitati e gli equilibri interni ed esterni dei paesi ristabiliti. Resta solo l’augurio che questo avvenga tenendo conto dei diritti di tutti gli individui […] >>

 STATI AL TEMPO DEL CORONAVIRUS – IARI & Erga Omnes (Aprile 2020) p. 43.

In occasione del 33esimo Summit ordinario dell’Unione Africana tenutosi il 10 Febbraio 2020, gli Stati Membri e le comunità economiche regionali si sono accordate sulla linea d’azione da seguire per realizzare un piano di sviluppo sostenibile e di crescita economica nel continente Africano. Il risultato finale è stato il primo Report continentale sull’implementazione dell’Agenda 2063.

“È necessario focalizzarsi sulla condivisione delle esperienze e competenze (a livello locale) al fine di accelerare una mobilitazione strategica delle risorse interne” così dichiara il Presidente della Costa d’Avorio H. E. Alassane Ouattara, nonché leader designato al follow-up nell’attuazione dell’Agenda 2063 dell’Unione Africana.

In una situazione attuale in cui l’apertura delle frontiere, le interazioni con l’esterno, il commercio e gli scambi sono profondamente minacciati, la sfida principale è quella di ottimizzare le risorse interne del continente (soprattutto di quelle naturali a disposizione) per creare valore. Ne è un esempio concreto l’utilizzo sostenibile dell’energia idrica in Etiopia o di quella eolica in Senegal.

Diventa dunque assolutamente necessario implementare ed armonizzare gli obiettivi e le prospettive dei singoli ordinamenti nazionali, locali e regionali, affinché l’intero continente nel suo complesso possa dirsi effettivamente impegnato a raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2063 redatta dall’Unione Africana nel 2013 ed anche a realizzare i 17 obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030 pensata dall’ONU nel 2015.

Tuttavia, a Febbraio, in Africa ancora non si stava facendo i conti con un’emergenza sanitaria che oggi lascia prevedere un’inevitabile tracollo economico di tutti i continenti colpiti dal virus Covid-19 a causa del rallentamento di tutti i settori economici e commerciali. Molti partner economici operanti in Africa hanno dovuto subire, a causa delle misure di contenimento, delle riorganizzazioni interne che, in un modo o nell’altro, hanno penalizzato anche gli investitori più ricchi. La stragrande maggioranza ha dovuto “mettere in sicurezza”
i propri dipendenti e clienti per salvaguardarne la salute ma ciò ha provocato costi imprevisti.

Sicuramente il continente Africano deve continuare ‘a guardare al futuro’, a quelle sfide che continueranno ad essere le priorità del continente anche quando l’emergenza sarà superata e quando progressivamente si comincerà a tornare ‘alla normalità’. È possibile solo augurarsi che la recessione economica innescata da questa situazione non costringa governi ed investitori privati (africani e non), impegnati finora a realizzare gli obiettivi dell’Agenda 2030 e dell’Agenda 2063, a dei ripensamenti come, per esempio, ad una eventuale chiusura verso l’interno e ad una riluttanza nel voler affrontare i costi a breve termine che ogni investimento per il futuro porta con sé. I più importanti progressi effettuati sinora dall’Africa sono stati possibili soprattutto grazie ad una vasta rete di cooperazione con l’esterno e con i portatori di interessi privati.

Il timore che questa prospettiva possa realmente delinearsi, ha portato la Presidente etiope Sahle-Work Zewda a lanciare, nel mese di Marzo, una raccolta fondi per poter proseguire i lavori della Grande Diga Etiope dichiarando che, nonostante tutto, il progetto è e rimarrà uno strumento per ridurre la povertà e per offrire al Paese una forte speranza per lo sviluppo futuro.

In un articolo redatto dal professore Banji Oyelaran-Oyeyinka (professore e consulente speciale senior in materia di industrializzazione del Presidente dell’African Development Bank) dal titolo “After COVID-19, what will Africa look like in 2030 and 2063?”, l’esperto esprime chiaramente le proprie preoccupazioni sul futuro dell’Africa dopo questa pandemia. Una pandemia che ha provocato l’interruzione di tutte le attività economiche e che, molto probabilmente, porterà il continente alla perdita di posti di lavoro. Secondo le stime dell’African Development Bank, questa crisi costringerà, in termini economici, l’area Sub-Sahariana a dover sostenere dei costi per la ripresa che andranno tra i 35 milioni ai 100 milioni di dollari senza considerare le perdite e la riduzione delle entrate economiche a causa del calo del prezzo del petrolio.

Una pandemia che ha colpito due nervi scoperti dell’Africa: il sistema sanitario e la mancanza di infrastrutture. Nello specifico, da un lato, sta mettendo a dura prova il sistema sanitario ed il settore farmaceutico ancora piuttosto deboli e, dall’altro, ha amplificato il problema della mancanza di infrastrutture adeguate in molte aree del continente soprattutto nel settore dell’industria (ancora abbastanza arretrato).

Da quanto dichiarato dal professore: “l’Africa è per circa il 100% dipendente dalle importazioni per la fornitura di medicinali”. Sembra che, in generale, la Cina e l’India provvedano a coprire circa il 70% della fornitura totale di medicinali e dispositivi sanitari. A questo riguardo pare proprio che INDIPENDENZA e AUTODETERMINAZIONEsiano ancora una volta i due obiettivi principali a cui, da sempre, “il sogno Africano” auspica disperatamente.

Gli obiettivi 1, 3, 4 e 5 dell’Agenda 2063 riguardanti: la realizzazione di più alti standard di vita; il miglioramento della vita ed il benessere dei cittadini; la fornitura di risorse per la salute e la nutrizione; la trasformazione economica; la necessità di modernizzare il settore dell’agricoltura per incrementare la produttività e la capacità di industrializzazione del continente in tutti i settori economici ed in tutte le aree del continente, diventano così delle priorità assolute soprattutto in un momento storico come questo.

Lo stesso vale per gli obiettivi 1, 3, 8, 9 e 11 dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Nello specifico, l’obiettivo 11 sostiene: la realizzazione di città e di ambienti più inclusivi, sicuri, resilienti e sostenibili.

“Aiutando i governi e gli stakeholders i SDGs (UN’s Sustainable Development Goals) diventano realtà”. Ed è proprio seguendo questo assioma che l’Organizzazione internazionale delle Nazioni Unite e le varie istituzioni si stanno mobilitando per fornire risorse e soprattutto corsi di formazione per condividere conoscenze in tema di pratiche agricole al fine di formare agricoltori oppure, come è avvenuto grazie all’IFPMA (Federazione Internazionale dei produttori e delle associazioni farmaceutiche), l’impegno nel lavorare direttamente con stakeholders, professori, ONG, fondazioni e media per realizzare una piattaforma utile per portare innovazione nelle aree africane ed incrementare l’industria biofarmaceutica ancora praticamente inesistente in Africa.

Ma qual è stata la causa di tutto questo? Secondo il professor Banji Oyelaran-Oyeyinka le radici del sottosviluppo africano soprattutto nel settore industriale e della sanità risiedono in tre atteggiamenti che nel corso degli anni sono stati reiterati dai governi:

1) Alcuni legislatori africani hanno semplicemente sostenuto che gli Stati più poveri non necessitavano di industrializzarsi;

2) I Paesi Africani restano poveri perché continuano a produrre risorse per gli Stati più ricchi e l’impegno nel campo delle risorse minerarie ha conseguentemente reso praticamente nullo l’impegno nel campo dell’agricoltura o dell’industria;

3) È opinione comune il fatto che, in un sistema economico in regime di economie di scala, i Paesi Africani, anche se dovessero provarci, non sarebbero mai abbastanza competitive soprattutto se paragonate ad altre potenze come la Cina e pensiero condiviso da molti agisce anche come ‘barriera all’entrata’.

Oggi non è più tempo per simili convinzioni. Tanto è stato fatto ma ancora molto deve essere raggiunto. La pandemia da Covid-19 ha esposto l’Africa a tutte le sue debolezze e sembra che mantenere i programmi a lungo termine per il 2030 o addirittura per il 2063 sia diventato davvero molto difficile. Allo stesso tempo, non è possibile prevedere per quanto tempo ancora le fasi dell’emergenza costringeranno il continente a rivedere le priorità interne, è possibile, tuttavia, impegnarsi a seguire i suggerimenti degli esperti.

A tal proposito, il professor Banji Oyelaran-Oyeyinka suggerisce tre approcci:

1) Incentivare lo sviluppo regionale e locale dei singoli Stati e consolidare strutture di mercato semplici e facilmente gestibili. Rispetto a questo primo approccio diventa di fondamentale importanza l’attività dell’African Continental Free Trade Area per mettere insieme questi semplici mercati locali e crearne una rete complessa;

2) Creare istituzioni forti ed infrastrutture efficienti;

3) Organizzare una SUPPLY CHAIN per una distribuzione efficiente di cibo e medicine.

In questo scenario, il ruolo delle istituzioni finanziarie e dell’African Development Bank è quello di fornire le risorse necessarie al fine di colmate il gap tra le risorse pubbliche e private già a disposizione del continente.

Fonti:

C:\Users\User\Desktop\Agenda 2063 Implementation Report_EN_web version.pdf

https://au.int/en/pressreleases/20200210/launch-first-continental-report-implementation-agenda-2063

https://www.africanews.com/2020/04/14/after-covid-19-what-will-africa-look-like-in-2030-and-2063-by-banji-oyelaran-oyeyinka/

https://iari.site/senegal-emergente-il-decollo-economico-passa-dallenergia/

https://iari.site/letiopia-punta-allacqua-la-grand-ethiopian-renaissance-dam/

https://sustainabledevelopment.un.org/?menu=1300

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