Negli ultimi mesi la pandemia da covid-19 ha dimostrato le innumerevoli inefficienze degli Stati avanzati, spesso incapaci di reagire tempestivamente e in modo puntuale agli shock esogeni. L’incertezza politica ha generato in molti casi una profonda destabilizzazione istituzionale e politica, con importanti ripercussioni socio-economiche. In alcune regioni però, caratterizzate da instabilità strutturale e fenomeni di crisi endemici, quest’ultima si è tradotta in una catastrofe umanitaria senza precedenti. Una di queste aree è il bacino del Lago Ciad. Condiviso fra Niger, Nigeria, Camerun e Ciad, è attualmente una delle regioni più povere e fragili dell’intero pianeta. L’attuale crisi ha aggravato una situazione di per sé drammatica da cui tuttavia potrebbero nascere nuove prospettive che andranno necessariamente sapute sfruttare.

Il Lago Ciad è un bacino lacustre transfrontaliero situato nella regione del Sahel, ovvero la fascia di transizione fra clima desertico e sudanese. La sua superficie si estende sui confini di Ciad, Niger, Nigeria e Camerun, su un’estensione di circa 1400 km2. L’affluente più importante del lago è lo Chari, che dalle regioni montagnose del sud, immette circa l’85% della risorsa idrica nel bacino. La regione è caratterizzata da una fortissima variabilità stagionale e inter-annuale della piovosità che si ripercuote sui livelli del lago e sull’estensione della superficie allagata. Questa volubilità della sua conformazione, ha reso impossibile dare una definizione spaziale univoca del lago. Nella storia, si sono infatti verificate contrazioni ed espansioni improvvise dello specchio d’acqua, che in alcuni casi hanno prodotto effetti devastanti sulle popolazioni rivierasche (inondazioni).

Tale identità dell’area, ha prodotto nel tempo un insieme di pratiche popolari a dir poco versatili, capaci di sfruttare appieno il territorio e le sue risorse nonostante le peculiarità sopraccitate. Le popolazioni rivierasche hanno infatti organizzato un sistema produttivo di sussistenza scandito dai movimenti del corpo idrico. Nei momenti di massima estensione del lago, l’attività principale diventa la pesca, che viceversa, nei periodi di avanzamento della linea di riva, lascia il posto all’agricoltura sulle aree più fertili. L’insieme dei saperi e delle conoscenze maturate dalle popolazioni locali, hanno reso dalla fine degli anni sessanta il bacino del Lago Ciad un polo fortemente attrattivo per le popolazioni locali, soprattutto in virtù della produttività e delle numerose possibilità offerte dallo stesso. Tuttavia negli ultimi decenni sono venuti qui a sommarsi diversi fattori di instabilità. Il cambiamento climatico e uno sfruttamento poco sostenibile delle risorse idriche, hanno infatti portato a una contrazione della superficie lacustre del 90%, con importanti implicazioni sull’approvvigionamento idrico e alimentare e di conseguenza sul rapporto fra gli stessi attori che a vario titolo agiscono in essa.

A tale circostanza si è sommata una grande proliferazione di conflitti sia su base nazionale che su base etnica, dovuta all’accaparramento delle ormai rare terre fertili coltivabili. Nel bacino infatti l’appropriazione territoriale si è sviluppata su due livelli, quello statuale, figlio delle indipendenze post-coloniali e quello consuetudinario, legato alla tradizione e con una forte influenza politica soprattutto a livello locale. Tale contrapposizione ha generato pesanti dispute, soprattutto sulla gestione fondiaria, cioè sulla dinamica dell’occupazione e della gestione delle risorse del lago. La sommatoria di questi elementi, ha influenzato pesantemente le dinamiche socio-economiche del bacino, trasformando negli anni un’area di relativo benessere in una delle più depresse e fragili del continente africano e dell’intero pianeta. L’incertezza che ne è risultata, ha favorito di fatto la proliferazione dell’illegalità. Nell’area sono presenti infatti ribelli, gruppi criminali e organizzazioni terroristiche eversive come Boko Haram, che contribuiscono in maniera preponderante all’aggravio del quadro complessivo.

I confini incerti, la frammentazione politica, la povertà, la fame e un sistema sanitario completamente assente, rendono infatti più fragile la presa del potere statuale, garantendo terreno fertile alla diffusione di pratiche illegali, che sovente si è cercato di risolvere con la repressione militare. In questo scenario drammatico, le organizzazioni terroristiche come Boko Haram, hanno saputo sfruttare i margini di incertezza e di scarsa collaborazione fra i Paesi rivieraschi per fare facile proselitismo. Oltre a distruggere e depredare i villaggi presenti sulla riva del lago infatti, il gruppo ha incentivato le popolazioni all’adesione alla causa jihadista facendo leva su due elementi particolarmente rilevanti per le popolazioni locali, il cibo (ormai di difficile reperimento) e la gloria eterna dopo la morte.

Come se non bastasse negli ultimi tempi, seppur in maniera contenuta, il continente africano è stato colpito dalla pandemia da Covid-19. Qui i dati del contagio non restituiscono un’immagine fedele dell’effettivo impatto dello stesso nel tessuto socio-economico. E’ noto infatti come in regioni con pochi contagi, laddove sono presenti fragilità sociali e politiche, il contraccolpo dei primi può avere esiti esponenzialmente maggiori rispetto a contesti più stabili. Tale stato di cose, ha portato a un ulteriore indebolimento della già vulnerabile forma statuale, soprattutto nelle aree più depresse, dovuta in larga parte alla capacità politica di risposta alle richieste delle popolazioni locali. Una tale congiuntura, potrebbe essere sfruttata facilmente dai movimenti eversivi per prendere il potere. E’ infatti plausibile che un’organizzazione come Boko Haram, possa in questa fase estendere ulteriormente il proprio controllo sul territorio. Non è da escludere nemmeno che la stessa pervenga a una vera e propria proposta politica, capace di raccogliere il malcontento delle popolazioni per incanalarlo in un nuovo modello organizzativo (anche su base statuale), capace di ridare ordine all’attuale situazione di anarchia. Al momento tuttavia tale eventualità sembra scongiurata. L’organizzazione jihadista infatti, ha perso di credibilità rispetto alle istituzioni statuali in virtù di un errore comunicativo. Il suo tentativo di mettere in discussione la pandemia e sminuirne gli effetti, si è di fatto scontrato con la sensibilità delle popolazioni nei confronti del contagio, generando una crisi di legittimità dell’organizzazione stessa.

Nel bacino del Lago Ciad tuttavia, la pandemia ha trasformato la situazione emergenziale in una vera e propria catastrofe umanitaria. Le restrizioni dovute al virus stanno impedendo agli aiuti umanitari di raggiungere le persone che hanno bisogno di assistenza e bloccano di fatto tutte quelle pratiche legate all’economia informale, che nell’area rappresenta circa il 90% di tutte le attività e permette la sopravvivenza delle popolazioni. E’ comprensibile come il quadro attuale richieda uno sforzo immediato e deciso da parte delle popolazioni locali e degli attori internazionali che a vario titolo supportano le popolazioni di quest’area, per tentare di limitare i danni. Tuttavia, è lecito sperare che in tale stato di cose, si possano mettere in moto i tanto auspicati processi di svolta per quest’area. Tante sarebbero le possibilità per il rilancio della regione, ma è possibile individuare alcuni elementi imprescindibili per qualsivoglia piano di rinnovamento.

Sarebbe necessario ad esempio un rafforzamento delle strutture di potere, che non dovrebbe tuttavia tradursi in un consolidamento dello Stato di polizia, quanto più nella legittimazione delle istituzioni, a cui dovrebbero esser attribuiti poteri e strumenti idonei a rispondere in modo efficace alle richieste della popolazione. Per rendere effettiva questa eventualità, sarebbe oltremodo utile rafforzare la capacità economica della regione, affiancando alla produzione di materie prime per l’esportazione l’attività di trasformazione dei prodotti e la creazione di valore, tramite l’esportazione di know-how e la formazione di capitale umano. Non meno importante, sarebbe il rilancio del commercio intra-africano, di fatto bloccato dall’emergenza Covid-19. Ciò nondimeno, la stabilità politica prescinde necessariamente da condizioni di vita soddisfacenti, che in questa fase emergenziale potrebbero essere sostenute dall’esterno tramite un rafforzamento della cooperazione allo sviluppo, ma che superata l’emergenza, dovrebbero necessariamente tradursi in una svolta radicale del dialogo politico, ovvero nell’elaborazione di un nuovo paradigma collaborativo capace di creare in questi territori processi virtuosi di sviluppo cosiddetto “bottom-up”(dal basso), basati sulle conoscenze e le pratiche locali ma sostenuti da competenze e tecnologie avanzate, in grado di incoraggiare gli sforzi produttivi delle popolazioni locali. L’auspicio è che la drammaticità della situazione si traduca in dinamicità. Possa cioè smuovere gli animi e allo stesso tempo offrire lo stimolo necessario per intraprendere quel percorso di rinascita per questi territori e queste popolazioni, un percorso che da europei e occidentali abbiamo sempre sostenuto con vigore, ma che alla prova dei fatti, non abbiamo mai portato avanti con la dovuta decisione.

 

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